Testi e musica di Ettore Giuradei (ad eccezione della musica
di “Paese” e “Strega” di Ettore Giuradei
e Marco Giuradei)
Produzione artistica: Marco ed Ettore Giuradei
Registrato allo studio “Adesiva Discografica”
di Milano e mixato alla “Tavernastudio” di Provaglio
d’Iseo (BS) da Domenico Vigliotti.
Masterizzato
da Giovanni Versari – LaMaestà Studio.
Fotografia:
Bams Photo
Progetto grafico: Martha Magrini Sissa
Ettore
Giuradei
"La repubblica del sole" Novunque / Mizar - 2010 Nei negozi di dischi
Tracklist
01. La repubblica del sole
02. Strega
03. Piedi alati
04. Sbatton le finestre
05. Eva
06. Paese
07. Il vicino
08. 4 matrimoni
09. Sensazioni
10. Macchinina cocaina
Questo
terzo disco di Ettore Giuradei è un po’ come “Maison
Maravilha Viva” di Joe Barbieri, chi conosce bene il disco
di Joe e si mette ad ascoltare “La repubblica del sole”
mi dirà che son pazzo, perché non c’è
proprio nulla che accomuni i due lavori e l’affermazione fatta
così, senza darne alcuna spiegazione può sembrare
decisamente folle.
Cercherò di spiegarmi meglio, “Maison Maravilha
Viva” ha avuto e ha tuttora su di me una sorta di effetto
ipnotico, Joe non ha assolutamente una grande voce, anzi quasi sussurra
più che cantare, le sue canzoni sono strutturalmente abbastanza
classiche, i temi molto intimi e personali, ma l’effetto d’insieme
direi che è strabiliante, una vera meraviglia che è
come droga.
Allo stesso modo Ettore non ha proprio una bella voce nel senso
classico del termine, anzi a qualcuno potrebbe addirittura risultare
fastidiosa, il sound attuale, dopo la transizione di “Era
che così” è tornato a virare ad un
rock piuttosto classico ed energico, mentre i testi si sono quasi
ridotti all’osso, eppure l’effetto finale è quasi
dirompente ed anzi, se la vitalità è già notevole
su disco, posso assicurarvi per esperienza diretta, che i suoi live
sono ancora più trascinanti, grazie anche alla bravura dei
comprimari presenti ovviamente anche nella versione su disco e per
le proprie capacità teatrali.
E’
sempre difficile cercare di spiegare le sensazioni e le emozioni
trasmesse da un disco, ma nel caso dei suoi dischi direi che l’impresa
è ancor più ardua, direi subito, a scanso d’equivoci,
che rispetto ad esempio al lavoro precedente il disco nel suo
complesso mi è risultato immediatamente apprezzabile, più
diretto, più lineare, più facilmente accessibile.
E’
vero, non sempre tutto è pienamente comprensibile, proprio
come accadeva anche nei precedenti lavori, ci sono a tratti immagini
che sembrano più frutto di abusi etilici o peggio che non
lucide espressioni razionali, però spesso sono proprio
questi i passaggi più torbidamente attraenti, quasi che
il mistero ne acuisse l’effetto.
Si diceva
delle sonorità legate al mondo del rock, il suo resta,
però un rock molto personale, diverso dai cliché
abituali cui ormai siamo abituati in Italia, intendo tipo Luciano
Ligabue o Vasco Rossi (ammesso che Vasco Rossi abbia mai fatto
rock), mentre la costruzione dei testi e non solo, è ormai
sospesa tra pop e canzone d’autore, ci sono le frasi brevi,
efficaci e ripetitive del pop, ma ci sono anche i contenuti più
profondi quelli che caratterizzano la canzone d’autore.
Il disco
si apre con la title-track “La repubblica del
sole”, sicuramente uno dei pezzi più
solari dell’intero disco ed ispirato a “La
città del sole” di Tommaso Campanella, un’opera
filosofico letterario in cui l’autore idealizzò un
modello di società pacifica e giusta in un luogo immaginario,
un’evidente utopia, visto soprattutto l’abisso tra
la realtà storica attuale e l’esigenza, sentita dall’autore,
di un rinnovamento civile e spirituale profondo, la stessa utopia
la ritroviamo qui “ci saranno i suonatori a occupare le
poltrone”. Il brano è perfettamente costruito ed
il ritornello “Sarà la limpida Repubblica del Sole
/ stupido non ridere perdonami” entra subito in testa, come
un grimaldello, grazie anche all’ottima musicalità
del brano.
Certamente
più legata ai bisogni umani è “Strega”
dove sono gli istinti più carnali ed irrefrenabili a prendere
il sopravvento, è ispirata all’immagine peccaminosa
di Cleopatra che è descritta così “prima la
pelle con il tuo profumo / tutte le voglie, siamo come i cani
/ che brami che vita ricami”, sono le chitarre ad introdurre
il pezzo, anche se poi è soprattutto il piano del fratello
Marco a rendere affascinante il brano e ad allentarne la tensione.
