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BiELLE Interviste
Michele Gazich: "Scrivere è una passione che viene da lontano"
"Quello che sai amare non ti sarà strappato"
di Giorgio Maimone


Ascolti collegati


Michele Gazich
La nave dei folli

Massimo Bubola
Segreti trasparenti

Luigi Maieron
Une primavere

Luigi Maieron

Si Vif


John De Leo
Vago svanendo


Massimo Bubola
Personaggi



Lo abbiamo conosciuto ormai tanti anni fa, una decina, che accompagnava sul palco i musicisti americani di passaggio in Italia. Arrivava col suo violino, andava sotto il palco e chiedeva: "posso suonare con te?" E ogni volta la magia si rinnovava, perché canzoni conosciute, sotto la malia del suo violino, acquistavano nuove coloriture che le rendevano immediatamente più gradite. La lista delle collaborazioni di Michele Gazich è diventata sempre più nutrita, ma in particolare va segnalata la sua lunga militanza al fianco di Massimo Bubola, con cui ha firmato un capolavoro come "Segreti trasparenti" e la collaborazione artistica con Luigi Maieron per i suoi due ultimi dischi.

Michele Gazich, e “La nave dei folli” è la prima volta che esce un disco a nome tuo,dopo anni in cui il tuo nome è stato dietro ai lavori di Maieron, Massimo Bubola, Mark Olson, Eric Andersen, Mary Gauthier, Michelle Shocked e tanti altri. Quanti anni sono che lavori nel mondo della musica?

"Sono sempre stato attivo in questo campo. Ho iniziato a suonare quello che è il mio strumento principale, cioè il violino che ero un bambino di 5 anni. All’inizio ero impostato come violinista classico, poi mi sono pentito … (ridiamo) . La sai la famosa storia, vera peraltro, che ho incontrato Michelle Shocked sul treno, quel giorno dovevo fare una prova con l’orchestra e la sera poi suonavo all’Orfeo a Milano. Era il 1992. Da lì ho iniziato tutta una serie di collaborazioni con cantautori internazionali e nostri. In realtà io ho sempre scritto canzoni, ma conscio di avere una pessima voce non ho mai pensato di fare il cantante, ma di mettermi al loro fianco (e sono ormai una quindicina di anni) seguendo questi cantautori. Alla fine con Michelle Shocked, Eric Andersen, Mark Olson, Massimo Bubola, Gigi Maieron che ben conosci, alla fine la mia collaborazione con loro si è svolta su vari livelli. Alle volte ho solo suonato il violino, alle volte ho arrangiato i dischi, altre volte addirittura scrivendo con loro. Diciamo che ho approfondito sul campo. Nel frattempo io andavo avanti a scrivere e mentre collaboravo con questi artisti ero alla ricerca de “la voce” che potesse essere adatta per le mie canzoni. Non avevo voglia di improvvisarmi cantante. Oggi tutti si improvvisano per quello che non sanno fare, a me non è che piaccia".

Non solo, ma mi hai detto che a furia di accompagnare chitarristi, hai scelto apposta di non avere chitarre nella formazione.

Questo è uno degli aspetti. Ma al di là di questo, è stata un po’ una sfida perché a fine 2006 avevo fatto una prima stesura di questo album che aveva già 10-12 canzoni di cui solamente due sono sopravvissute nella versione definitiva. Le altre …

… perse?

… momentaneamente accantonate. Non so bene cosa farne. Comunque era più un disco in sintonia con le produzioni che ho seguito, come quelle con Bubola e Maieron che sono più verso un folk, più rock con Bubola, più folk con Maieron, però sempre in quella chiave. E avevo effettivamente prodotto una prima versione con le chitarre, ma mi è sembrata più una sfida provare a costruirlo con un gruppo musicale più “da camera”. Tutto questo ci terrei che non suonasse snobistico. Non è che non metto la batteria perché mi rivolgo alle signore in pelliccia che ascoltano musica classica, le cariatidi da conservatorio …

No, è una sfida, come hai spiegato bene. Una sfida vinta, peraltro, perché il risultato è eccellente.

Credo che sia comunicativo, che non sia intellettualistico.

Un album quindi che hai scritto nel corso del tempo. In quanti anni? Quanto tempo c’è voluto?

Di fatto due anni per la chiusura di questo set di canzoni che sono poi state quelle buone.

La più vecchia?

La più vecchia è del 2006. In realtà avevo proprio voglia a un certo punto di liberarmi da molte cose e quando mi sono trovato in America nell’ottobre del 2006 ho scritto le musiche delle prime due canzoni, “La Venere di carta” e “Canzone dal fondo del mare” sul pianoforte di Victoria Williams. E’ il caso che te lo descriva brevemente. E’ un pianoforte che non è, come tutti i pianoforti, in casa, ma è messo fuori, sotto al portico di quelli caratteristici della case americane. Lei vive vicino al deserto. E quindi c’erano tutti questi venti, rumori, odori del deserto. Quelle rare volte che piove ha un profumo intensissimo. Ho avuto tempo quindi e da lì ho ricominciato.

