Luigi
Mariano
"Asincrono" Autoprodotto - 2011 Il disco è disponibile ai concerti o richiedendolo
all’autore.
Tracklist
01
Il
giorno no
02
Il
negazionista
03
Questo
tempo che ho
04
Solo
su un'isola deserta
05
Il
singhiozzo
06
RAI
libera!
07
Edoardo
08
Asincrono
09
Non
ti chiamerò
10
Il
solito giro blues
11
Cos'avrebbe
detto Giorgio?
12
Canzone
di rottura
13
Intimità
Anche
se la copertina del disco d’esordio ci mostra un giovanotto
con la giacca a celare parzialmente una t-shirt con il viso di
Diabolik, l’impressione che se ne riceve è quella
del bravo ragazzo che non riesce a essere assolutamente sincronizzato
con lo scorrere rapido del tempo della quotidianità, non
a caso ha con sé un orologio da parete che ha una doppia
scala delle ore e doppie lancette, però mai sovrapposte
e sincrone.
Questa situazione
di disagio con il mondo circostante è d’altronde
confermata dal brano introduttivo “Il giorno
no”, in cui con grande ironia, descrive le
disavventure di un personaggio ritratto in una delle sue tante
classiche giornate no, cantando così “Oggi sei
stato un po’ Fantozzi e un po’ Paperino / ma domani,
domani … / sarai Gastone”. A far da seconda voce
c’è il bravo Piji.
Il suo modo
di creare canzone, s’intuisce subito, si rifà piuttosto
apertamente al teatro-canzone creato da Giorgio Gaber e le canzoni
sono un po’ una carrellata di personaggi narrati si con
leggerezza, ma anche con molta acutezza. Non c’è
mai banalità, c’è semmai un apparente disimpegno,
che maschera in realtà anche certi atti di denuncia piuttosto
diretti, come nel caso di “Solo su un’isola
deserta” in cui emerge tutto il suo senso
d’isolamento e disorientamento rispetto a una società
in cui non si ritrova “stasera mi rileggerò le
parole che scrivevo / i progetti in cui credevo / qualche cosa
dentro smuoverò. / Ma cosa devo raccontare a mia madre,
per Natale / se ogni onesto resta al palo / se ogni ladro prende
il volo?”.
Su questo filone di denuncia d’ingiustizie e soprusi, è
collocabile anche il brano “RAI libera”
una scanzonata canzone su quella che forse resterà per
sempre un’utopia, cioè una televisione di stato libera
da qualunque ingerenza politica. Se il tono è divertito,
non lo è certo il linguaggio adottato ”Ma basta
perdinci! Siam proprio malconci! / Dobbiamo reagire, è
assurdo subire! / Andiamo all’assalto a muso duro: / mettiamoli
al muro”.
Più
riflessiva e malinconica ma ancora improntata al sociale è
“Cos’avrebbe detto Giorgio?”,
dove Giorgio è ovviamente Gaber e in cui Luigi si chiede
appunto cosa avrebbe detto Gaber di alcune situazioni sociali
e politiche di questi giorni e il tutto senza tanti giri di parole
“Cosa avrebbe detto Giorgio della mafia che cammina
con le scarpe del ministro sopra il ponte di Messina / Mussolini
è in Campidoglio che fa il saluto romano / Presidente del
Consiglio don Bernardo Provenzano”.
Non c’è,
però solo denuncia e sociale in questo disco di Luigi,
c’è spazio anche per il sorriso, seppure a denti
stretti, di “Canzone di rottura”,
in cui compaiono anche le voci di Nicco Verrienti e Giulia Led
e in cui canta “Meno tasse a tutti, promettiamo noi
/ posti di lavoro, se ci voterai / saremo vicini, a voi cittadini,
ed agli operai / fidatevi un po’ di noi, che siamo qua per
voi”. Si tratta ancora di politica? C’è
poco da ridere? Beh, che farci, il ragazzo ha un po’ il
vizio di guardarsi sempre intorno e allora come restare indifferenti
a tanta ipocrisia?