Brucia di desiderio.
“Piedi
alati”, blues con un bel sound trascinante
ed ottimi riff, il pianoforte di Marco sempre in primo piano,
ci parla ancora di desiderio e sensualità, qui i vari lalalà
s’inseriscono alla perfezione nel castello sonoro costruito
da Ettore, sembra quasi di essere immersi in un’orgia “piano
piano il vestito / la lasciava per il pavimento / nuda a districarsi
tra più mani / urlando alla fertilità / sono pronta
/ a chi tocca / senza fretta / c’è posto per tutti”,
l’atmosfera suggerita mi ricorda tanto quella di “Easy
wide shut”.
Ritmo indiavolato,
sostenuto da un pianoforte tambureggiante almeno quanto le percussioni,
“Sbatton le finestre” ci parla ancora di amore,
un amore travolgente e passionale “riparto con lo slalom
/ la gincana / il freno a mano da lasciare / c’è
tutta quella carne / il vestito vuol scoppiare”.
Molto bella
è “Eva”, un inno
alla donna in quanto donna, cui l’uomo è comunque
legato a doppio filo sempre e comunque, nella buona come nella
cattiva sorte “Se m’andrà bene t’amerò
per sempre / se m’andrà meglio morirò per
te / se m’andrà male sarai solo voce / se sarà
peggio un’abitudine”, musicalmente è piuttosto
tesa, con le chitarre elettriche a farla da padrone.
Con “Paese”
si cambia sicuramente tema, si torna a guardare il nostro povero
paese e se il brano d’apertura era utopistico, qui, ci si
trova a faccia a faccia con la dura realtà di oggi, per
Ettore ognuno deve necessariamente assumersi le proprie responsabilità
“non è per colpa mia / te che non fai niente / di
cosa ti lamenti / sei la vita dei morti / sei la fotografia /
dell’ultimo ignorante / col fazzoletto verde”.
Delicata,
solo pianoforte e voce, se non per la chiusura del violoncello,
“Il vicino” affronta invece
un tema molto scottante e lo fa con bei versi “quella
finestra / che è sempre chiusa / quel rumore così
lontano / lo senti tutto / che sforzo forte / per far dormire
/ le mani morte … e che si vigili / sulla sua anima / che
la morale del cardinale / ci serve solo / perché chi viola
/ si senta male / la malattia dell’orientale”,
interessante il contrasto tra la dolcezza musicale e la drammaticità
del tema.
“4
Matrimoni” è un brano che cresce piano
piano, prima c’è solo la chitarra, poi entra il piano,
fino all’irruenta esplosione delle chitarre elettriche,
giusto un attimo prima della seconda parte, disperata, del ritornello
“non capirai mai guardami”, la situazione sembra
forse celare il dramma di una doppia vita “porterò
dodici donne / a un tavolo quadrato / a porgersi turbate alle
mie voglie / al desiderio di fare ciò che sono” e
poi più oltre “ho perso per piacere / la strada più
sbagliata”, non tutto è chiaro, però
sembra una situazione di un’attualità disarmante.
Nella successiva
“Sensazioni” Giuradei sembra
ancora voler riflettere sull’attuale situazione di sbandamento,
quasi d’incoscienza, che caratterizza anche la persona più
normale, quella che “se ha freddo si copre / si lava
/ con una preghiera / con bandiera rossa / non sa perché
prega / non sa perché canta”. La sensazione
che si avverte è di spaesamento.
La chiusura
è affidata ad una brevissima canzone, neanche due minuti,
intitolata “Macchinina cocaina”,
il tema è molto attuale, ossia la dipendenza di molti uomini
dalle macchine da poker presenti nei bar, quelle che finiscono
poi per dare la stessa dipendenza di una droga. Canzone piccina
ma carina, oserei dire.
Come giudicare
quindi nel complesso questa nuova fatica di Ettore Giuradei? Beh,
superato lo scoglio del secondo disco, la cui realizzazione spesso
è più difficile di quella del primo per il carico
di attese che ovviamente si trascina, direi che l’artista
bresciano, continua a muoversi con grande abilità sempre
in bilico tra genialità e furbizia.
L’estrema
ed indiscussa originalità della sua proposta sembra a tratti
confezionata con troppa maestria e calcolo di efficacia ed effetto,
l’uso frequente di ritornelli che entrano immediatamente
in testa, versi spesso minimalisti ma studiati ad arte, sembrano
ricordare più da vicino il mondo del pop che quello strettamente
legato alla canzone d’autore, ma è pur vero che i
temi, trattati nelle sue canzoni e soprattutto il taglio con cui
questi sono affrontati, non è certamente tipico della canzone
commerciale, quindi alla fine la domanda che mi pongo è
sempre la stessa: è più genio o più furbo?
Ma che importa?
Le sue canzoni funzionano perfettamente e dal vivo affascina ancor
più, dimostrando di saperci davvero fare e forse, ancora
una volta, ha ragione lui quando ci canta con tono disperato,
“non capirai mai guardami” o forse meglio, ascoltami!