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Che
tristezza! Non sanno più cosa inventarsi! Per vendere
la Mondadori lancia "l'autobiografia di Francesco Guccini".
La compro il giorno stesso dell'uscita. Inizio a leggere. Mi
piace. Proseguo. Trovo incongruenze e ripetizioni. Proseguo
ancora e nasce il dubbio. Infine inciampo su una frase e arriva
la certezza: "Ormai, ogni tanto, riciclo. E non è
detto che non lo faccia anche questa volta, ma pazienza".
Ebbene sì: "Non so che viso avesse" - 225 pagine
- euro 18 - Mondadori - Prima edizione febbraio 2010 non è
"La storia della mia vita" come da sottotitolo, ma
un centone di scritti gucciniani di epoca diversa e le ultime
108 pagine non sono nemmeno scritte da lui, ma da Alberto Bertoni
e nell'ultima pagina si ringraziano Elena Draghi e Francesco
Andreani per le ricerche d'archivio. Poco male, il libro resta
comunque leggibile. Ma perché non dirlo?
Purtroppo è un annosa questione. I libri di
Guccini possono essere sublimi o una grande delusione. Era ostico
"Croniche epafaniche" (1989 - Feltrinelli),
ma era il primo e lo si accolse con amore. "Vacca
di un cane" (1993 - Feltrinelli) replicava e aveva
il difetto di essere il secondo. "Macaronì"
(1997 - Mondadori), scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli,
mi fece sussultare sulla sedia e urlare al capolavoro. "Un
disco dei Platters" (1998 - Mondadori), della
stessa accoppiata, mi conferò che Guccini in duo rende
meglio, sensazione ribadita con "Questo sangue
che impasta la terra" (2001 - Mondadori). Bellissimo
era poi "Lo Spirito e altri briganti"
(2002 - Mondadori), ancora con Macchiavelli. Gli stenti del
successivo "Cittanova blues" (2003
- Einaudi), scritto da solo, confortavano la sensazione che
Guccini avesse le idee, Macchiavelli il mestiere e insieme erano
più forti che soli. Poi è arrivato, a chiudere
il cerchio, "Tango e gli altri. Romanzo di una raffica
anzi tre" (2007 - Mondadori). Tralasciamo i saggi o i lavori
scritti da altri e arriviamo a "Non so che viso
avesse", quasi ancora fresco di stampa.
L'inizio è bello. Guccini parla ancora di Pavana (paesino
che ci ha un po' sfracanato la minchia, visto che è lo
sfondo anche dei romanzi del commissario Santovito) e delle
sue radici, ma lo fa con passione e penna felice e le pagine
scorrono via che è un piacere. Tra l'altro si viene ad
apprendere che la famiglia Guccini sforna mugnai dal medioevo,
sino a suo nonno, senza interruzione e che la zona è
quella, a cavallo tra appennino emiliano e toscano, il crinale
tagliato dalla Porrettana (nel senso di strada). Storia conosciuta
ma avvincente e la fine del primo capitolo ti fa pensare che
si sia sulla strada giusta: "Questo, in fondo, sono
stato e sono ancora oggi, a tanti anni di distanza".
Al di là dell'eccesso di virgole un buon inizio per un
autobiografia.
I problemi arrivano già col terzo capitolo. "Pavana".
Si parla ancora di Pavana, della storia della famiglia, dei
rapporti di parentela con i Biagi (la famiglia di Enzo Biagi
aveva la nonna che era sorella della nonna di Guccini). Ma,
caso strano, alcune cose dette nel primo capitolo vengono ripetute
e, per giunta, leggermente cambiate. La nonna diventa una bisnonna
("non ricordo bene"), viene ripetuto per l'ennesima
volta che zio Enrico era l'Amerigo della famosa canzone, viene
ribadito che il Limentra passa in mezzo al paese e lo divide
tra parte di qua e di là ("D'd' là da l'acqua"
sulla riva destra del Limentra dove erano tutti contadini, viene
ribadito che al cinema a Modena il Guccini bambino non andava,
mentre a Pavana sì, perché c'era un parente che
gestiva una sala e viene ricordato ancora che leggeva "Life",
preso dai soldati americani durante la guerra. Ora, perché
ripetere ciò che è stato già detto?
Ma andando avanti andiamo peggio: nel capitolo "Ester,
mia madre" viene detto che lei lo sognava professore di
storia ("ma da dove l'aveva tirata fuori, questa fantasia?).
Senonché qualche capitolo dopo è il padre Ferruccio
che si sogna Guccini professore di storia e ancora un capitolo
dopo è lo stesso Guccini che si vede "giornalista
o professore". Qual è l'inghippo? L'inghippo salta
fuori evidente nel capitolo su Bonvi. Lì chiarisce che
sta scrivendo su commissione e che "ormai, ogni tanto,
riciclo, e non è detto che non lo faccia anche questa
volta". E l'infame lo fece! (citazione da "Cuore").
Prima peraltro già ci aveva ammannito due suoi articoli
di quando faceva il giornalista: uno su Modugno e uno sul suo
amico Victor Sogliani, il bassista dell'Equipe 84, che credeva
di aver visto un licantropo. Unica nota interessante da un punto
di vista musicale è che, dopo aver intervistato brevemente
Modugno, che teneva un concerto a Modena, a Guccini scatta la
scintilla per scrivere "L'antisociale". Ma in generale
di musica si parla poco. C'è un bel capitolo dedicato
alle chitarre (ne ha sei) e un capitolo sulle "Balere".
Poi si parla di tutto un po': della via Emilia, delle Osterie,
della rima improvvisata ("in ottava rima"), in cui
rifulgono Benigni e Umberto Eco, delle sue esperienze nel cinema
e di biblioteche e librerie. Si chiude con due capitoli dedicati
al "Concerto" e alla "Locomotiva" che, forse,
è l'unico pezzo originale di questo libro assemblato
(e con poca cura da parte della casa editrice. Le ripetizioni
o le incongruenze, quando si fa un lavoro di collage, andrebbero
fatte sparire!). La trama della storia della "Locomotiva"
è stata fornita dal signor Mignani, il "Pensionato"
dell'omonima canzone e vero vicino di casa di Guccini e il canto
anarchico "Nel fosco fin del secolo morente" viene
ritenuto da Guccini "La nonna della Locomotiva".
Qui il libro, scritto da Guccini si chiude. Restano oltre 100
pagine, che vengono affidate a Alberto Bertoni, il quale ci
parla della vita e delle opere di Guccini Francesco, fu Ferruccio
ed Ester, di anni 70, nato a Modena in via Cucchiari. Ne parla
bene? Ne parla male? Non mi interessa. Sta di fatto che io ho
pagato per un libro di Guccini, come sta scritto in copertina,
e mi trovo con quasi metà libro scritto da un'altra persona.
Siamo al confine della truffa.
Francesco
Guccini
"Non so che viso avesse"
Mondadori - pag.225 - 2010
€ 18.00 - Prima edizione Febbraio 2010
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