Bisogna arrivare
a “Il singhiozzo”, canzone
molto teatrale e gaberiana perché finalmente ci si lasci
andare a più di un sorriso, il soggetto è una tragicomica
disavventura da palco, il dover cantare una canzone d’amore
avendo all’improvviso un attacco insistente di singhiozzo.
Sarebbe forse
tutta da ridere anche l’elettrica “Il
negazionista”, un lungo elenco di episodi
storici e teoremi presentati come fosse frutto della fantasia
e perciò negato dal protagonista, se in realtà non
fossero atrocità e ingiustizie che ancora gridano vendetta.
Ovvio che dall’ascolto non possono che derivare semmai sentimenti
come rabbia e impotenza.
Al versante
più intimista dell’autore, appartengono invece le
canzoni “Questo tempo che ho”,
“Non ti chiamerò”
e “Intimità”.
La prima
si muove lenta e in essa i secondi di un’esistenza sembrano
quasi distillati a uno a uno “Luce che attraversa il
pulviscolo / piano lo rivolta, sfiorandolo: / sono i tormenti
atavici che tornano a un tratto così”.
“Non
ti chiamerò” è forse la canzone
d’amore più classica delle tre e proprio per questo
meno interessante, molto più intensa è invece “Intimità”
che chiude bene il disco e in cui è invece descritto con
schiettezza ma anche estrema naturalezza un intenso rapporto amoroso
“Con la testa mi avvicino / e il mio naso s’inabissa
/ e m’inebrio e bevo vino / odor di femmina e melassa”.
Anche “Il
solito giro di blues”, un classico blues,
si muove su terreni molto personali, è una canzone introversa
in cui tutto sembra in preda alla noia “Il solito giro col
solito mood / col solito riff e il solito groove”, fino
al finale che rimanda a Rino Gaetano “Ma il cielo è
sempre più bluesss”.
Da quest’ascolto
random o meglio tematico, sono state volutamente escluse due canzoni,
la title-track “Asincrono”
e “Edoardo”.
“Asincrono”
è un brano che oltre a dare il titolo all’intero
lavoro, sintetizza alla perfezione il perché di questo
disco che è stato pensato sin dal lontano 1996 e che per
svariate vicende ha visto la luce solo nel 2010, un parto difficile
dunque, ma alla fine penso che l’attesa sia stata ampiamente
ripagata.
Il disco,
infatti, seppure con qualche pecca veniale qua e là, come
a volte il derivare troppo dal padre artistico Gaber o qualche
piccola ingenuità è di buona fattura e unisce in
sé più di un pregio: la godibilità dell’ascolto,
lo stimolo continuo alla riflessione e, aspetto non da poco, una
pregevole dose di coraggio da parte dell’autore capace,
a tratti, di denunce per niente velate, dette senza peli sulla
lingua.
Resta, infine,
la canzone “Edoardo” che
è forse la più bella in assoluto e gli è
valsa proprio in questi mesi estivi il Premio Bindi
“Miglior testo” 2011.
E’
stata relegata a fine recensione perché non vorrei mai
che il lettore pensasse che il disco sia stato preso in considerazione
solo a valle del premio ricevuto proprio grazie ad essa.
“Edoardo”
è e resta una gran bella canzone, dedicata a Edoardo Agnelli,
il cui corpo fu trovato senza vita il 15 novembre 2000 in fondo
a un viadotto della Torino-Savona. E’ impressionate leggere
la lettera scritta da Edoardo alla sorella Margherita più
di venti anni prima di quel fatale giorno, uno scritto in cui
traspare tutto il senso di “disagio simile alla paura”
nel pensarsi in futuro alla guida dell’impero Fiat, al posto
del padre Gianni, incapace di esserne epigono. E’ ancor
più toccante poi sentire la voce di Luigi cantare “Volo
/ inabissandomi / tra muri d’aria e cielo / e nel silenzio
troverò complicità / io la volevo da te, papà”.
Qualche lacrima
fa già capolino tra occhio e guancia, è giunta l’ora
di chiudere, il pianto di un uomo è fatto “asincrono”
rispetto a un mondo di duri.