Una Brigata
di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
Le
BiELLE RECENSIONI
Unfolk:
"The venetian book of the dead" Disturbante,
ammagliante, intrigante di
Leon Ravasi
Ascolti collegati
Estasia
Stasi
Artemoltobuffa Stanotte/stamattina
Andrea Chimenti Vietato
morire
Cesare Basile Gran Calavera elettrica
Endura
Le mots, la nuit, la danse
Dissoi logoi III
Musicisti:
The
"Unfolk Collective" Is Alessandro Monti, Kevin Hewick,
Romina Salvadori, Riccardo De Zorzi, Camomatic, Madriema, Gigi
Masin, Kar, Bebo Baldan, Halo Xvi, Bob Brian, Mono-Drone, Franco
Moruzzi, Paolo Vianello, Alex Masi, Marco Giaccaria, Jurj Luisetto,
R.S. Duane
Alessandro Monti (electric guitars & synthesizers, acoustic
& electric mandolin, bass guitar & organ); Kevin Hewick:
vocals & improvvisations; Bebo Baldan (tabla & drums)
; Bob Brian (guitars & electronics) ; David Mora (electric,
acoustic & slide guitars, processing) ; Franco Moruzzi (drums)
; Halo XVI (all other instruments & arrangement); Jurj Luisetto
(cellos); Madriema (guitars, synthesizers & live mix); Marco
Giaccaria (electric violin) ; Mono-Drone (random synth notes)
; Paolo Vianello (drums) ; R.S. Duane (guitar solo) ; Riccardo
De Zorzi (acoustic & electric guitars & keyboards).
video created by Bob Brian, diplofilm 2010
Produced by Alessandro Monti for diplodisc
Poetry & visions by Kevin Hewick
Arrangements by Unfolk collective & Kevin Hewick.
Recorded & mixed from winter 2006-2007 to summer 2009 at Bienixarte
- Mestre (Ve). Engineering Riccardo De Zorzi. Mastered by Jon
Astley at Close to the edge, Twickenham, Middx (U.k.) august 2009
Tracklist
01. Cicatrice del tempo
02. The radioacrive man
03. Black Tar Lagoon:
04. Bedroom Discotheque
05. Dust to dust
06. The cover up
07. Transferibile (esp mix)
08. Early grave
09. Destinazione astrale
10. A Limited Edition Of One
11. Someone Is Always Screwing Someone
12. Tutte le cose lasciate in sospeso
13. Cancer of the con science
14. Forgive
15. Natura distorta
16. The wave that speeds to shore
Non
è un disco facile, né semplice, né accomodante.
Anzi, potenzialmente è un disco disturbante, irritante
ma di sicuro geniale. Ed è un disco importante. Uno di
quelli di fronte ai quali è necessario mettere in atto
le diverse tecniche di confronto: l'ascolto puro e semplice, la
comprensione, l'assimilazione, la digestione e infine la fruizione.
E' un'opera unitaria che ispirandosi al libro tibetano dei morti,
rende omaggio in forma poetica "alle vittime del petrolkimico".
"Questa é una storia vera e comune a
molti paesi - scrive Alessandro Monti sul suo MySpace - A metà
degli anni sessanta, l’industria chimica internazionale
fece una scoperta inquietante: esisteva un collegamento tra il
CVM (cloruro di vinile monomero, elemento base nella produzione
del PVC, una delle plastiche più largamente utilizzate
al mondo), e molte patologie che si erano manifestate nei lavoratori
di un certo numero di impianti. Studi sugli animali, eseguiti
per conto degli imprenditori chimici europei e MANTENUTI SEGRETI,
mostravano che livelli di esposizione al cloruro di vinile anche
minimi potevano provocare tumori (materiale tratto da Internet).
Questo é il soggetto del secondo capitolo Unfolk: un tributo
alla mia città, ai lavoratori e cittadini scomparsi ma
anche all'amato vinile..."
