Ci eravamo
sentiti due volte, in collegamento telefonico. La prima nel 2004,
per una data saltata a causa di un problema di censura con una giunta
di centro-destra. La seconda, in un’occasione ben più
lieta, l’assegnazione del Premio Amnesty Italia 2006, per
la canzone “Rwanda”(qui trovate
la trascrizione). Paola Turci, oltre ad essere una delle artiste
più apprezzate del nostro panorama musicale per la sua intelligenza,
il suo impegno e la sua coerenza, è dotata anche –
a mio modesto avviso – di un dono prezioso e non molto diffuso
tra i cantanti: quando parla, la sua voce - così calda, intensa
e profonda su disco e sul palco - incanta alla stessa maniera e
produce le medesime, incredibili emozioni.
Nonostante
le due chiacchierate telefoniche, il sogno di ospitarla nei nostri
studi e di sentirla cantare dal vivo era sempre più grande.
Lo realizzo in una mattinata di fine ottobre, grazie alla preziosa
Marcella Chiummo, di “On The Road Agency”.
La “ragazza con la chitarra” giunge in Radio festosamente
scortata dalle sue due deliziose nipotine, che la seguiranno in
religioso silenzio dall’altra parte del vetro per tutta la
durata dell’intervista, cuffie in testa ed occhi sgranati.
Cara
Paola, non saprei da dove cominciare, visto il gran numero di
progetti che riesci a tenere in piedi contemporaneamente. Poi,
ti chiederò anche come fai a far tutto…
Direi forse di partire, per riallacciare il discorso,
dal tuo disco del 2005, “Tra i fuochi in mezzo al cielo”
(On the Road Music Factory/Edel) che segna una piccola svolta
nella tua carriera ventennale. Un disco intimista, coraggioso,
fortemente voluto, interamente scritto da te, dove tratti temi
importanti come l’abbandono, la guerra, la violenza, la
morte, la vita. Nel cd troviamo il già citato “Rwanda”,
premio Amnesty 2006 e “Troppo occidentale”, dove parli
dei grandi problemi di integrazione. Un brano ispirato da un fatto
di cronaca avvenuto a Berlino tre anni fa, che si sovrappone drammaticamente
ad un altro episodio pressoché identico, avvenuto in Italia,
a Brescia, del quale si torna a parlare proprio in questi giorni
su tutti gli organi di informazione. A quanto pare, poco o nulla
è cambiato…
“Giusto, purtroppo è così. Ma guarda, questa
canzone in particolare non nasce per sensibilizzare l’opinione
pubblica, come si potrebbe pensare. In realtà è
nata da uno shock che ho avuto leggendo un titolo di giornale,
che recitava proprio ‘Uccisa perché troppo occidentale’.
E quindi, l’ispirazione è venuta proprio da questa
cosa che ho trovato folle, assurda, nei confronti di una ragazza
turca di 22 anni, che voleva solo vivere a modo suo. Ecco, lì
mi è venuto proprio un moto di rabbia e di sdegno nei confronti
dei suoi parenti che, in pratica, hanno deciso per lei la sua
sorte. Nella canzone prendo un po’ in prestito la vita di
altre donne musulmane, che però hanno avuto la forza di
reagire. In quel periodo, tra l’altro, leggevo un libro
di una musulmana omosessuale che si è opposta a tutto questo,
con molto coraggio”.
Ma
“Tra i fuochi in mezzo al cielo”, come ricordavo,
contiene anche il pezzo premio Amnesty Italia 2006 che hai conquistato
precedendo in questa speciale classifica amici e colleghi che
stimi molto; eri davvero in ottima compagnia! E mi raccontavi,
all’indomani della proclamazione di “Rwanda”,
che la cosa che più ti ha riempito il cuore di gioia è
stata la motivazione del premio. Ricordiamo brevemente che nel
pezzo tu denunci un genocidio che è costato la vita a più
di 900.000 persone (in prevalenza donne ed anziani) che è
stato colpevolmente e vergognosamente trascurato dai media (sempre
così morbosamente attenti, invece, ai fatti di cronaca
nera) ma anche dalle istituzioni di tutto il mondo. Volevo chiederti
allora se ti sei resa subito conto dell’importanza che avrebbe
avuto la tua canzone come cassa di risonanza per un massacro passato
sotto silenzio…
“Mah,
sai, quando fai le cose, spesso non ne comprendi subito la portata.
