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Club
Tenco: Seconda serata |
| Vinicio 1, Vinicio 2
Max Manfredi e il tango di malaffare
di Daniel Melingo per la seconda, magica
serata
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| Recensiti
da Bielle |
| Max Manfredi: "Luna persa" |
Il migliore tra i dischi imperfetti della scorsa stagione. |
| Elisir: "Pere e cioccolato" |
Tra
Parigi e Palermo, tra manouche e canzone d' autore |
| Ginevra Di Marco |
Musica
popolare e una grande interprete al servizio. |
| Enzo Avitabile: "Napoletana" |
Una
nuova pagina nella lunga carriera di Avitabile |
| Capossela: "Da solo" |
Solipsismi
d'autore, tra guizzi, lazzi e malinconie |
| Yo yo Mundi: "Album rosso" |
Un
magnifico album di resistenza umana. |
| Alessandro Mannarino |
C'è
di sicuro la personalità. Da riascoltare. |
| Franco Boggero |
Debutto
a 50 anni. Sfumature tra i capelli bianchi. |
| Vittorio De Scalzi: "Mandilli" |
Un
disco in salsa "Creuza" per l'ex New Trolls.
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| Franco Battiato: "Fleurs" |
Pippone
a mano singola. Ha stancato. |
| Dente:"L'amore non è bello |
Astro
nascente. Promessa? Conferma! |
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di Marco Marenco
13/11 - Ad aprire la seconda serata
del Tenco 2009, in un teatro Ariston
più illuminato del solito per
ragioni di riprese televisive, è
uno degli artisti più nazional-popolari
di questa edizione. Si tratta di Vinicio
Capossela che si presenta sul palco
con cappellone a larghe falde e lungo
pastrano nero.
Veramente d’eccezione è
l’organico di “strumenti
inconsistenti” - così
l’ha definiti lo stesso Capossela
durante la conferenza stampa - suonati
dai quattro musicisti che lo accompagnano:
l’immancabile theremin del suo
fedele Vincenzo Quasi,
glockenspiel, tastierine giocattolo,
clavietta, concertina, una sega suonata
con l’archetto e lo spettacolare
cristallo armonio di Gianfranco
Grisi realizzato con decine
di bicchieri di cristallo diversamente
riempiti. Questi strumenti, uniti
a chitarra, pianoforte e armonium
suonati da Capossela, permetteranno
al cantautore di trasportare il pubblico
nelle atmosfere sognanti di pezzi
come Dall’altra parte della
sera, La faccia della terra,
Sante Nicola, Il paradiso dei
calzini, Non c’è disaccordo
nel cielo.
Dopo un breve intervento di Paolo
Hendel, il tappabuchi di
quest’anno, è la volta
dell’attesissimo Max
Manfredi, accolto dal pubblico
dell’Ariston con applausi e
ovazioni. Viene premiato con la Targa
Tenco per l’album da Gianni
Mura che commenta con un
succinto ma efficace “Finalmente,
strameritata!”; la performance
che segue davvero lo conferma!.Accompagnato
magistralmente dalla sua Staffa
al completo (Marco Spiccio
al pianoforte, Federico Bagnasco
al contrabbasso, Fabrizio
Ugas alle chitarre,
Matteo Nahum chitarre e glokenspiel)
e con l’aggiunta di Edmondo
Romano al sax e Marco
Fertini alla batteria, esegue,
in un crescendo di intensità,
tre brani del suo disco Luna
persa (L’ora
del dilettante, Libeccio
e ll Regno delle fate, canzone
questa che dedica ad Amilcare Rambaldi
- "Lui ne amava una mia che
parlava di treni, e anche questa,
in qualche modo parla di treni")
scaldando il pubblico in sala che
lo richiama nuovamente sul palco per
Notti slave, bis fuori programma
che si conclude con gli spettatori
dell’Ariston in parte in piedi
per una standing ovation, non così
frequente per questo palco.
