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Dalla
periferia postbellica di una Milano povera e ferita all’isola
di Wight. Questa la parabola dei Dik Dik raccontata ne “I
ragazzi della via Stendhal” da Pietruccio Montalbetti,
chitarra storica e anima dei Dik Dik. Milano nel primo dopoguerra
era una città che si stava rialzando a fatica dai disagi
(soprattutto proletari) derivati dal conflitto, con tanti sfollati,
tanta gente di ritorno e ancora poco lavoro. In particolare
se, come il padre di Pietruccio, sei un invalido civile che
ha perso una gamba negli anni precedenti la guerra.
Pietruccio
viene su così, un po’ libero e selvaggio in quella
specie di Bronx milanese che allora era la periferia dalle parti
di Piazza Napoli, dove l’Olona scorreva ancora all’aperto
e le bande di ragazzi, non ancora teddy boys, ma malavitosi
di mezza tacca sì, si contendevano il possesso del territorio,
con sfide, risse, pestaggi, violenti, ma ancora affidati a qualche
barlume di regola cavalleresca. Anni dove non era difficile
trovare in giro armi o bombe inesplose o comunque mettersi nei
guai. A Pietruccio (e agli altri Dik Dik, il cantante Lallo
è un amico d’infanzia di Pietruccio e un altro
paio stavano in zona) l’ha salvato la musica.
Ma non è stata una vocazione immediata. Piuttosto un
lento impossessarsene, quasi per caso. Dai primi tentativi schitarranti,
alle feste sull’aia, alle sale da ballo. Una storia di
successo di quelle che, negli anni del boom, avrebbero potuto
succedere a chiunque. “Mica eravamo bravi! – dice
Pietruccio – e non avevamo nemmeno il genio della musica.
Nessuno aveva studiato. E poi, diciamo la verità, abbiamo
sempre fatto canzonette. Ma le abbiamo sapute scegliere”.
Insomma, un libro sugli anni sessanta sì, ma del tutto
smitizzante. Qui non c'è glamour, non c'è sesso,
né droga, né (paradossale) rock & roll. eppure
è non solo un buon libro di musica, ma è un libro
che si lascia leggere tout court, un libro di un autore che
ha proprio voglia di raccontare e che, tutto sommato, ritiene
abbastanza un caso che per un periodo di tempo abbastanza lungo,
sia stato un Dik Dik. Come dice Pietruccio nell'intervista sul
libro che pubblichiamo qui sotto, riferendosi all'inizio della
loro attività di cantanti, quando si erano messi in aspettativa
dall'attività di operai, odontotecnici, bancari per fare
le rockstar: "siamo in aspettativa da 45 anni. Professionisti
con l'animo dei dilettanti".
Dilettante lo è senz'altro anche in fase di scrittura
e, come spiega lui stesso, se non ci fosse stato qualcuno addetto
a rimettergli a posto i capitoli, le virgole e gli errori di
grammatica probabilmente non ci sarebbe stato neanche il libro.
Diciamo allora che tutto è filato per il meglio e che
le pagine più gustose sono proprio quelle iniziali, dove
Pietruccio parla (con amore, assoluto amore) di una Milano che
non c'è più, che molti di noi non hanno nemmeno
visto e che si fa fatica anche ad immaginare. La Milano che
si rialza con dignità ma povera dal marasma post-bellico,
metà metropoli e metà ancora campagna.
E poi il finale, altri viaggi e miraggi per il Montalbetti diventato
una sorta di esploratore solitario e della solitudine. In Amazzonia
e in altri dove, alla ricerca di un nuovo equilibrio di vita,
un po' Kerouac e un po' SIddartha. Ma questa è già
la storia di un altro romanzo che verrà.
Pietruccio
Montalbetti
"I ragazzi della via Stendhal"
Aerostella - pag.226
€ 18.00 - 2010
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