Cosa è nato prima? Musica o parole?

In questo caso, l’inizio inizio di tutte le cose, ho cominciato con la musica. Ho ricominciato ad avere un rapporto più … sereno, diciamo così, con la mia “musa” e allora sono partito dalla musica. Sono seguite molto rapidamente le parole, in realtà e in qualche altro caso è stato l’inverso.

Tanto tu, come dicevi, hai sempre scritto. Quindi non è stato un riprendere, ma un andare avanti in quello che hai sempre fatto.

Sì, effettivamente ho sempre scritto, fin da quando ero ragazzo. Tanto e probabilmente troppo, ma sai come funziona quando si comincia a scrivere … però dovevo ancora provarci. Ho scritto tante cose comunque di cui mi vergogno. Anche testi teatrali, poemi …. Però già a metà anni novanta io avevo delle canzoni di cui ero contento.

Che però non hai mai fatto sentire?

Qualcosa di questo materiale è confluito, almeno musicalmente negli album di Bubola, che poi Bubola stesso ha rielaborato. Come "La sposa del diavolo" di cui avevo fatto la musica, oppure quell'altro pezzo che c'è nell'album successivo: "Noi veniamo dalle pianure". Alcune musiche sono finite nei dischi di Massimo.

Parlami del tuo disco adesso. "La nave dei folli" che è quasi un concept album.

Sì, diciamo che più che altro è una storia di redenzione, in un certo senso. Sono stati anni molto lieti per me questi ultimi, non che sia uno che gridi la gioia ai quattro venti, però sono stati anni molto lieti in cui mi sono sentito di raccontare questo. Da una visione negativa delle cose, è stato come ripartire da una sorta di movimento spirituale interiore che mi ha dato la forza per ricominciare. Non è che abbia mai avuto una visione del mondo molto lieta, però mi è sembrato il caso di provarci e di tentare questa scommessa senza chitarre e scrivendo, anziché una canzone dell'amore perduto una "Canzone dell'amore lungamente atteso", cercando di renderla altrettanto efficace. Non so se poi ci sono riuscito. Di solito le canzoni che parlano degli amori perduti colpiscono di più, invece ho provato a scrivere una canzone dell'amore realizzato, che chiude un po' il percorso della canzone sull'amore perduto che c'è sul lato A cosiddetto del disco, che sarebbe "La Venere di carta", in cui si perde una chiave che viene poi ritrovata in fondo. Ho cercato infatti di legare le canzoni tra di loro con delle immagini tematiche che ritornano.

L'atmosfera del disco è unitaria. Anche se tu hai detto che hai preferito concentrare verso la fine dell'album le canzoni più difficili. O comunque le più lunghe.

Le più lunghe più che altro.

Dicendo che chi era arrivato fin lì poteva anche farcela (ridiamo)

Ho cercato di essere abbastanza limitato, perché non amo molto, come mio gusto personale i dischi troppo lunghi. Infatti anche i dischi che ho fatto da produttore con Maieron sono tra la mezzora e i 40 minuti, come i vecchi Lp.

E come i vecchi Lp è infatti diviso tra facciata A e facciata B.

E' incredibile guardare le durate dei vecchi Lp. Ho guardato "Non al denaro, non all'amore, né al cielo" di De André, per dirne una, e dura 13 minuti ogni facciata: 26 minuti in totale! E' incredibile. L'importanza del messaggio non va misurata con la durata.

Ci sono cd che non si riesce ad arrivare a sentire tutti da quanto sono lunghi! Meglio la sintesi. Senti, inizi con una canzone lieta, musicalmente, "L'idiota è tornato in città".

E' una sorta di preambolo, una funzione introduttiva. Potrei essere io, ma l'idiota può essere chiunque. Aprire con un pezzo veloce che abbia una funzione di prologo. E' un brano un po' come quelle canzone sudamericane che hanno quella musica veloce e allegra, ma che dicono delle cose terribili. Uno arriva in fondo, la canzone è corta, e dice "beh, l'idiota è tornato in città". Ma poi introduce tutti i temi che saranno trattati nell'album. Noi tutti siamo a modo nostro un po' idioti in questa società. Pasolini negli "Scritti corsari" parlava di questa involuzione che ci sarebbe stata in Italia quando la società dei consumi sarebbe prevalsa sulla religione, lo spirito ... Quindi siamo un po' tutti degli idioti schiacciati sotto il peso della società dei consumi.

"Guerra civile", invece?


E' seria da tutti i punti di vista. Parla di questo zio che sopravvive nei dettagli, nelle crepe dei centri commerciali.

Che è un po' una delle chiavi dell'album. Questa "resistenza umana" al brutto che avanza.

Infatti. C'è questo spirito che resiste. Vorrei proprio dire che non è disco pessimista. Sono state perse delle battaglie nella guerra civile, ma io ritengo che ci sia ancora la guerra.

"Tra il diavolo e il mare" va nella serie delle leggende.