Ritorna il Tappabuchi per permettere
l’allestimento
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del palco per la band
di Alessandro Mannarino,
lo stornellatore moderno (alias, per
sua stessa ammissione, Capossela2,
la vendetta) in lista tra i finalisti
per la Targa per l’opera prima,
che apre voce e chitarra con il brano
Il bar della rabbia, canzone
che da il titolo al suo lavoro discografico.
Accompagnato poi da tromba, chitarra,
batteria e contrabbasso regala un
intervento fresco e brillante salutando
il pubblico con il pezzo Me so
‘mbriacato.
E’ quindi il turno dell’energia
di Ginevra Di Marco
e del suo trio Magnelli, Salvadori,
Ragazzo, fedeli compagni
di viaggio dei sue ultimi due dischi,
omaggio alla canzone popolare. Premiata
da Giorgia Fazzini
con la Targa Tenco per l’interprete,
la cantante toscana, accompagnata
da “magnellofoni”, chitarra
e batteria esegue Il crack delle
banche, La maza e La malcontenta per
poi concludere il suo intervento,
e la prima parte della serata, con
la bellissima Montesole,
canzone risalente al periodo PGR e
testimonianza delle sue differenti
personalità musicali.
La ripresa delle danze, dopo l’intervallo,
è potente e appassionata: sul
palco quattro musicisti (bandoneon,
contrabbasso, chitarra classica e
trombone) intonano alcune note di
tango quando da dietro le quinte sbuca
un uomo elegante e smilzo, vestito
di tutto punto che attacca con un
portentoso assolo di clarinetto: è
Daniel Melingo cantante
e autore di Buenos Aires che, con
il suo tango da “bassifondi”
contaminato da rock, jazz, world,
incolla alla poltrona il pubblico
in sala regalando una performance
a metà strada tra la canzone
e il teatro. Durante l’esecuzione
di tre brani del suo Maldito Tango
tra i quali Eu un bondi color
humo, Melingo riesce a cantare
soffiando nel clarinetto, a voce scoperta
senza microfono, in piedi in punta
al palco dell’Ariston e sdraiato
per terra, vestito di tutto punto
con pastrano,
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cravatta e sciarpa e a piedi nudi in pantaloni
neri e canottiera bianca. I suoi musicisti,
oltre agli strumenti più propriamente
“tangueri” come bandoneon,
chitarra classica, contrabbasso, hanno
suonato trombone, banjo e addirittura
la sega messa in vibrazione con l’arco,
già usata da Capossela all’inizio
della serata: davvero un prezioso esempio
di tango nuovo, vitale, innovativo. Memorabile
anche l’uscita di scena dell’argentino
che dopo un paio di inchini omaggia i
presenti con i suoi calzini, lanciandoli
sulle prime file.
Dopo l’eclettismo transoceanico
di Melingo si passa ad un altro eclettismo,
questa volta nostrano: quello di Momo.
La cantantautrice abruzzese presenta quattro
pezzi, riproposti con arrangiamenti minimali:
è accompagnata dal pianoforte di
Federica Principi e dal violino
elettrico della bravissima H.E.R.,
che regala una particolare forma di orchestralità
ai brani ironici ed irriverenti di Momo.
La serata si conclude con un set ad opera
di Vittorio De Scalzi accompagnato
da basso, percussioni, dai fiati di Edmondo
Romano (che già nella
serata ha accompagnato Max Manfredi) e
dal ligure Gnu Quartet.
L’intervento vede l’esecuzione
di due brani tratti dal suo lavoro in
collaborazione con Marco Ongaro
sulle poesie di Riccardo Mannerini,
per poi concludersi con una carrellata
di brani tratti dallo storico album dei
New Trolls del 1968 Senza
orario senza bandiera tra
cui Signore, io sono Irish e
Una miniera… una conclusione
di serata nostalgica e forse un po’
scontata e ma che non fallisce nel suo
intendo di scaldare il pubblico dell’Ariston.
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