Magari pensi che stai agendo in base ad un moto di rabbia, ad
un momento di sconcerto, ad una forte emozione. Poi invece ti
accorgi che sei un tramite per le cose, sei uno strumento. La
storia del Rwanda, ad esempio, è stata portata alla ribalta
soprattutto dalla cinematografia. Tra l’altro, da quando
ci siamo sentiti, è uscito un altro film su quel genocidio,
presentato proprio alla Festa del Cinema di Roma. Il cinema ha
avuto un’importanza enorme in questo dramma dimenticato.
E questa canzone, che mai avrei sperato potesse ricevere un premio
così importante, è nata di getto, proprio sull’onda
di un film (“Hotel Rwanda”, n.d.r.)
che mi ha letteralmente stravolta. Poi, sai, è sempre difficile
affrontare certi temi, per chi fa il mio mestiere; parlare di
guerra in una canzone ti dà una sensazione di già
sentito, di forzato. Invece l’ho scritta proprio perché
sentivo di doverlo fare e non mi interessava nulla di eventuali
giudizi negativi”.
Ma so che ti aspettavi grandi critiche su tutto il disco,
proprio perché così crudo, diretto e coraggioso.
Come è andata?
“Magari i problemi li ho avuti in passato (sorride). Adesso
ho avuto l’esigenza di trattarli, di scriverli. La gestazione
di questo lavoro è stata aiutata dall’analisi, un
periodo di analisi importante e bellissimo, che mi ha aiutata
ad essere me stessa, a non giudicarmi ed a non sentirmi giudicata,
a lavorare apertamente, senza avere paure e vergogne… tutte
quelle cose, in pratica, che non devono esistere per essere creativi.
Questo ho fatto, questo è il disco più spontaneo
ed immediato – come dicevi – che ho realizzato. E
adesso sto facendo passare un po’ di tempo, perché
non ho ancora resettato, e poi perché sto facendo tante
altre cose…”
…
delle quali parleremo a breve. Tra l’altro nel libretto
del cd c’è anche il modo per intervenire e collaborare
attivamente con una Ong (la UCODEP, n.d.r.), della quale abbiamo
parlato la volta scorsa. Una Ong che si occupa dei bambini nel
Nord del Vietnam e con la quale da tempo collabori. Tu hai conosciuto
personalmente i volontari, che ti hanno prima invitata a seguire
personalmente quel che fanno e poi ti hanno chiesto una mano.
In quelle zone, ricordiamolo sempre, si muore di nulla…
“Esattamente,
di malattie che noi abbiamo debellato da decenni, ma anche solo
di infezioni. Io vorrei invitare gli ascoltatori ad andare sul
sito dell’Ucodep, non è un dovere quello del conto
corrente, ci mancherebbe. Anche se sappiamo che basta un euro
per fare grandi cose in quei posti. Ma poi c’è l’adozione
a distanza, si può diventare volontari… insomma,
ci sono tanti modi per aiutare questa associazione, fatta di persone
belle ed in gamba. Loro sono ad Arezzo e fanno davvero grandi
cose. In molti, ragazze soprattutto, hanno deciso di aiutarli,
ma con cose semplici, come fare volantinaggio, organizzare cene…Basta
la volontà di dare una mano”.
Tra
le tante cose che stai facendo e delle quali parlavamo prima,
c’è questo progetto Gazzè-Turci-Rei, intitolato
“Di comune accordo”. Il Tour sta andando molto bene
ed il 17 dicembre sarete all’Auditorium Parco della Musica.
Ma leggevo che sul palco, oltre a scambiarvi i pezzi ed a interagire
tra di voi, spesso vi punzecchiate. So che c’è un’amicizia
di vecchia data che vi lega, ma questo fatto mi incuriosiva: cosa
succede esattamente durante lo spettacolo?
