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Di
modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali:
l’accento, che però si va via via attenuando, ed
un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore
per il Lambrusco.
Sarebbe meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono
tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo da bevitore
volgare, di quelli che non si intendono di cru o bouquet ma che
amano avere sempre, quando mangiano, un sano "pistone"
sulla tovaglia.
Già,
il "pistone". Era anticamente la misura vinaria da due
litri, ma negli anni ‘50 significava semplicemente una bottiglia
di vino, soprattutto Lambrusco. La parola viene probabilmente da
pistone nel senso di stantuffo, pestello, ma non ha importanza la
storia linguistica.
Era la parola sempre usata, tocco un poco malevolo e ammiccante
di lingua zerga, e ricordo la bottiglia, di vetro grosso e scuro,
e quando la si stappava col "tirabusoun" e lo schiocco
che produceva e come ci si affrettava a mettere sotto un bicchiere
per cogliere il primo sbuffo di anidride carbonica (prodotta dalla
fermentazione naturale) e di violacea schiuma, perché a quei
tempi non c’erano tanti frigo a tenerle, le bottiglie, che
venivano servite massimo a temperatura di cantina, chi ce l’aveva.
E dato che quelle bottiglie non c’erano tutti i giorni, quando
si stappava era festa.
Si preannunciava, quella festa, d’autunno. Quando la stagione
cominciava a declinare, e le prime fumane interrompevano le pallide
giornate di sole, e la scuola già avviliva lo spirito, passavano,
provenienti dalla campagna i carri carichi d’uva, che allora
molta gente si faceva il vino in casa, e girando per le strade della
città vecchia si sentiva, dalle cantine, provenire l’odore
indimenticabile del vino che si stava facendo.
O avevi la fortuna di avere un amico con un po’ di terra,
in campagna, e allora eri invitato ad assaggiare il vino nuovo,
col sole che stava raso la piana o una fumana da chiederti come
fare per tornare a casa. Ma dentro, in quelle vecchie case coloniche
semiabbandonate, si stava bene, e nelle cantine quell’odore
di vino in fermentazione ti prendeva la gola e le narici e già
ti dava ebbrezza, come la dava ai nugoli di moscerini impazziti
contro le lampade fioche che pendevano, appese a un filo, dai soffitti
neri. Mani amorose di resdore impastavano pasta per fare gnocco
fritto, e qualcuno affettava salame e, qualche rara volta, addirittura
prosciutto.
Era un tutt’uno, spettacolo per i cinque sensi, le donne affaccendate,
lo gnocco che friggeva nello strutto e veniva servito bollente e
dorato, i tappi che saltavano del Lambrusco vecchio e le caraffe
del vino nuovo odorosissime che venivano messe in tavola, il colore
sul rosso rosa dell’affettato, quello viola del vino e le
mani unte che mangiavano, e le bocche che bevevano, e le prime leggere
ebbrezze che ti facevano lucidi gli occhi ed affrettate le parole.
Ora so che i Lambruschi sono tre, Sorbara, Castelvetro e Salamino
S. Croce, e ne conosco le diverse caratteristiche, e conosco etichette
e marche e tutto. Ora è festa spesso, e il Lambrusco posso
averlo quando ne ho voglia. Ma qualcuno mi ridia, se mai possibile,
anche una sola di quelle antiche giornate d’autunno e la sensazione
di quel frizzare d’un tempo contro palato e gola.
Nota
al testo - Da vero modenese Francesco Guccini, non so se per motivi
di gusto o di cuore, ignora in queste righe il Lambrusco Reggiano.
Con i Modenesi abbiamo già in ballo una secchia, per carità
evitiamo di aprire un secondo fronte. (n.d.d.)
AA.VV.,
(a cura di Luigi Anaìa e Silverio Novelli), Confesso che
ho bevuto. Racconti sul vino e sul piacere del bere, DeriveApprodi,
Roma 2004, pp. 239, euro 13,50; info@deriveapprodi.org
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