Paolo
Conte
"Nelson" Universal - 201o In tutti i negozi di dischi e pure nei supermercati
Tracklist
01
Tra
le tue braccia
02
Jeeves
03
Enfant
prodige
04
Clown
05
Nina
06
Galosce
selvagge
07
Storia
minima
08
C'est
beau
09
Massaggiatrice
10
Sarah
11
Sotto
la luna bruna
12
Suonno
'e tutto suonno
13
Los
amantes del mambo
14
L'orchestrina
15
Bodyguard
for myself
Arriviamo
buoni ultimi a parlare di Paolo Conte e del suo ultimo album, "Nelson",
uscito in ottobre e poi ripreso in mano in questi giorni di scelte
per le Targhe Tenco. No, non lo abbiamo scelto, ma lo abbiamo ascoltato
con piacere crescente. Nelson è un'altra collezione di routine
eccellente di Paolo Conte, composta da 15 pezzi impeccabile cullati
dalla sua passione cosmopolita per la musica e per il vecchio mondo:
un universo di vaudeville, chanson, jazz, ragtime, milonga e valzer,
tutto fatto nell'unico modo possibile, quello di Paolo Conte.
Dedicato
a due amici scomparsi da poco, come il suo cane Nelson, ritratto
in copertina e a cui è dedicato i lavoro (anche se di cani
qui non si parla mai) e il suo manager di sempre, Renzo
Fantini, nella discografia Conte questo album si
colloca a brevissima distanza da "Psiche" (solo due
anni) e a sei da "Elegia". Dopo il silenzio di nove
anni che era seguito a "Una faccia in prestito"
del 1995, con pubbliche dichiarazioni di stanchezza compositiva,
l'avvocato ritorna con tre album di inediti in sei anni. Il fatto
più rilevante è forse questo: che un signore di
73 anni, perfettamente tenuto, abbia ancora voglia di incidere
un disco di canzoni e soprattutto di scriverne. Se si parte da
questa considerazione non si può che ritenere "Nelson",
nel suo genre, un piccolo miracolo.
Infatti, se non ci sono particolari spunti di novità (ma
è giusto attenderseli da Conte che ormai è un classico
e si gode con piena ragione questo status?) l'album ha sunti che
non sfigurano affatto nel canzoniere dell'avvocato di Asti. Si
possono facilmente identificare cinque o sei canzoni che sono
destinate a lasciare un segno, un piccolo graffio, un sussulto
dell'anima, anche se non destinate a mutare il senso della storia
né l'interpetazione che della musica e delle canzoni di
Conte si possono fare. "Clown",
per esempio, è un piccolo classico tra i lenti di Conte,
degno di stare vicino ad altre memorabili composizioni assimilabili.
"Sotto la luna bruna" è
un divertissement scatenato, che fa venir voglia di battere il
piede a tempo e di ululare a tono col cantante della storia intessuta
di cineserie e di esotismi da due soldi, di quelli che piacciono
al suo (quasi) conterraneo Umberto Eco e che risalgono alle letture
giovani di Cino e Franco se non di Salgari. Il tono del canto,
roco e cupo, e le percussioni ossessive ricordano Tom Waits, il
migliore dei Tom Waits. Ancora un gioiello minimalista è
"L'Orchestrina", dedicata,
come spiega una nota sul disco a Dino Crocco. "Dino Crocco
- spiega Paolo Conte - era un carissimo amico, oltre ad essere
il capo di un’orchestrina che suonava nelle belle sale da
ballo italiane negli anni Sessanta. Ho dedicato a lui questa canzone
che si chiama “L’orchestrina” perché
mi riporta a quegli anni, quando io seguivo queste orchestre e
osservavo cosa succedeva nell’orchestra e intorno all’orchestra".
E quel clima torna tutto. Personalmente, ma abbastanza isolata
in questa passione, rispetto all'intero mondo critico, ritengo
che sia una piccola perla anche "Los amantes
del mambo", con quel tono soffuso di taffetà,
quelle sue abat-jour a mezza luce e quel sapore di notte peccaminosa
che la accompagna.