Il vinile quindi, contemporaneamente, oggetto di culto, utilizzato
per l'ascolto della musica e il divertimento e il vinile come
strumento di morte. Immaginerete certo che partendo da questi
presupposti l'album non possa essere di quelli da "Ascoltiamolo
in sottofondo". No, silenzio religioso e partecipiamo al
rito. Almeno la prima volta. Che se poi ci si avvicina nel modo
giusto si scopre che Alessandro Monti e Kevin Hewick hanno fatto
le cose proprio per bene, fino a confezionare un'opera importante.
La strumentazione spesso è essenziale: un mandolino elettrico
o acustico, un basso, qualche tastiera e, a volte, una chitarra
elettrica o acustica. Da questa musica sospesa, scabra, impalpabile
e incorporea nasce l'attenzione e la partecipazione emotiva al
racconto. Muovendosi tra questi due estremi (l'opera di denuncia
e il tema mestro trattato) gli Unfolk riescono invece a produrre
un insieme di canzoni di buon livello che non creano un clima
funereo attorno alle esecuzioni, come forse il titolo del disco
e gli scheletri riportati in copertina potavano fare supporre.
La gentilezza dei toni e della musica, la capacità del
porgere e la grazia, anche verbale, dell'intero lavoro (che è
completamente in inglese, i brani in italiano che vedete nella
scaletta sono solo strumentali) contribuiscono a creare un clima
intenso e soffuso, adatto per la liturgia.
Cerchiamo di definire qualcosa, perché queste musiche sono
sabbia fragile che scappa sotto i piedi. I pareri critici raccolti,
commenta Monti sul sito, vanno da Pink Floyd a Vangelis, da Tuxedomoon
a George Harrison, dai Rem all'Incredible String band. "Sentivo
che suonava in modo piuttosto indefinibile - dice ancora
Monti - ma non avrei mai pensato che per la critica fosse
così difficile da descrivere! Secondo me é un buon
segno". Buon segno di sicuro, ma come circoscrivere?
Come muoversi per definire? Ascoltando di sicuro. Qualcosa dei
nomi citati c'è. Il problema è definire cosa. Il
tempo è rallentato, la bella voce inglese di Kevin Hewick
(un passato di cantautore di piccolo culto britannico e un presente
di brillante autore in coppia con Alessandro) fa pensare (e lui
stesso sul suo sito suggerisce il parallelo) a qualche atmosfera
dei Jethro Tull ("Avevo "Aqualung" in mente. Io
e Alessandro siamo figli di "Thick as a brick", "A
passion play", ma anche "Tommy" e "Quadrophenia").
Gli Who torneranno anche nel corso del lavoro che è stato
masterizzato presso gli studi di Twickenham, ex casa di Pete Townsend,
dove fu registrato "Tommy".
Né Alessandro Monti né Hewick sono dei ragazzini:
entrambi raggiungono i 50 anni: si sono conosciuti nel 2006, ai
tempi del primo lavoro degli Unfolk e sono rimasti in contatto
via social network per tutto questo tempo. Al momento di registrare
Unfolk 2, Monti ha chiesto ad Hewick di scrivergli le liriche
per un paio di pezzi, basati sulla vicenda del petrolchimico (anzi
"Petrolkimico", come è scritto sul libretto).
Il progetto è successivamente lievitato per stadi successivi,
fino ad arrivare alle dimensioni di un concept album. Ed è,
se vogliamo, impressionante, come un inglese sia riuscito a trovare
le parole per una tragedia tutta italiana. "Sono partito
da "Forgive", il brano che
significa "Perdona", perché dopo il tradimento
e il conflitto ci vuole il perdono o si muore con il cuore amaro
e contorto", scrive ancora Hewick."Una voce di tuono
mi ha parlato / di chi ha causato la mia infelicità / ho
pregato che il fulmine li abbattesse / e bruciasse le loro ombre
sulla terra / Perdonare - come posso perdonare? / Perdonare -
devo perdonare / non ci sarà pace".
