Orchestra
d’archi
Primi violini: Dimitri Chichlo, Giulia Bizzi, Livia Hagu,
Marcello Jaconetti, Andrea Pellegrini Secondi violini: Ornella
Cullaciati, Donata Begiora, Christine Champlon, Fabrizio Francia
Viole: Irina Balta, Elisabetta Danelli, Simona Guerini, Valentina
Soncini
Violoncelli: Claudio Giacomazzi, Antonio Patetti
Contrabbasso: Luca Bandini
Testi e musica di Folco Orselli
Produzione artistica: Vincenzo Messina e Folco Orselli
Produzione esecutiva: Fulvio Orselli
Arrangiamenti orchestrazione e conduzione: Vincenzo Messina
Adattamento organico orchestra: Adriana Ester Gallo
Registrato e mixato da Matteo Agosti al Frequenze Studio di
Monza
Assistente di studio: Michele Marino Gallina
Masterizzato da Giovanni Versari allo Studio La Maestà
di Tredozio
Orchestra registrata all’Elfo Studio di Piacenza
Art Director: Alberto Tandoi
Folco
Orselli
Generi di conforte
Muso Records/Venus - 2011 Nei
negozi di dischi
Tracklist
01
In caccia di te
02
In equilibrio (cadendo nel blues)
03
Dubbi
04
La ballata di piazzale Maciachini
05
La ballata del Paolone
06
Balla
07
Macaria
08
Storia della morte e del suo amore
09
Inno alla follia
10
Manila
“Le
dieci tracce che compongono “Generi di conforto” hanno
a mio parere le stesse caratteristiche del cioccolato, delle sigarette,
di un cordiale sorseggiato quando fa freddo, di una coperta sotto
cui addormentarsi, di un fuoco e di un abbraccio. Di conforto appunto”.
Così
lo stesso Folco Orselli definisce, nel comunicato stampa, il suo
nuovo disco “Generi di conforto”, un disco autoprodotto
per la sua neonata etichetta discografica Muso Records.
Come dargli torto,
questo è un disco maledettamente bello, irrinunciabile.
Ecco, se dovesse davvero arrivare la fine del mondo nel 2012,
come previsto nella profezia dei Maya e mi dicessero, guarda puoi
portarti con te solo una cinquantina di dischi, io a questo genere
di conforto non rinuncerei.
Detto questo, ciò
che più fa specie è che un disco così ben
realizzato, debba uscire come autoprodotto e che nessuna etichetta
discografica di un certo livello possa essere stata interessata,
ma questa è un’altra storia, torniamo al disco.
Cominciamo dal bel
libretto che, dal punto di vista pittorico, in copertina e contro
copertina vanta due splendide opere di Renzo Bergamo. La copertina
è un ritratto di Folco, dipinto da Bergamo durante una
delle loro, tante amichevoli sedute spese a parlare della vita
e, l’altra, è un’opera gentilmente concessa
dall’Archivio Renzo Bergamo, per gentile concessione di
Caterina Arancia Bergamo, moglie del pittore.
Non possiamo però
fermarci al pur bell’involucro, perché è il
contenuto a rendere unico questo disco.
Mi concedo
però ancora qualche premessa. Il disco ha una genesi piuttosto
particolare, è stato pensato e scritto interamente in un
trullo vicino a Martina Franca, qui Folco e Vincenzo Messina,
arrangiatore e co-produttore del disco, si sono rifugiati per
scrivere questi dieci brani, dando libero sfogo alla loro creatività,
che ha così partorito arrangiamenti straordinari, pensati
per sfruttare al meglio la capacità di creare magiche atmosfere,
piccole sfumature che solo un’orchestra d’archi può
avere. Si, perché occorre dire che, malgrado si tratti
di un’autoproduzione, Folco non s’è fatto mancare
nulla e per la realizzazione di questo disco s'è avvalso
anche dell’Orchestra Cantelli, cinque primi violini, quattro
secondi violini, quattro viole, due violoncelli e un contrabbasso
che, guidati da Vincenzo Messina, hanno distribuito con generosità
pennellate di colore, lampi di luce, zone d’ombra, realizzando
un lavoro prezioso.
La
macchina sonora ha poi visto all’opera ottimi musicisti,
per lo più di matrice jazz, come Stefano Bagnoli alla batteria,
Marco Ricci al contrabbasso, Giorgio Secco alle chitarre, Pepe
Ragonese e Daniele Moretto alle trombe, Luciano Macchia al trombone,
Valentino Finoli al sax, senza dimenticare lo stesso Vincenzo
Messina che vanta un passato e un presente di collaborazioni con
Zucchero, Renga, Terence Trent D'Arby e che, in questo progetto,
si è destreggiato tra hammond, piano e programmazioni.
