Lo abbiamo
conosciuto ormai tanti anni fa, una decina, che accompagnava sul
palco i musicisti americani di passaggio in Italia. Arrivava col
suo violino, andava sotto il palco e chiedeva: "posso suonare
con te?" E ogni volta la magia si rinnovava, perché
canzoni conosciute, sotto la malia del suo violino, acquistavano
nuove coloriture che le rendevano immediatamente più gradite.
La lista delle collaborazioni di Michele Gazich è diventata
sempre più nutrita, ma in particolare va segnalata la sua
lunga militanza al fianco di Massimo Bubola, con cui ha firmato
un capolavoro come "Segreti trasparenti" e la collaborazione
artistica con Luigi Maieron per i suoi due ultimi dischi.
Michele Gazich, e “La nave dei folli” è
la prima volta che esce un disco a nome tuo,dopo anni in cui il
tuo nome è stato dietro ai lavori di Maieron, Massimo Bubola,
Mark Olson, Eric Andersen, Mary Gauthier, Michelle Shocked e tanti
altri. Quanti anni sono che lavori nel mondo della musica?
"Sono
sempre stato attivo in questo campo. Ho iniziato a suonare quello
che è il mio strumento principale, cioè il violino
che ero un bambino di 5 anni. All’inizio ero impostato come
violinista classico, poi mi sono pentito … (ridiamo) . La
sai la famosa storia, vera peraltro, che ho incontrato Michelle
Shocked sul treno, quel giorno dovevo fare una prova con l’orchestra
e la sera poi suonavo all’Orfeo a Milano. Era il 1992. Da
lì ho iniziato tutta una serie di collaborazioni con cantautori
internazionali e nostri. In realtà io ho sempre scritto
canzoni, ma conscio di avere una pessima voce non ho mai pensato
di fare il cantante, ma di mettermi al loro fianco (e sono ormai
una quindicina di anni) seguendo questi cantautori. Alla fine
con Michelle Shocked, Eric Andersen, Mark Olson, Massimo Bubola,
Gigi Maieron che ben conosci, alla fine la mia collaborazione
con loro si è svolta su vari livelli. Alle volte ho solo
suonato il violino, alle volte ho arrangiato i dischi, altre volte
addirittura scrivendo con loro. Diciamo che ho approfondito sul
campo. Nel frattempo io andavo avanti a scrivere e mentre collaboravo
con questi artisti ero alla ricerca de “la voce” che
potesse essere adatta per le mie canzoni. Non avevo voglia di
improvvisarmi cantante. Oggi tutti si improvvisano per quello
che non sanno fare, a me non è che piaccia".
Non
solo, ma mi hai detto che a furia di accompagnare chitarristi,
hai scelto apposta di non avere chitarre nella formazione.
Questo è
uno degli aspetti. Ma al di là di questo, è stata
un po’ una sfida perché a fine 2006 avevo fatto una
prima stesura di questo album che aveva già 10-12 canzoni
di cui solamente due sono sopravvissute nella versione definitiva.
Le altre …
…
perse?
… momentaneamente
accantonate. Non so bene cosa farne. Comunque era più un
disco in sintonia con le produzioni che ho seguito, come quelle
con Bubola e Maieron che sono più verso un folk, più
rock con Bubola, più folk con Maieron, però sempre
in quella chiave. E avevo effettivamente prodotto una prima versione
con le chitarre, ma mi è sembrata più una sfida
provare a costruirlo con un gruppo musicale più “da
camera”. Tutto questo ci terrei che non suonasse snobistico.
Non è che non metto la batteria perché mi rivolgo
alle signore in pelliccia che ascoltano musica classica, le cariatidi
da conservatorio …
No,
è una sfida, come hai spiegato bene. Una sfida vinta, peraltro,
perché il risultato è eccellente.
Credo che
sia comunicativo, che non sia intellettualistico.
Un
album quindi che hai scritto nel corso del tempo. In quanti anni?
Quanto tempo c’è voluto?
Di fatto
due anni per la chiusura di questo set di canzoni che sono poi
state quelle buone.
La
più vecchia?
La più
vecchia è del 2006. In realtà avevo proprio voglia
a un certo punto di liberarmi da molte cose e quando mi sono trovato
in America nell’ottobre del 2006 ho scritto le musiche delle
prime due canzoni, “La Venere di carta” e “Canzone
dal fondo del mare” sul pianoforte di Victoria Williams.
E’ il caso che te lo descriva brevemente. E’ un pianoforte
che non è, come tutti i pianoforti, in casa, ma è
messo fuori, sotto al portico di quelli caratteristici della case
americane. Lei vive vicino al deserto. E quindi c’erano
tutti questi venti, rumori, odori del deserto. Quelle rare volte
che piove ha un profumo intensissimo. Ho avuto tempo quindi e
da lì ho ricominciato.
Cosa
è nato prima? Musica o parole?
