Eugenio
Ripepi
"La buccia del buio" Cni - 2011 Nei migliori negozi.
Tracklist
01
La
luce scalza
02
Pioggia
a Falluja
03
Scomparso
04
Trasparente
05
Quando
i tegolini erano quadrati
06
Pioggia
a maggio in un pomeriggio
07
Un
venditore di bonsai
08
Il
cantautore non è un mestiere
09
Stanno
già finendo i viveri
10
Scarpe
di colla
11
Ti
prego amore smettila
12
E
nessuno
13
L'ultimo
indirizzo del Salvatore
14
il
fiato scuro dell'asfalto
15
Fortuna
bruna
Partiamo
dal contrario. Prendiamo l'ultimo
brano: "Fortuna bruna". Un'inizio lento, ma di atmosfera
che si protrare fino a metà brano, poi di colpo si cambia
scenario sonoro e parte un ritmo tribale africano e un coro in senegalese,
poi nel finale torna il clima dell'inizio: "Cielo a stelle
americano / dai da bere al mondo umano / Lancia forte via la luna
/ come un'altra bomba a mano / Porta giù fortuna bruna /
per un nuovo posto sano / tolta a un angolo africano / più
lontano. Più lontano". E' già facile capire da
qui che non siamo nel cuore di una produzione mainstream. Non siamo
di fronte al classico brano di esordio di un giovane poppettaro
da classifica, ma di un autore che, per quanto giovane, cerca di
dire la sua sul mondo. E lo fa un gran bene. Eugenio Ripepi, ligure
di Calabria, convince appieno.
Eugenio Ripepi è personalità multiforme
e interessante: nasce, ariete, nel 1979 a Reggio Calabria, dove
vive fino a 18, poi si trasferisce a Venezia, dove inizia a fare
teatro e quindi a 23 anni arriverà a Imperia, dove resterà
per i succesisvi 10 anni fino ad adesso, mettendosi in luce come
regista, attore, autore di libri di poesie (due e un terzo in preparazione)
e, nel tempo libero (quale?) prende una laurea al Dams con una tesi
di buon auspicio: "Le idee musicali di Fabrizio De Andrè
- Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in
qualche modo incominciare una chitarra", premiata col
110 e lode e la pubblicazione. Se non è un bel modo per presentarsi
alla ribalta questo, non so cosa lo sia. Per debuttare Ripepi ti
sforna un album ricco di 16 pezzi, che assomma poco più di
un'ora di musica, tanto ricco di idee che basterebbe per riempire
4 o 5 album di Ligabue (tanto per dirne uno. Ed educarne cento).
Insomma, questo "La buccia del buio"
è uno dei migliori esordi di quest'anno e merita di essere
ascoltato con attenzione, precisando già in partenza, che
anche solo dalla lettura dei testi si può capire che l'Eugenio
(era ora che arrivasse un nuovo Eugenio nel panorama musicale italiano)
non è uno che fa le cose a capocchia. Testi di assoluta dignità
letteraria, appoggiari a brani che ricordano De Gregori, Dylan e
Bennato, forse più che De André, ma dalla grande cantabilità
e, dato che non disdegno, dalla voglia di impegno non secondaria.
E
veniamo alle singole canzoni. Sono tante: 16 canzoni, da perdersi!
Un numero da Van De Sfroos! Su una massa così grande è
naturale che qualcuna sia meno riuscita o meno interessante, ma
il livello medio è alto, sia quando si prendono derivazioni
più pop (come "La luce scalza"
o "Ti prego amore smettila")
sia quando la deriva è pèiù direttamente cantautorale
(come "Un venditore di bonsai"
o "Il cantautore non è un mestiere"
o "Scarpe di colla"). Spicca
nella sua diversità "Scomparso"
che è un brano dal coté rock, abbastanza fuori luogo
in un album dal tono generale molto rilassato. Però brano
tutt'altro che pleonastico o poco interessante.