Non siamo
però ancora giunti al nocciolo della questione, perché
a rendere in qualche modo straordinario questo disco, non è
tanto il corollario, bensì la manciata di canzoni, dieci
per la precisione, che lo compongono.
Canzoni nate da questa premessa, come scrive ancora Folco:
“È
possibile ricreare su un disco la commozione trasportata che ci
coglie quando, seduti in un cinema, veniamo coinvolti dalla trama
e dai personaggi immedesimandoci in loro, partecipando alle loro
gioie e ai loro drammi con il solo ausilio di musica e parole
e, quindi senza immagini? È possibile scrivere canzoni
partendo dalla “visione”, cercando di creare intorno
all’ascoltatore un paesaggio visivo attraverso l’uso
di un’orchestra d’archi? Musica come colonna sonora
cinematografica al testo?”
Folgorato sin dal primo
ascolto, dopo un crescendo continuo di piacere ai successivi passaggi,
direi che tutto ciò è stato possibile e si è
realizzato in questo disco, in cui le musiche hanno una valenza
unica, una forza evocativa straordinaria che suggerisce, che sottolinea,
che svela e cela continuamente, in un gioco di rimandi.
Tutto s’incastra
alla perfezione in questo mondo visivo e visionario al tempo stesso,
ma tutto questo è stato possibile grazie anche alla presenza
di testi che, rispetto al passato, hanno abbandonato totalmente
forme limitative come il bozzetto o la caricatura, per farsi invece
pienamente maturi, riflessivi.
La stessa voce di Folco
è si calda ma mai forzata come spesso gli accadeva nei
precedenti lavori. Da questo punto di vista direi che l’ombra
di Tom Waits s’è totalmente diradata e ne è
uscito il vero volto di Folco, quello di grande e raffinato chansonnier.
Non sarà certo
un caso se, nel 2008, Folco Orselli s’è aggiudicato,
unico nella storia del Musicultura, a vincere tre differenti e
importanti premi contemporaneamente nella stessa edizione, il
“Premio della Critica”, quello di “Miglior Testo”
e di “Vincitore Assoluto votato dal pubblico” con
il brano “L’amore ci sorprende”.
A questo punto però,
vi starete chiedendo, bello tutto ciò, ma le canzoni?
Mi verrebbe voglia
di non dire nulla e lasciare a ognuno il piacere di scoprirle,
una a una, perché qui non c’è proprio nulla
da buttare e il preferire una canzone piuttosto che un’altra
è solo questione di gusti personali.
Mi limiterò
ad alcune suggestioni, perché come si può restare,
ad esempio, indifferenti al suntuoso incedere della prima traccia,
“In caccia di te”, una grande
canzone d’amore, che si apre con tanto di rullo di gran
cassa seguito dall’orchestra d’archi a disegnare una
magica e sognante melodia, fino alla pausa e l’entrata della
calda voce di Folco a cantare questi versi “In caccia di
te / tradotta in qualche lingua / che a volte scusa ma / io non
comprendo / è inutile spigarmi il verso / non sembra appartenere
a te questa rima”, il tutto sopra un tappeto di fiati. Migliore
inizio non poteva esserci.
Sublime,
direi molto anni ’40-’50, “In equilibrio
(cadendo nel blues)” mi ricorda lo stile di
Lionel Hampton, non ha una nota fuori posto, tutto è in
equilibrio come sospeso su un filo. Mirabile l’inizio “E
se, e noi / era per ieri e non, / per ora, per sempre / solo per
domani” così come la conclusione “Ma se, se
noi / riusciamo a dirci che / non è adesso qui il nostro
destino / che nella solitudine / si riesce a percepire che / più
siam lotani e più siamo vicini”. Tutta la fragilità
e la forza dell’amore nel medesimo istante. Fantastica la
presenza “vibrante” dell’hammond di Messina.
Un po’
tex-mex, “Dubbi” lascia
indubbiamente più spazio ai fiati e alle chitarre. Da annotarsi
questo passaggio “Alla mia sete porterò / un piatto
caldo da mangiare / e alla mia fame poi darò / un otre
intero da cui bere”. Difficile nella vita far combaciare
sogni e realtà.
