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Roberto Vecchioni "legge" Francesco Guccini
Guccini, il cantapensiero, il cantadubbio
di Roberto Vecchioni


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Si scrive Guccini, si legge locomotiva, ma paradossalmente “La locomotiva” è la canzone meno gucciniana fra tutte, una perla isolata e magnifica, tutta sua, ma lontana parecchio dalle forme ricorrenti, dal procedere per esclusione di certezze, dall’individuar lampi occasionali di verità. Probabilmente è “La locomotiva” ad aver convinto Guccini di essere, come dice, un “cantastorie”, cosa che non è. Guccini è un “cantapensiero”, è un “cantadubbio”, il più alto, il più vero, il più sparpagliato e sincero che si conosca.

“La locomotiva” riunisce, accorpa in pochi minuti tutti i rari lampi di verità sparsi di qua e di là in concessioni avare per dischi e dischi. Vediamo come.

Guccini nasce rockettaro e chitarrista suo malgrado, in una provincia sveglia e vigile, dove capisce molto presto di non essere un numero, uno dei tanti, e combatte la sua timidezza e ritrosia contadina a colpi di presenzialismo artistico: concertini, seratine, canzoni scritte in sordina, partecipazione, grupperia, frequentazione di altri curiosi e innovativi del nuovo che dall’America avanza, tra cui i Nomadi e i membri della futura Equipe 84. È uno spiritaccio, portato al gruppo, alla caciara, all’appagamento conviviale come dimensione proiettiva di sè e della sua gran voglia di esserci, di rompere i silenzi non ancora compresi e apprezzati di Pavana, luogo di ritorni e di radici infrangibili. Ma nei momenti di stasi, nella curva delle notti, nelle solitudini coltivate a pensieri, il ragazzo esce da sè, legge, vede e parla: connette in soliloquio le due visioni di mondo che sta traducendosi a livello anima, ovvero la lettura primordiale, scarna ed immutabile di Pavana (che comprenderà meglio poi) e quella esterna, stanza dai mille segreti la cui porta si chiama America.

L’apertura e l’immediata chiusura di quella porta costituiscono la prima e in definitiva ultima rivelazione della sua vita, perché non concede seconda chance al reale. La delusione si tramuta in illusione: tutto diventa relativo, imprevedibile, nuova ripetizione, apparenza, balletto ciclico, incertezza, nostalgia del tempo, gioco di specchi. Non per niente è proprio negli anni '71-'72 che Guccini prende a vivere la dimensione dello spazio ristretto, del luogo intimo e sacro per confessare e altrettanto profano per dilagare: l'Osteria Gandolfi, il Bar del "Moretto", il club 37 fino alla mitica "Osteria delle donne". Quello è il "posto", la cintura di sicurezza, l'auditorio che segue e comprende, l'humus dove l'esternazione si pluralizza ma si contiene, dove l'inchiostro del sentimento trova la carta assorbente ideale, dove nessuna goccia si perde. Ma dove non si corre nemmeno il rischio che l'inchiostro sia poco e la carta sterminata, inutile. Un'èlite dunque, ma una singolare èlite di comportamenti e gesti perfino plebei, un compendio di saracche, battute e alti momenti emozionali, che fuori di lì, in altro contesto non si immaginerebbe neppure di poter ripetere, perché la piccola città e Bologna, Pavana e l'America di Masters, di Hamingway, Cene della chitarra e Cecco Angiolieri sono codici troppo personali per evadere e procreare.

È qui che nasce il suo "cantapensiero". Come procede Guccini? Parte da un nucleo minimo (un uomo, un assillo, un posto emblematico, un dialogo soprattutto) e sciorina strofe come catene di libere associazioni in cui i concetti, i ritagli di ricordi, le considerazioni si passano dall'una all'altra il testimone fino alla constatazione conclusiva che può essere aperta o amara. L'andamento melico, la melodia è, per sua confessione, molto spesso un pretesto, un'aggiunta, una dignitosa cornice e, almeno fino alla scoperta di Dylan che sarà la sua luce a Damasco, segue lo schema già del cantacronache di Amodei e Pietrangeli ligio alla monotonia tipica della ballata popolare: quasi a rigetto spariscono le febbri divinatorie del rock, e per precisa scelta non si configura mai lo schema strofa - ritornello della canzone all'italiana.

Guccini sente la sua esclusività e l'accarezza, non fa misteri della propria aristocrazia mentale, prende già tutte le distanze possibili dal disimpegno, dal discanto borghese, dal qualunquismo emozionale, dal pressappochismo del ceto medio. Ma nel contempo è, il suo, un pensar alto e sottile, restio a concedere e ben lungi dall'essere consolatorio. Non esiste fino a "Radici" il minimo segno teleologico, finale, di prassi per la vittoria, d'impegno storico - politico, non c'è ammiccamento al popolo, ai tempi, all'afflato comune. Anzi, si direbbe il contrario. Ne "Il frate", ne "Un altro giorno è andato" e in molti altri luoghi (specie nelle successive "Stanze di vita quotidiana") Guccini è un vecchio che rimpiange o ammette con sconsolata pazienza che niente esiste, tranne il dubbio.
Ma proprio in questa "dubbiosità", non ancora chiara, ma pronta a farsi cosmica, sta la sua grandezza; Guccini non è di fronte a "un uomo qualsiasi" o a "una fetta di storia" o all'interpretazione di "un presente", assolutamente no. Lui è a tu per tu con l'uomo universale, di sempre e di mai, prima e oltre lo scorrere del progresso, ma rivisitato per intero, sezionato, indagato, fotografato nel suo illusorio dibattersi in sempre nuove verità proposte dalla storia e della cultura.