"La luce scalza" è il
brano di punta e anche il singolo e il video. Ottimo brano che gli
archi poppettizzano nel ritornello. "Lei dice che stava
in un angolo / senza un ombrello e piovevano guai / quando due ali
allacciate ad un angelo / hanno deciso di scegliere lei".
Più interessante è la successiva "Pioggia
Felluja": "Posti di blocco / sguardi
cattivi / passi esplosivi / mobile asfalto". Da qualche
tempo in qua, le guerre che gli italiani vanno in giro a portare
per il mondo (dal Kossovo, all'Iraq, all'Afghanistan, alla Libia)
hanno creato una nuova figura letteraria: il soldato di pace. Che
generalmente muore. "Pioggia a Falluja" è un lento
inclemente, che ti prende e ti addossa un po' di malumore. Obiettivo
raggiunto.
"Trasparente" è una delle
canzoni più belle dell'album. Fresca e vagamente jingle jangle,
neanche fosse un pezzo dei Byrds! "La tua grazia ti accompagna
/ come il tempo segue il mare / tu sei il fuoco ed il la legna /
che non muore nel bruciare". Sì, è una canzone
d'amore. E dove mai sarebbe scritto che debbano necessariamente
essere brutte o poco interessanti? "Quando i tegolini
erano quadrati" è invece un bel viaggio
nella memoria. Un po' un "come eravamo" senza bisogno
di Carlo Conti (e nemmeno di Robert Redford). Un viaggio acustico
nell'infanzia che sa di fresco e di buono finché ce n'é.
Anche per chi, come me, neanche sa cosa sono (o sono stati) i tegolini.
Noi che veniamo dall'epoca del pane-burro-e-zucchero.
"Pioggia a maggio in pomeriggio"
mantiene quello che promette nel titolo. Brano malinconico e un
po' rarefatto. "Pioggia strana / su due menti / che si
bussano alle porte / Sopra un tavolo ingredienti / spettinati dalla
sorte". Cantata quasi in falsetto si evolve un po' troppo
poco per convincere fino in fondo. "Un venditore
di bonsai" è invece un altro dei miei
brani preferiti. Una sorta di blues obliquo, con tanto di armonica,
violino e chitarra. "Canta alle sue piante / un venditore
di bonsai / trante vie distanti / non si incontrano mai".
Ma è il canto che trascina via con sé. Eugenio Ripepi
sa dove sta di casa la delicatezza e la pratica senza risparmio.
Piccolo gioiellino. Canzone per l'estate.
"Il cantautore non è un mestiere".
E qui entriamo in orbita Edoardo Bennato. Stessa voce, stessa ironia
feroce, verso un mestiere che ... non è un mestiere al contrario
de "il carpentiere, l'ingegnere, il generale, il cacciatore,
il calciatore, il criminale, lo scocciatore, il muratore, lo spacciatore
... ma non il cantautore": Divertente e "infettiva"
"Stanno già finendo i viveri".
Bella "Scarpe di colla", un
po' qualunque "Ti prego amore smettila",
mentre "E nessuno" ha molto
più da raccontare, con un incedere vagamente battistiano.
Ancora meglio "L'ultimo indirizzo del Salvatore",
altro piatto forte del mazzo. Un bellissimo testo al servizio di
una musica obliqua, caratterizzata da l'armonica di Ripepi, il sax
ricurvo di Claudio Lugo, il respiro, il daf e la mascella d'asino
di Marco Fadda e la chitarra di Simone Mazzone. Brano tanto sghembo
quanto suggestivo. Poco da dire sul "Fiato scuro
dell'asfalto" e "La pelle ammaccata
del cielo": arrivano dopo troppe canzoni e non hanno
la forza per staccarsi da terra. Di "Fortuna bruna" abbiamo
parlato all'inizio e qui chiudiamo il cerchio. Con grande piacere.
C'è ancora chi ha da dire. Ascoltiamolo.