In questo
caso, l’inizio inizio di tutte le cose, ho cominciato con
la musica. Ho ricominciato ad avere un rapporto più …
sereno, diciamo così, con la mia “musa” e allora
sono partito dalla musica. Sono seguite molto rapidamente le parole,
in realtà e in qualche altro caso è stato l’inverso.
Tanto
tu, come dicevi, hai sempre scritto. Quindi non è stato
un riprendere, ma un andare avanti in quello che hai sempre fatto.
Sì,
effettivamente ho sempre scritto, fin da quando ero ragazzo. Tanto
e probabilmente troppo, ma sai come funziona quando si comincia
a scrivere … però dovevo ancora provarci. Ho scritto
tante cose comunque di cui mi vergogno. Anche testi teatrali,
poemi …. Però già a metà anni novanta
io avevo delle canzoni di cui ero contento.
Che però non hai mai fatto sentire?
Qualcosa di questo materiale è confluito, almeno
musicalmente negli album di Bubola, che poi Bubola stesso ha rielaborato.
Come "La sposa del diavolo"
di cui avevo fatto la musica, oppure quell'altro pezzo che c'è
nell'album successivo: "Noi veniamo dalle pianure".
Alcune musiche sono finite nei dischi di Massimo.
Parlami del tuo disco adesso. "La nave dei folli"
che è quasi un concept album.
Sì, diciamo che più che altro è una storia
di redenzione, in un certo senso. Sono stati anni molto lieti
per me questi ultimi, non che sia uno che gridi la gioia ai quattro
venti, però sono stati anni molto lieti in cui mi sono
sentito di raccontare questo. Da una visione negativa delle cose,
è stato come ripartire da una sorta di movimento spirituale
interiore che mi ha dato la forza per ricominciare. Non è
che abbia mai avuto una visione del mondo molto lieta, però
mi è sembrato il caso di provarci e di tentare questa scommessa
senza chitarre e scrivendo, anziché una canzone dell'amore
perduto una "Canzone dell'amore lungamente atteso",
cercando di renderla altrettanto efficace. Non so se poi ci sono
riuscito. Di solito le canzoni che parlano degli amori perduti
colpiscono di più, invece ho provato a scrivere una canzone
dell'amore realizzato, che chiude un po' il percorso della canzone
sull'amore perduto che c'è sul lato A cosiddetto del disco,
che sarebbe "La Venere di carta",
in cui si perde una chiave che viene poi ritrovata in fondo. Ho
cercato infatti di legare le canzoni tra di loro con delle immagini
tematiche che ritornano.
L'atmosfera del disco è unitaria. Anche se tu hai
detto che hai preferito concentrare verso la fine dell'album le
canzoni più difficili. O comunque le più lunghe.
Le più lunghe più che altro.
Dicendo che chi era arrivato fin lì poteva anche
farcela (ridiamo)
Ho cercato di essere abbastanza limitato, perché non amo
molto, come mio gusto personale i dischi troppo lunghi. Infatti
anche i dischi che ho fatto da produttore con Maieron sono tra
la mezzora e i 40 minuti, come i vecchi Lp.
E
come i vecchi Lp è infatti diviso tra facciata A e facciata
B.
E' incredibile guardare le durate dei vecchi Lp. Ho guardato "Non
al denaro, non all'amore, né al cielo" di De André,
per dirne una, e dura 13 minuti ogni facciata: 26 minuti in totale!
E' incredibile. L'importanza del messaggio non va misurata con
la durata.
Ci sono cd che non si riesce ad arrivare a sentire tutti
da quanto sono lunghi! Meglio la sintesi. Senti, inizi con una
canzone lieta, musicalmente, "L'idiota è tornato in
città".
E' una sorta
di preambolo, una funzione introduttiva. Potrei essere io, ma
l'idiota può essere chiunque. Aprire con un pezzo veloce
che abbia una funzione di prologo. E' un brano un po' come quelle
canzone sudamericane che hanno quella musica veloce e allegra,
ma che dicono delle cose terribili. Uno arriva in fondo, la canzone
è corta, e dice "beh, l'idiota è tornato in
città". Ma poi introduce tutti i temi che saranno
trattati nell'album. Noi tutti siamo a modo nostro un po' idioti
in questa società. Pasolini negli "Scritti
corsari" parlava di questa involuzione che ci sarebbe
stata in Italia quando la società dei consumi sarebbe prevalsa
sulla religione, lo spirito ... Quindi siamo un po' tutti degli
idioti schiacciati sotto il peso della società dei consumi.
"Guerra civile", invece?
E' seria da tutti i punti di vista. Parla di questo zio che sopravvive
nei dettagli, nelle crepe dei centri commerciali.
Che è un po' una delle chiavi dell'album. Questa
"resistenza umana" al brutto che avanza.
Infatti. C'è questo spirito che resiste. Vorrei proprio
dire che non è disco pessimista. Sono state perse delle
battaglie nella guerra civile, ma io ritengo che ci sia ancora
la guerra.
"Tra il diavolo e il mare" va nella serie delle
leggende.
