
Ascolti collegati
Crediti:
Matteo Nahum: chitarra Marco Spiccio:
pianoforte e voce Federico Bagnasco: contrabbasso Stefano Cabrera:
violoncello Daviano Rotella: batteria Gianluca Nicolini: flauto
Franco Piccolo: fisarmonica Vittorio De Scalzi: voce Max Manfredi:
voce
Testi e musiche Cristiano Angelini, tranne 1 e10 (Angelini/Spiccio),
9 e 12 (Angelini/Nahum) e 6 (Avogadro, Pace, Russo), 4 (Angelini/Vittorio
De Scalzi.
Prodotto da Bruno Cimenti e Nives Agostinis
Direzione artistica e arraingiamenti Matteo Nahum
Progetto grafico: Roberto Cioni di Net Group Communication
Tutti i glockenspiel suonati sono di proprietà di Max Manfredi
Registrato tra novembre 2009 e marzo 2010 presso: Bagoon, laboratorio
musicale Genova; La facility musicale di ClaudiO Roncone, Genova;
Ateneo artistico Musicale, Genova e G&B Studios di Prato Carnico
(Udine)
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Tracklist
01. Il profumo del canto
02.
L’aroma del caffè
03. La juta di Klaus
04. La polvere dei guai
05. La conta dei passi
06. La libertè
07. L’iscariota
09. Aisha la maga
10. L’ombra della mosca
11. Il baro
12. Stagioni
Ghost
track: Le capitaine Lucien
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Viva!
Se tutti i debutti fossero come questo! Dall'esordio direttamente
a imperdibile. Volete sapere dove può andare, quale può
essere una delle possibili direzioni del cantautorato italiano
ascoltate "L'ombra della mosca". C'è tanto. La
scuola genovese che da De André sale a Max Manfredi e arriva
per li rami ad Angelini che, peraltro suona con lo stesso staff
(la Staffa) di Max. L'intelligenza dei testi, la ricercatezza
delle musiche, preziose sempre, la varietà etimologica
ed etnologica (a volte enologica) del fare canzoni.
A volte la deriva manfrediana (nel senso del Max) può
essere più evidente e più Cristiano si libererà
di questa ingombrante tutela meglio potrà fare, ma vivaddio,
se il modello è Max siamo messi bene! Mica è Gigi
D'Alessio! Meglio se i modelli sono alti. C'è più
gioia a superarli e a uscirne di tutela.
La prima chicca arriva già al terzo brano: "La
juta di Klaus". Tra un tintinnio di glockenspiel
che potrebbe ricordare quello dei cristalli del caffè Klainguti,
si dipana la vicenda di Klaus, un vagabondo qualunque, che si
trasfigura in una notte d'inverno nella figura del vecchio col
sacco di juta più famoso del mondo:
il caro e vecchio Babbo Natale. "Trascinava dentro notti
insonni un grande sacco di juta / e adorava i lampioni, le stelle
della sua vita. / e nessuno più ricorda quando arrivò
in paese / forse ai tempi dei maghi o della caccia alle streghe.
/ Inseguiva a passo lento il volere dell'ombra / coi i piedi lasciati
ribelli all'umor della terra / rubava il profumo alle donne per
saperne il sapore / e lottava coi mostrei feroci del suo troppo
bere". Un brano che conferma, una volta in più
che a Genova e dintorni col Natale e le favole di Natale c'è
un bellissimo patto personale.
"Sciolgo i miei demoni, blindo i miei angeli ... e vado
via" è la frase finale del brano successivo,
"La polvere dei guai" dove
continuiamo a volare alto, grazie anche all'apporto vocale di
Vittorio De Scalzi. Angelini porge con pudore le sue storie delicate
(e ogni tanto la musica sale troppo sopra quello delle parole,
come in "La conta dei passi",
dove la voce di sente a fatica), ma è un'educazione che
è classe, una discrezione che affascina e che offre una
chiave d'ingresso privilegiata a un mondo intimo meraviglioso.
Dove il meraviglioso alligna.
"La
libertè" è un omaggio a Franco
Fanigliulo che la cantava una trentina di anni fa, bozzetto divertito
e simpatico che ricrea per un attimo il ricordo di un outsider
di tanti anni fa, tragicamente scomparso dopo aver lasciato bella
traccai di sé in un festival di Sanremo con "A me
mi piace vivere alla grande". Ma il meglio deve ancora venire
ed è tutto dopo: partiamo da "L'iscariota",
grande brano a cospetto del cielo. Completamente nuovo l'assunto:
l'iscariota ha tradito sì Gesù, ma per un gesto
d'amore "senza il quale il sacrificio non si compirà".
L'iscariota traditore, quindi per necessità. Senza il suo
sacrificio non avremmo avuto tutta la mistica cristiana. Forse
nel segno del nome di uno che si chiama pur sempre Cristiano,
affrontare i Vangeli dandone una lettura diversa, richiamando
alla memoria la scelta di 42 anni fa di un altro cantautore genovese,
passato nel cielo degli dei della canzone. "L'iscariota"
è una canzone magnifica, di spessore, di atmosfera, di
"vento andaluso", di "ricordo d'ulivo". "Io,
l'iscariota / condannato all'infamità / ... / immolato
alla sacralità".
Ma faremmo torto alla complessità del disco se non parlassimo
del brano che il titolo all'album, ossia "L'ombra
della mosca", dove al canto si aggiunge il
tono profondo e la "r" inconfondibile di Max Manfredi:
"Vieni più avanti a vedere / come muore un uomo
d'inverno / o come risorge un topo / anche dopo l'ultimo assalto
/ ma vieni più avanti a vedere un malato di sonno che /
nottambulo di giorno / vende America in un Suq / ...
/Scusami le compagnia / scusami la cortesia / che non ho".
E invece, paradossalmente, è proprio questo che Angelini
ha: la cortesia, il porgere lieve, il raccontare le sue storie
profonde, quasi come se chiedesse scusa. Cristiano non è
un ragazzino: sono anni che bazzica nel mondo della musica genovese
(nel frattempo facendo il neurobiologo! D'altra parte Spiccio
è un oncologo e Franco Boggero, tanto per restare a Genova,
è storico alla Sovrintendentenza delle Belle Arti), ma
solo ora, oltre la soglia dei 40 anni, arriva a pubblicare un
disco. E che disco! Uno dei migliori della lunga stagione calda
che inaugura il secondo decennio del terzo millennio.
Perché il bello di questo album non sta solo nelle parole.
Sono le musiche a portare lontano, a prendere spazio, a dilatarsi
e distendersi consentendo alla mente di immaginare una prosecuzione,
uno spazio più ampio per le parole, consentendo il privilegio
di pensare. Che di questi tempi è merce sempre più
rara.
Cristiano
Angelini
"L'ombra della mosca"
Missoni & Cimenti S.n.c- 2010
Nei negozi di dischi
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