Apparenze. "Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia non si sa". Il ragazzo ha sintetizzato, esclusivizzato il disequilibrio, l'incertezza, il mistero esistenziale del novecento figlio della decadenza rimbaudiana e poi pascoliana, e dell'espressionismo, dell'io incarcerato di Breton, del negativo dubbio occidentale, così prorompente da Leopardi a Montale. Ma con due differenze. Il dubbio, sempre e comunque viene esorcizzato dall’amicizia, dalla comunanza di codici e pensieri con altri, seppur pochi, in una schiettezza che diventa consolazione e si sdrammatizza nel gioco, nel divertissement, e comunque nella voglia e nella scelta di esserci. Secondo: l'oltresenso, l'avvertimento indistinto e intuitivo che tra i sogni che sfumano e le occasioni perse o sfiorate c'era pur qualcosa di cui non ci siamo resi ben conto, o non potevamo; il chiaro presagio che fra le incertezze costituzionali, una verità o qualcosa di simile appaia ogni tanto a infrangere la corrente del dubbio; qualcosa più di intuito che di afferrato, perché afferrare non si può, quasi "luci nel buio di case intraviste da un treno".

Questo bersaglio Guccini se lo trascinerà per tutta la vita artistica, variandolo per forme e ambientazioni e difendendone il possesso come un apostolato di vita contro tutto e tutti ("L'avvelenata", "Eskimo", Via Fabbri 43", "Quattro stracci").

Non è la sua un'attesa, non è un "aspettando Godot", non esiste in lui ansia di risolvere, di capire, perché non c'è da risolvere, non c'è da capire. C'è da osservare e prender atto, c'è da prender al volo e prolungare il più possibile quel numero di intuizioni, di barlumi, di chiarori che l'esistenza ti fa cogliere in cose e persone soprattutto come Amerigo, Guevara, Chisciotte.

Ecco dove "La locomotiva" si presenta come eccezione, più apparente che vera. In essa c'è una presa di posizione attiva oltre misura, un arresto della corrente, un nuotare all'incontrario. Incoerenza? Nemmeno per sogno. Guccini non conosce l'incoerenza. Ne “La locomotiva” c’è lo sforzo immenso, titanico, come il protagonista ferroviere, di andare idealmente oltre il dubbio, configurare una possibilità di mondo, dar corpo al sogno contro tutte le apparenze contrarie e nella locomotiva c’è tutto l’odio, la repulsione, il fastidio che Guccini prova per il potere presuntuoso e saccente, che in altro modo incarna la sicurezza e la verità intoccabile contro cui si batte e si batterà sempre.

Questo intendevo all’inizio. È come se ne “La locomotiva” convergessero, si ammassassero di colpo insieme tutte le luci intraviste dal treno; la locomotiva è il canto sublime di chi “vede” per la prima e non ultima volta ed è insieme liberazione spirituale dall’assiduo contorcimento dialettico di un “io” che si confessa, si commisera e si rimpiange in decine di altre canzoni. Non siamo di fronte a due persone diverse, sia chiaro. L’uomo è sempre uno. Ma è come se dicesse “vorrei che fosse così”, anche se non è, perché la storia, vedete, ha sempre binari morti ed è là che finisce la locomotiva. O forse anche questa, pur sublime, pur incantevole, sarebbe la soluzione di un momento. perché l’uomo, quello eterno, quello di sempre, non trova mai sfogo e fine. Tutto in lui è rimedio del momento, e il mistero di se stesso, comunque, prima o poi riapparirebbe di nuovo.

Sta di fatto che da “La locomotiva” in poi Guccini esce dalla osteria, entra nel giro, anzi inventa lui stesso quel “giro” che sono i concerti dal vivo, davanti a migliaia di persone. Il messaggio per pochi, la parola conviviale, quasi da simposio archilocheo, trova il suo naturale sfogo in platee sempre più ampie. Mitizzato dal fascino di una canzone, Guccini viene riletto, ripercorso a ritroso, amato, compreso. “La locomotiva” ha fatto da ariete, da punta di diamante, ma ora l’identificazione contagia e si propaga tra i giovani proprio sui temi più gucciniani del dubbio, del tempo che fugge, dell’intuizione, dell’orlo della verità, che tutti si sentono dentro e uguali e così personali.
Guccini costruirà di qui in poi una crescente, solida, prorompente reiterazione di sè e del suo tema, variando in modo incredibile le forme, mutando coordinate alle parabole, in perfetta coerenza ideale tra passato e futuro. Continuerà a concepire la verità come inesistente, laddove “esiste solo la carnevalesca volontà di giocare una scelta. Il dubbio assiduo è l’unica certezza”.

Il non colto, il vagheggiato, la fuga del tempo, la labilità dell’amore, ma pure il senso del porto, il luogo natale, così come la provvisorietà e l’incommensurabile dolcezza di alcuni attimi di vita sono alla base del suo concetto di “medesimezza umana” (come diceva Gramsci), per il quale è sintomatica la “canzone quasi d’amore”. La “medesimezza” è un’uguaglianza esistenziale fra gli uomini che si coglie solo a cercarla, a pensarla: non appare e non te la senti addosso se svicoli o ti perdi negli effetti e nella funzione del quotidiano. Più viva, più forte, più determinante si configura in chi è spiazzato, o senza collare, o diverso, o stanco, o deluso, per chi insomma è “pecora nera”, non nel senso amorale del termine, ma decentralizzato, fuori dal coro delle ovvietà. La medesimezza è riconoscersi di un’unica e faticosa umanità proprio nel confronto di quei particolari, di quegli stimoli, di quegli istinti che sono iscritti in noi da sempre e sono naturali e quindi “neri” rispetto ad un’omologazione sociale imperturbabile, distratta, lieta di rimuovere che ci fa “bianchi”.

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Primavera 2000
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