E' costruita su questi proverbi o pseudo proverbi. Su una scansione
serrata,. Questo è l'unico pezzo un po' folk nella struttura.
Questi proverbi che diventano sempre più inquietanti.
"La Venere di carta", hai già detto è
il pezzo dell'amore perduto...
E' un pezzo
così intenso per me che non lo suono. Lo faccio suonare
agli altri. Nè lo suonerò mai. Anche in concerto.
Perché commuoversi all'inverosimile? Cerco di sopravvivere
facendolo suonare agli altri.
E tu cosa fai mentre suonano? Te ne vai?
Mah, io me ne andrò, a fare un giro, a bere una grappa
...
"Canzone dal fondo del mare"?
E' una delle prime canzoni scritte, con tutto questo immaginario
marino. Tu ti chiederai perché parlo tanto del mare ...
...
che tra l'altro sei di Brescia, bella lontana dal mare!
Mio padre è nato al mare in Dalmazia, ma al di là
di questo per me il mare è un simbolo, una metafora dell'immaginazione.
Prendere su, andare e partire. E qua il fondo del mare è
la situazione dove siamo tutti ogni tanto. Però cantiamo
dal fondo del mare.
"Come Giona" è una canzone che un po' si stacca
dalle altre.
E' l'inizio della parte seconda. Io sono sempre stato affascinato
dalla storia di Giona. Peraltro la copertina dell'album ripropone
un ambone romanico con su la storia di Giona preso in Abruzzo
sopra una montagna. Anche questo Giona viene attualizzato, preso
come un simbolo e introduce anche la canzone dopo che è
molto diversa. "Poeta in gabbia". Giona finisce nella
pancia della balena, Recluso, Reclusione coatta, come del resto
Pound, il poeta che io ho sempre ammirato molto.
E lì hai tirato fuori una storia sepolta e dimenticata,
ma molto interessante.
Tutte le questioni politiche per cui gli americani hanno messo
Ezra Pound in una gabbia nel 45, poi ha fatto 13 anni di manicomio
... Tutte le volte che mi sono trovato a parlare di Pound in Italia
in vario modo, ci sono sempre state delle resistenze politiche.
Secondo me per non fare arrivare il suo messaggio profondo, come
spesso avviene. C'era una certa destra che ne faceva una bandiere
e una certa sinistra che lo rifiutava aprioristicamente. Però
Pound è uno dei personaggi che troviamo in "Desolation
Row" di Bob Dylan oppure Pasolini fece una meravigliosa intervista
a Pound in tempi non sospetti. Nel 1968. Non so se l'hai mai vista.
La Rai la passa alle quattro di notte. Ci sono Pound e Pasolini
che dialogano ed è molto suggestiva. Secondo me Pound è
un mistico dell'amore tra le altre cose e questo messaggio: "Quello
che sai amare non ti sarà strappato" era un suo verso
che io cito nella canzone. Pound è andato indietro fino
al medioevo a cercare i miti d'amroe e questa è la chiave
del suo messaggio.
Poi arriviamo al "Colore degli angeli"
Che prosegue, perché è tutto un po' correlato, il
discorso precedente. Un inno para-religioso costruito su questi
corali che si cantano nelle chiese luterane. Tipo le corali di
Bach, però in una forma molto evaporata, molto semplificata.
Ha un po' quell'andamento.
Arriviamo alla canzone che dà il titolo all'album:
"La nave dei folli".
E' un po' il testo ideologico dell'album. Mi sono sforzato di
essere chiaro. Siamo tutti in una barca ed è un invito
alla non violenza. Siamo in un mondo in cui tutti sono dei "vincenti"
e sarebbe forse il caso di proporsi in altro modo. Non dico porgere
l'altra guancia perché lo hanno detto persone più
autorevoli di me, ma quantomeno avere un atteggiamento non violento
nei confronti dell'altro e dell'esistente.
E poi chiudiamo con la "Canzone dell'amore lungamente atteso"
di cui hai già parlato. Non è un album folk, dici
tu. Ovviamente non è un album rock. Cos'è? Quali
sono i tuoi parametri di riferimento musicale? A chi hai pensato
facendo questo album?
Ho pensato a varie cose. Mi sono sforzato, in questi tempi in
cui si dice che è impossibile essere originali e di non
percorrrere strade già percorse, di provare a fare qualcosa
di originale. La strumentazione è abbastanza inusuale,
eliminando chitarra e batteria. Ho dei riferimenti più
nell'andamento melodico che in altro. Leonard Cohen ad esempio
a me piace moltissimo. Quindi ci sarà qualcosa di lui.
Oppure dei modelli europei, ma non scontati per noi, che però
sono sempre stati presenti nel nostro cantautorato. Brassens,
per esempio, De André. Oppure certo folk inglese come i
Fairport Convention di cui avevi parlato anche tu: Sì,
è vero, io ho una grande ammirazione per Richard Thompson
che, partendo dal folk ha poi avuto il coraggio e la forza per
evolvere in una dimensione sempre più sua personale.