E' costruita su questi proverbi o pseudo proverbi. Su una scansione serrata,. Questo è l'unico pezzo un po' folk nella struttura. Questi proverbi che diventano sempre più inquietanti.

"La Venere di carta", hai già detto è il pezzo dell'amore perduto...

E' un pezzo così intenso per me che non lo suono. Lo faccio suonare agli altri. Nè lo suonerò mai. Anche in concerto. Perché commuoversi all'inverosimile? Cerco di sopravvivere facendolo suonare agli altri.

E tu cosa fai mentre suonano? Te ne vai?

Mah, io me ne andrò, a fare un giro, a bere una grappa ...

"Canzone dal fondo del mare"?

E' una delle prime canzoni scritte, con tutto questo immaginario marino. Tu ti chiederai perché parlo tanto del mare ...

... che tra l'altro sei di Brescia, bella lontana dal mare!

Mio padre è nato al mare in Dalmazia, ma al di là di questo per me il mare è un simbolo, una metafora dell'immaginazione. Prendere su, andare e partire. E qua il fondo del mare è la situazione dove siamo tutti ogni tanto. Però cantiamo dal fondo del mare.

"Come Giona" è una canzone che un po' si stacca dalle altre.


E' l'inizio della parte seconda. Io sono sempre stato affascinato dalla storia di Giona. Peraltro la copertina dell'album ripropone un ambone romanico con su la storia di Giona preso in Abruzzo sopra una montagna. Anche questo Giona viene attualizzato, preso come un simbolo e introduce anche la canzone dopo che è molto diversa. "Poeta in gabbia". Giona finisce nella pancia della balena, Recluso, Reclusione coatta, come del resto Pound, il poeta che io ho sempre ammirato molto.

E lì hai tirato fuori una storia sepolta e dimenticata, ma molto interessante.

Tutte le questioni politiche per cui gli americani hanno messo Ezra Pound in una gabbia nel 45, poi ha fatto 13 anni di manicomio ... Tutte le volte che mi sono trovato a parlare di Pound in Italia in vario modo, ci sono sempre state delle resistenze politiche. Secondo me per non fare arrivare il suo messaggio profondo, come spesso avviene. C'era una certa destra che ne faceva una bandiere e una certa sinistra che lo rifiutava aprioristicamente. Però Pound è uno dei personaggi che troviamo in "Desolation Row" di Bob Dylan oppure Pasolini fece una meravigliosa intervista a Pound in tempi non sospetti. Nel 1968. Non so se l'hai mai vista. La Rai la passa alle quattro di notte. Ci sono Pound e Pasolini che dialogano ed è molto suggestiva. Secondo me Pound è un mistico dell'amore tra le altre cose e questo messaggio: "Quello che sai amare non ti sarà strappato" era un suo verso che io cito nella canzone. Pound è andato indietro fino al medioevo a cercare i miti d'amroe e questa è la chiave del suo messaggio.

Poi arriviamo al "Colore degli angeli"

Che prosegue, perché è tutto un po' correlato, il discorso precedente. Un inno para-religioso costruito su questi corali che si cantano nelle chiese luterane. Tipo le corali di Bach, però in una forma molto evaporata, molto semplificata. Ha un po' quell'andamento.

Arriviamo alla canzone che dà il titolo all'album: "La nave dei folli".

E' un po' il testo ideologico dell'album. Mi sono sforzato di essere chiaro. Siamo tutti in una barca ed è un invito alla non violenza. Siamo in un mondo in cui tutti sono dei "vincenti" e sarebbe forse il caso di proporsi in altro modo. Non dico porgere l'altra guancia perché lo hanno detto persone più autorevoli di me, ma quantomeno avere un atteggiamento non violento nei confronti dell'altro e dell'esistente.

E poi chiudiamo con la "Canzone dell'amore lungamente atteso" di cui hai già parlato. Non è un album folk, dici tu. Ovviamente non è un album rock. Cos'è? Quali sono i tuoi parametri di riferimento musicale? A chi hai pensato facendo questo album?


Ho pensato a varie cose. Mi sono sforzato, in questi tempi in cui si dice che è impossibile essere originali e di non percorrrere strade già percorse, di provare a fare qualcosa di originale. La strumentazione è abbastanza inusuale, eliminando chitarra e batteria. Ho dei riferimenti più nell'andamento melodico che in altro. Leonard Cohen ad esempio a me piace moltissimo. Quindi ci sarà qualcosa di lui. Oppure dei modelli europei, ma non scontati per noi, che però sono sempre stati presenti nel nostro cantautorato. Brassens, per esempio, De André. Oppure certo folk inglese come i Fairport Convention di cui avevi parlato anche tu: Sì, è vero, io ho una grande ammirazione per Richard Thompson che, partendo dal folk ha poi avuto il coraggio e la forza per evolvere in una dimensione sempre più sua personale.

Sul web
Sito di Michele Gazich

Sito della Nave dei folli
Intervista rilasciata il 15-01-2009
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