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Carlo Fava
L'uomo
flessibile |

Carlo Fava
Personaggi
criminali |

Michele Gazich
La nave dei folli |

Mimmo Locasciulli
Idra |

Fabularasa
En plein air |

Sulutumana
Arimo |
Musicisti:
Carlo
Fava (voce); Cesare Picco (pianoforte);
Danilo Rossi (viola)
Testi e musiche: Carlo Fava e Gianluca Martinelli
Arrangiamenti: Cesare Picco
Produzione: Carlo Fava
Fotografie: Alberto Callarii
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Tracklist
01. Lezioni di tenebre
02. La pratica del salasso
03. Baby
04. Il merlo
05. Naso che cola
06. Terrazza Belvedere
07. Scrivo
08. Ultima
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"Neve"
risente delle stesse qualità della neve. Romantica, avvolgente,
bianca, un po' eterea e irreale, impalpabile, tenera, pura, ma inevitabilmente,
un po' fredda. Quando si sceglie di fare un disco con un pianista
jazz e una viola classica lo si mette un po' in conto: il disco
è sublime quando è intenso, un po' vuoto (nel senso
di rarefatto) quando la tensione scende. A Carlo Fava comunque bisogna
sempre essere grati per almeno un motivo. Con lui funziona il "paghi-due-prendi-tre".
Al costo di un disco hai sempre un disco più uno spettacolo
e lo spettacolo offre sempre la chiave di unione e di lettura del
disco. Era stato così per "Personaggi criminali",
per "L'uomo flessibile" ed è così anche
per "Neve".
"Queste canzoni sono dei piccoli risvegli dopo altrettanti
piccoli svenimenti - dice Carlo Fava nelle note di presentazione
- Sono canzoni che hanno
a che fare col sonno, o meglio, con quelli istanti che immediatamente
lo precedono e lo seguono. Questo lavoro è forse un tenetivo
di avvicinarsi al mistero dell'addormentamento. E' musica scritta
nel sonno e per il sonno ... Ci si addormenta e tutto è possibile,
tutto è vicino, niente fa male. Nel regno della quiete, del
turbamento, della sospensione canzoni d'ombra e di fantasmi. L'abbandono
della ragione che assiste alla propria disfatta e che prepara una
ragione nuova, una nuova terra da esplorare".
Non è tutto tenebra, non è notte. Anzi, il bianco
della neve è il colore maggioritario, anche se di neve poi,
in tutto il disco, non se ne parla. Testi decisamente impegnativi
e musica non facile per un lavoro che stacca decisamente sugli altri,
ponendosi in un altrove ancora da definire. Carlo Fava, dopo un
Festival di Sanremo con Noa e relativo premio della critica, non
ne ha tratto profitto alcuno, scegliendo invece di sparire per cinque
anni e di tornare poi con un lavoro che al pubblico concede pochissimo.
Nell'intertempo Carlo si è dedicato alla vita, la propria,
affrontando una serie di passaggi non semplici. A cinque anni di
distanza da "L'uomo flessibile" ritorna sempre con il
fido Gianluca Martinelli a fianco, a proporre otto canzoni che nel
breve volgere di mezzora raccontano un mondo. Disco di dirata breve,
ma di grande densità.
Si parlava dei testi. Testi che stanno in piedi anche da soli, senza
bisogno delle musiche. Già solo leggere il libretto dà
qualcosa. Si parte con "Lezioni di temebre",
che da un lato sembra venire dalle atmosfere di "Personaggi
criminali" e dall'altro ripercorre i ricordi letterari,
nei libri letti e amati. Se vogliamo restare nalla metafora dell'addormentamento,
le ultime righe a letto prima del sonno, con la luce accesa sul
comodino. Letteratura russa soprattutto, ma che spazia da "Praga
e Dublino / Roma e Berlino / Russia ed America". E' la canzone
più lunga dell'album: 5'01" con un accompagnamento espressionista
che bene rende il clima. Ecco, qui il piano di Cesare Picco e la
viola di Danilo Rossi sembrano strumenti inevitabili. Un grande
inizio, ma il difficile è proseguire.
"La pratica del salasso" è
infatti un grande testo, ma non una grande canzone: "trarrò
dal mio borsello due carlini / e andrò dal mio barbiere avaro
e istruito / alla pratica del salasso di donna e di bambini / e
ti farò cavare il tuo sangue arrabbiato". Molto
letterario, ma la versione musicale è pesante e l'accompagnamento
stucchevole. Si resta stupiti di fronte alle capacità letterarie,
al tema scelto, alle parole trovate, ma purtroppo, subito dopo "Lezioni
di tenebre" la canzone è pesante, anche
perché insiste sulle stesse atmosfere.