“La
ballata di piazzale Maciachini” è un
azzardo, il voler dimostrare che anche da un insignificante posto
della periferia di Milano (la città di Folco), se guardato
con occhi diversi, in questo caso quelli davvero sensibili di
Folco, è possibile trarre bellezza e poesia. Davvero sugli
scudi l’hammond, la sezione fiati e quella ritmica costituita
da batteria e contrabbasso. E’ forse l’unico episodio
del disco che, per stile, ricorda un po’ il passato di Folco,
resta il fatto che è suonato divinamente.
Con “La
ballata del Paolone” si torna al versante
più intimista, quello forse più congeniale a Folco,
anche se non manca qualche sprazzo, seppur brevissimo, davvero
brioso e spumeggiante all’interno di questo brano che racconta
la storia di un barbone e del suo grande amore per Marisa. La
donna, anche lei una barbona “adesso è innamorata
del barone / lu ch’el ga pusé del can che del cristian”,
ma poi finalmente tornerà da lui “Tu tornerai per
dormire nei vagoni / tornerai per questa vita da barboni / tanto
un giorno in quella vita dei signori / scoprirai che erano i tuoi
i più bei tesori”. Commovente.
“Balla”
è l’episodio più folk blues del disco, le
chitarre elettriche primeggiano pur restando morbide e suadenti,
l’amore si fa passionale ma anche pieno di speranza “E
quando l’aria sarà dura / e le tue guance bagnate
/ sulle paure gira la tua gonna / saranno dimenticate / Balla
che sei diversa / hai il sapore del sole”. Trainante.
“Si
alzano le code delle giacche / sotto questo vento che ci sbatte
/ sfoglia lascia nudi senza foglia / in quell’attimo di
pace che rimane”, con questi versi si apre invece “Macaria”
e, dopo le note interlocutorie del pianoforte, è già
magia. Splendida l’atmosfera quasi sospesa di questo brano
che racconta del desiderio di sognare, di volare, viaggiare senza
meta per tornare e raccontare “Vecchie storie di balle marinaie
/ che son vere e che ci puoi giurare”.
“Storia
della morte e del suo amore”, a tratti epica,
a tratti straziante, quasi morriconiana nel suo lento e maestoso
incedere, è il magnifico e poetico racconto dell’incontro
tra la morte e un giovane del quale s’innamora ma che, ovviamente,
poiché morte, non potrà mai amare “No l’amore
no / lasciami andare / che morte sono e non potrò mai amare
/ No l’amore / non posso fare / che mai provai nessun più
gran dolore”. Superlativo!
Folle come lo è
in fondo, umanamente pensando, la morte, è “Inno
alla follia”, un pezzo che si regge su una scrittura musicale
e degli arrangiamenti che sono a dire il vero anch’essi
folli ma che, come in una magica alchimia, funzionano alla perfezione.
C’è pathos, c’è lucida follia, c’è
tutta l’umanità dell’affrontare il baratro
del nulla dopo la morte “Oh che gioia / ma dove porterà
/ questo calor che interno mi divora / fino alla cenere / dell’immortalità”.
Bellissimo,
infine, il conclusivo “Manila”,
lento, ricco di suggestioni, il racconto di un amore che è
stato e non è più, rovinato dai pettegolezzi, dalle
cattiverie gratuite. Bellissima è la conclusione, quel
voler superare ogni difficoltà, quel passaggio dall’essere
due individui all’essere un solo noi “Ma il tuo ricordo
lo tengo nel cuore e non me lo ruberanno mai / La tua collana
la porto sul cuore e non me lo ruberanno mai / il nostro amore
lo tengo nel cuore e non me lo ruberanno mai / non ci ruberanno
mai”.
Lo solo, le mie dovevano
essere solo piccole suggestioni, ma è difficile trattenersi
quando capita tra le mani un disco capace di far sussultare il
cuore, di far vivere emozioni profonde e sincere.
Ecco, ciò che
più apprezzo di questo disco è proprio la sincerità
d’intenti, non c’è mai la volontà di
voler stupire a tutti costi, semmai il desiderio di comunicare
le emozioni vissute dall’autore stesso attraverso altri
canali, in questo caso il cinema. Se l’intento era questo,
direi che il risultato è superlativo, perché in
più passaggi si ha proprio l’impressione di essere
immersi in un film, si potrebbe quasi parlare di musica in 3D,
dove la terza dimensione è quell’immaginario visivo
che si genera nell’ascoltare questi dieci brani.