Fin qui le note positive. Ma ce ne sono anche tante altre meno
consolanti: "Jeeves" è
estremamente di maniera (e ricorda in maniera preoccupante "Bartali"),
mentre difficilmene tollerabile è il brano in napoletano
"Suonno 'e tutto suonno",
di cui si può dire solo che è brutto, noioso, poco
ispirato e cantato con un brutto accento napoletano, falso, dal
primo "suonno" all'ultimo "fantasia". Una
vera cagata, potremo dire, non temessimo di essere accusati di
lesa maestà. Poco, pochissimo sugo trovo anche nelle escursioni
nella altre lingue:l'inglese di "Bodyguard of
myself" e di "Sarah", il francese
di "C'est beu", dove peraltro
Paolo Conte si limita a ripetere il mantra "Osage",
tribù di nativi americani che viveva lungo il corso dell'Ohio
River (difficile indovinare cosa c'entri col brano) e una volta
sola a sillabare "Manitou". Si sarà divertito
moltissimo a farla, ma il testo è proprio un assemblare
parole amate in francese in una salsa, anzi in un boullion un
poco indigesto. "Pour goûter un bon bouillon /
il faut mettre dans ce bouillon / les légumes de toutes
les saisons" (per godere di un buon brodo / devono essere
messe in questa zuppa / verdure di tutte le stagioni). Divertente,
certo, si può allora anche chiudere, "come dicono
gli indiani / E' bello / Osage", ma il rischio che non voglia
dire niente è fortissimo.
"Storia
minima" peraltro non arriva a sollecitare la
soglia dell'attenzione. Viaggia bassa, col gas al minimo, poche
parole, poca musica, pochi minuti (2'34"), come merita probabilmente
una storia minima. Anche se, si è dimostrato spesso, che
quando si ha voglia di raccontarle le storie minime possono diventare
facilmente momenti di narrazione alta. Non è il caso di
questa canzone. "Ci sono tempi in cui / girano storie
minime / ma questa è storia mia / è sempre stata
mia" e amen.
Delicata è invece "Tra le tue braccia",
uno dei pochi testi di quest'album che usa qualche ricercatezza
contenutistica: "Scuserai / questo inverno di foglie
/ e i pensieri che / vanno scalzi per lontane vie / via da te...via
da me... / è un privilegio stare con te, / dolce persona
vicino a me". E' notorio che Conte afferma di non sapere
scrivere canzoni personali, ma in questo caso sembrerebbe quasi
che ci sia un'eccezione e che la destinataria possa essere la
signora Egle che da sempre vive al suo fianco. D'altra parte,
giura Mollica, anche "Gelato al limon" era un'altra
eccezione ed era dedicata a lei.
Peraltro Conte invece conferma se stesso nella predominanza della
musica nella sua arte. Diceva l'avvocato a Enrico De Angelis in
un'intervista per l'Isola che non c'era: "A me diverte scrivere
musica, voglia di scrivere parole non ne ho mai". E da altre
parti parla della musica di una canzone come la colonna sonora
di un film. Siamo sempre a questo punto. La musica è narrante
e la parola fa da sottotesto, da suggestione, da abracadabra della
memoria. Per questo è così ricercata e desueta a
volte. Sì, Conte quello del ratafià e del macadam
cosa ci infila in Nelson? Ci mette il "sortilegio",
l'invisibilità del clown, il "merluzzo di Shanghai"
di "Sotto la luna bruna", il "grammofono e il megafono"
di "Jeeves", le "galosce e il selciato" di
"Galosce selvagge", "la
corriera, i carretti e l'italiano d'amor / furtivo e tentator"
di "Nina" (ecco un'altra bella
canzone, ammantata di memoria del tempo che fu). Poi abbiamo l'Osage
che fa tanto indiano di "C'est beau". Piccoli tocchi,
colori sulla tavolozza che danno una spezia in più alle
musiche, ma sono sempre e sono sempre state le musiche il tessuto
trainante.
Sì,
"Nelson" ci ha fatto faticare, perché,
a ritmi alterni, ci ha stregato ed allontanato. E' stato un disco
amato e respingente. E' un disco comunque che non si può
ascoltare sempre, in qualsiasi stagione, con qualsiasi tempo e
a qualsiasi ora del giorno. Bisogna aspettare il momento giusto,
quando lui ha voglia di venire da te e quando tu hai voglia di
andare da lui. Quando lui, vecchio cane pulcioso, vuole farsi
spulciare e quanto tu, vecchio artista di tabarin, hai voglia
di coccolarlo. Così anche questo disco: non carezzatelo
contro pelo, non pretendete che scatti a prendere il bastoncino
lanciato, ma può accompagnarvi acamminando al vostro canto.
Come un perfetto cane inglese.