Non a caso quando il clima cambia bruscamente come nella successiva
"Baby", una trama appena accennata,
un'ordito in punta di dita, si respira e il brano risulta uno dei
più gradevoli del lotto. Musica gentile in puro Sulutumana
style. Potrebbe essere una cover del gruppo di Erba. Se mai qualcuno
ne facesse. Tenera storia d'amore: "Baby, cammini sul velluto,
mi sa che ho detto ancora qualcosa di sbagliato / baby, cammini
sul vellutoi, del resto non conosci un altro tipo di tessuto / ...
/ Baby, io sono sulle spine, mi sa che non è ancora amore
senza fine / perché vedi, il giorno della festa lo passo
quasi sempre alla finestra / ... / Quando ci sei, per quel poco
che ci sei / il sole impazzisce e smette di piovere / e quello che
siamo non ce lo ricordiamo / a noi ci viene soltanto da ridere".
Applausi convinti.
E ripetuti per la successiva brevissima "Il merlo":
"Il merlo non vola, ma canta la suoneria / del tuo Motorola
/ di quando sei andata via". Cinquante secondi di canto,
ripetuto, dieci versi in totale per raccontare un uomo "in
bilico" (che "è una delle prerogative dell'artista"
come specifica Fava). Canzone aperta e lieve. Uno svolazzo di alleggerimento
che però conquista.
Per completare la panoramica del pezzo centrale
del disco, il più riuscito, abbiamo "Il
naso che cola", che se come atmosfere ricorda
un po' quello della "Palude"
dal precedente disco di Fava (che a sua volta ricordava "L'ultima
bestia" di Gaber). In questo gioco di rimandi
resta che è molto bella "Il naso che cola",
come era bella "La palude" e anche il brano di Gaber.
La stranezza, non spiegata nelle note introduttive (e nemmeno dal
vivo) è che il testo è declinato al femminile: "La
natura fa il suo corso, è tutta nel mio sorriso / ma queste
scariche di luce, questo buio improvviso / si sento male, mi sento
pulita / che strano cielo, che strana è la vita / lingua
che batte, occhi di vetro / donna in amore chimico / un angelo mi
picchia, il diavolo mi consola / ho la lingua che batte, che batte
/ e il naso che cola". L'incapacità di vivere e
una sofferenzache si fa via via sempre più profonda e disperata:
i desideri e l'imperativo di realizzarli a qualsiasi costo. Come
le migliori canzoni anche questa è un'opera aperta che si
presta a più letture. Ma tutto il testo è un'opera
d'arte. Cinque stelle.
Quando si tocca un apice è normale che segua
un contraccolpo. "Terrazza Belvedere"
infatti non riesce a prendermi nè come testo né come
musica: un incontro per ricordare cosa rimane di un lungo amore.
Un capitolo minore. Più interessante "Scrivo",
autoanalisi della fatica e del privilegio di scrivere. Bella la
frase "Scrivo, scrivo, scrivo / che la vita è imperfetta
per più di un motivo / scrivo, scrivo, scrivo / che la vita
è bellissima per più di un motivo", ma l'impressione
di fondo è quella di un pezzo scritto per riempire un vuoto.
Più di tecnica che di ispirazione. Peraltro ottima tecnica.
RItorna qui qualche accenno al Gaber, stella polare del nostro:
Il finale però è ancora appannaggio di una bella canzone:
"Ultima", di nome e di fatto,
è dedicata a una donna ai margini di tutto, discreta e tranquilla,
capace di incarnare però tutto quello che potremmo pretendere
dall'amore. "Ultima ad andarsene, ultima a dire / ultima
a vestirsi, ultima a partire / ultima a raccogliere, ultima a parlare
/ ultima a difendersi, ultima a colpire / ... / se vedete quella
donna, vi prego, è roba mia". Una tenera ballata
pianistica, dove il piano vola leggero a colorire le assenze di
parole, le pause, le incertezze del personaggio. Canzone dotata
di grande discrezione che però entra dentro e non ti lascia
più. Un altro dei grandi episodi di "Neve":
Album rarefatto e un po' trattenuto per scelta. Album da meditazione,
da lasciare scorrere sul far della notte, aspettando il limite tra
il sogno e il risveglio. Un libro letto in poltrona, un bicchiere
di whisky, una radio che suona musiche lontane sullo sfondo e prendersi
tutto il tempo per pensare. "Neve" ti
entra dentro dolcemente e progressivamente. Parte col freddo e,
paradossalmente, ti scalda. Sfuma dentro note intime e si placa
su un accordo di piano. Ben tornato Carlo!
Carlo
Fava
"Neve"
Edel -2009
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