
Ascolti collegati
Crediti:
Parole
e musica di Peppe Voltarelli tranne “Gli Anarchici”
di Leo Ferrè
Musicista
Peppe Voltarelli: voce, percussioni (1, 13), chitarra classica
(2), chitarra (4, 5, 6, 7, 9, 12), fisarmonica (6, 7, 9, 10),
fischio (8) AM Finaz: voce (1, 13), chitarra percossa (1, 8, 13),
chitarra elettrica (2, 7, 8, 10, 11), mandolino (2, 5, 7), chitarra
manuche (3), chitarra acustica (4, 9, 10), chitarra silde (5),
percussioni (5), chitarra flamenca (8), chitarra classica (11,12)
Roberta Carrieri: voce (1, 11,13) Italo Andriani: basso (2, 8)
Marco Bachi: contrabbasso (3, 9, 10, 11, 12) Gianni Cerone: batteria
(3) Raffaele Brancati: flauto (5), clarinetto (7) Enriquez: voce
(6) Marco Calliari: voce recitante (10), mandolino (10) Pasquale
Caruana: registrazioni a Montreal (10) Ester Kocìckovà:
voce recitante (12) Paolino Baglioni: cajon (12), percussioni
(12)
Produzione artistica
e arrangiamenti: AM Finaz e Peppe Voltarelli
Prodotto da Francesco Barbaro
Edizioni Danny Rose tranne “Gli anarchici”
Registrato e mixato da Emilano Garofoli al KOAN studio di Firenze
nel gennaio 2010-07-21 Fotografie Giada Ripa di Mena
Artwork Emidio Giovannozzi
Disegni Andrea Tarli
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Malà
Strana è un quartiere di Praga, nel cuore vecchio di quella
città un po’ magica alle pendici del Castello. E che
c’entrerà mai la fredda Praga con l’anima mediterranea
dei Peppe Voltarelli, si domanda subito l’ascoltatore vedendo
il titolo del secondo disco da solista dell’ex frontman del
Parto delle Nuvole Pesanti (a tre anni da "Distratto ma però")?
C’entra e non c’entra. Nel senso che Praga è
una tappa del viaggio, che è un po’ il tema dominante
di questo disco, il viaggio dell’emigrante, di chi ce l’ha
un po’ scritto nel destino l’eterno movimento, il distacco
dalle radici (e il continuo ritorno ad esse). Il destino di chi
deve andare sempre avanti (“Iamavanti”, appunto, la
canzone con cui si apre e si chiude il disco, una specie di motto).
In qualche modo un proseguimento del discorso sull’identità
aperto già all’epoca del Parto e proseguito con “Distratto
ma però”.
Tredici canzoni
per altrettante tappe, dunque, in cui Peppe, accompagnato dalle
chitarre di AM Finaz della Bandabardò, esplora confini
e coltiva nostalgie. Il racconto del viaggio (in italiano e in
calabrese) passa per la descrizione degli stati d’animo
dell’emigrante, ma anche della critica senza sconti all’Italia
che ci si lascia alle spalle. E anche dell’amore.
Partendo dal ritmo vagamente reggaeggiante alla Manu Chao di “Canto
mo” (che racconta la malinconia di chi parte
e sembra non arrivare mai), passando per lo stile manouche di
“Scarpe rosse impolverate”
o per il delizioso valzerino strumentale di “Coup
de coue a Montreal” o, ancora, per i ritmi
andalusi de “Il paese dei ciucci”
(dove Peppe usa uno dei registri che gli è più congeniale,
quello dell’ironia un po’ feroce).
Ci sono poi la malinconica “Quanto ni vo”,
la trascinante e amara “Sta città”,
“Gli anarchici”, rifacimento
di un classico di Leo Ferrè (cantato insieme a Erriquez
della Bandabardò), la bellissima e struggente “Marinai”
(ancora il tema del viaggio...), la trascinante e rabbiosa “Fiore
ca balla”, la riflessiva “Abbandonarsi”,
per chiudere con la tappa praghese, la title track “Ultima
notte a Malà Strana” (impreziosita
dalla voce recitante dell’attrice e cantante Ester Kocickova).
Il disco, lo si capisce,
è anche frutto di viaggi non solo dell’anima, di
spostamenti e concerti in Europa, Stati Uniti, Argentina, Canada
e Messico e di un lungo soggiorno a Berlino. È un disco
di un viaggiatore, che riflette, in maniera semplice ma non banale,
sull’identità e lo fa anche attraverso l’uso
della lingua. Il calabrese (cinque canzoni su 11 sono in “lingua”)
non è un calabrese arcaico, ma una miscela moderna, il
dialetto dei montanari scesi alla marina, quello dei contadini
urbanizzati, la parlata di chi difende la propria identità
anche in luoghi lontani da quelli in cui si è formata.
E che diventa un veicolo ideale per le storie viaggianti di Peppe.
Dal punto
di vista musicale è un disco scabro ed essenziale: pochi
strumenti (chitarra, mandolino, flauto, contrabbasso, percussioni,
qualche fisarmonica), per tenere sempre in primo piano la voce
di Peppe, potente, accattivante, istrionica, capace di muoversi
su registri diversi con uguale convinzione.
A supporto ci sono le chitarre di Finaz e un’aura mediterranea
capace di aprirsi alle contaminazioni senza perdere la sua solarità
di fondo. Non siamo di certo nei territori dei capolavori, ma
sicuramente in quello dei prodotti che sanno unire intelligenza
e godibilità, nei suo 41 minuti. Al secondo passaggio sul
lettore cd “Ultima notte a Malà Strana” è
già da canticchiare. Ideale per un’estate assolata,
per terrazze sul Mediterraneo o per viaggiare sapendo che tutti,
in fondo in fondo, siamo un po’ emigranti.
Peppe
Voltarelli
“Ultima notte a Malà Strana”
OTR Live/ Universal – 2010
Nei negozi di dischi
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