Ma bellissimo (e tragico) è anche "The
radioactive man" (L'uomo radioattivo): "Guadagnarsi
da vivere così / non era proprio vivere / lui si lavava
e si metteva i vestiti puliti / prima di tornare a casa. / Ma
i suoi bambini lo chiamavano ancora "radioattivo" /
i bambini scappacavano dall'uomo radioattivo / e lui diceva /
"Correte via bambini o vi ammalerete come me / c'è
roba chimica dentro di me / dai miei pori ne esce l'odore / e
questo fa piangere vostra madre". Un quadro da "Ai
confini della realtà, eppure così presente, così
reale, così vero. Ancora notevole (guardate il filmato)
"Black tar lagoon" (la laguna
di catrame nero): "Assaggia i molluschi della laguna
di catrame nero / un piatto adatto agli scheletri alla festa della
morte / aria inquinata / Respiro contaminato / viviamo in una
nuvola di morte?"
Citiamo ancora "The cover up"
(la copertura). Ecco il testo integrale: "La fabbrica
della morte / nasconde gli assassini / è come una vera
storia di paura / che fa venire i brividi alla brava gente / milioni
di dollari / miliardi di lire / ma le vite non contano nulla per
gli assassini nascosti / Sappiamo qualcosa che non vi diremo /
più a lungo rimane il segreto, più riusciremo a
farla franca / conosciamo qualcosa / ma non faremo niente / e
contineremo a comportarci / come se non fosse successo niente".
Canzoni di denuncia, come si può vedere, ma anche musica
"strana", da ascoltare e meditare, ottenuta con pochissime
cose: spesso un basso e un mandolino e una voce carismatica. Vorrei
finire con una lunga citazione di Alessandro Monti, dal suo sito:
"Come essere umano e soggetto politico, volevo affrontare
se pur nel mio piccolo, il tragico tema del Petrolkimiko di Porto
Marghera (Ve), soprattutto alla luce degli eventi recenti. Nello
scrivere un brano come “Dal Libro Veneziano Dei Morti”,
mi é apparsa subito chiara la connessione tra l’atmosfera
in cui noi giovani crescevamo negli anni 70 e 80 e il ruolo dell’artista
oggi. Non c’é ombra di dubbio che questa musica abbia
le sue radici in un mondo alienato, devastato, mostruso e contorto
come quello in cui siamo vissuti; un mondo in cui il silenzio
della morte circondava tutto... anche se spesso l’apparente
caos della vita quotidiana puntava proprio ad allontanarne i problemi.
Non sarà mai abbastanza sottolineato quanto il comportamento
della classe dirigente dell’epoca nei confronti degli operai
e dell’intera cittadinanza sia stato criminale; nel nome
di un dannato profitto si é minata deliberatamente ed irrimediabilmente
la salute dei lavoratori (morti dentro e fuori le fabbriche),
della cittadinanza e di tutto l’ambiente (vedi discariche
abusive di rifiuti tossici ricoperte ad arte, magari proprio dove
ora giocano i nostri bimbi o i fanghi gettati in laguna che hanno
dato luogo a fenomeni mostruosi riguardanti la fauna e la flora).
I dati sulla nocività della lavorazione erano, ed é
stato provato, a conoscenza di tutti coloro che avevano in mano
la dirigenza degli impianti, e non solo in Italia. Tutto appare
oggi un irreale, lunghissimo incubo".
Questo incubo adesso assume la dimensione di un disco, un disco
concettuale che parla di rifiuti tossici, di profitto sulla pelle
dei lavoratori, in un clima musicale da dopobomba che troverei
splendida colonna sonora per un dramma di Samuel Beckett. Il libro
veneziano dei morti (titolo a ricalco su quello tibetano) è
uno degli album più significativi, più toccanti,
più violenti e delicati che mi sia toccato ascoltare e
che mi abbia toccato ascoltando. Non per tutti. Ma a chi piacerà
piacerà molto.
Unfolk
"The venetian book of the dead"
Diplodisc / Stella Nera - 2010 Nei negozi di dischi o sul
sito di Stella Nera o via
mail