“(ride)
Innanzitutto c’è da dire che Max è bassista,
Marina è percussionista e batterista (e quindi si è
impadronita della sezione ritmica) ed io suono la chitarra. C’è
poi un violinista, Andrea Di Cesare. Succede che alla fine di
un brano – ad esempio – c’è Max che parla
col pubblico, e magari fa una battuta… io non resisto e
rispondo, mi inserisco! Sono una buona spalla, diciamo. Poi nascono
gag irripetibili (ride), che a volte durano una sera, altre volte
cose che ci hanno fatto ridere molto diventano tormentoni e ci
accompagnano per diverse date, anzi man mano vengono perfezionate…
Eppoi, figurati, io ci vado a nozze… mi piace molto divertirmi,
scherzare. Poi si torna alla musica e si vive appieno quello che
si sta facendo. Con loro è bellissimo, perché mi
metto sempre alla prova, soprattutto come chitarrista: mi lancio
in arpeggi che non sono miei, che mi appartengono poco…
e invece, dovendoli fare, alla fine mi son trovata bene, anzi,
mi si è aperto un mondo!”
Che
poi è una situazione di scambio e di arricchimento simile
a quella che era la realtà del Folkstudio, dal quale sono
nate le collaborazioni e le canzoni più belle dei nostri
maggiori cantautori. Senti Paola, sul tuo myspace scrivi: “L’idea
è semplice, una ragazza con la chitarra..”. Noi,
da molto tempo, ospitiamo tante, tantissime ragazze con la chitarra
nei nostri studi. E’ una piacevolissima realtà, sempre
più diffusa, specialmente a Roma. Ecco, tu sei stata la
prima, o una delle prime, a proporre questa icona nel nostro Paese.
Ti senti, in qualche modo, la sorella maggiore di tutte le ragazze
con la chitarra e (passami il termine) le “front-women”
di oggi?
“Ma, no, sorella maggiore forse no. A dire il vero, mi ci
ha fatto pensare una volta (ma una sola!) la mia amica Carmen
Consoli. Poi, sentendola suonare, mi è subito passata.
Ma no, diciamo che non mi sento responsabile di questo fenomeno…
non è colpa mia! (ride). E’ che le donne si sono
evolute, grazie al cielo. Io sono stata forse tra le prime, ma
in realtà mi sentivo assolutamente conforme alla regola,
anche perché venivo da una famiglia matriarcale; per noi
le donne dovevano saper fare tutto, anche la musica! Poi, sai,
io ho cominciato a suonare senza pensarci troppo. Volevo tanto
cantare e quindi avevo la necessità di essere accompagnata.
Ma essendo molto libera ed indipendente, ad undici anni mi son
presa una chitarra e ho iniziato a suonare, ma senza neanche fare
lezioni… semplicemente osservando i miei miti”.
Un
po’ come John Lennon, che andava a vedere e rivedere “Rock
around the clock” per carpire a Bill Haley & The Comets
gli accordi da ripetere sulla sua chitarra?
“Esatto,
proprio così, guardavo e assimilavo. Adesso, invece, con
l’esperienza del trio e poi da quando sono la chitarrista
del mio gruppo, riesco a trovare tutto senza guardare (sorride
soddisfatta)”.
Paola, tu hai un rapporto stretto, quasi affettivo con
le cover. Una passione che condivido pienamente, tanto che qui
spesso conduco trasmissioni ad esse interamente dedicate. Tu ne
hai cantate moltissime, hai reinterpretato cantautori italiani,
band straniere… cosa sono le cover per te?
“Guarda,
in realtà io ho cominciato con ‘Luka’ di Susan
Vega e con “D'yer Mak'er” dei Led Zeppelin. Poi, i
due dischi di cover – lo devo confessare - li ho fatti per
amore di una persona. Non ripeterei mai l’idea di tradurre
canzoni dall’inglese all’italiano. Ancora adesso adoro
le cover, ma rispettando sempre l’originale, la lingua nella
quale sono nate. Amo moltissimo cantare gli autori italiani, Modugno,
De Andrè…”.
C’è
poi lo spettacolo “Cielo”. Una forma d’arte
particolarissima, dove un danzatore (Giorgio Rossi, di Sosta Palmizi)
si muove secondo le vibrazioni della tua musica e dove –
per contro – una musicista “danza” coi suoni
grazie alle emozioni che dal ballo riceve…
“Proprio
così. Giorgio si muove a seconda dei suoi stati d’animo
e racconta attraverso i movimenti la storia che sta ascoltando.
Ma ti racconto come è andata, perché è stato
divertente! Ero in un bar con Ginevra di Marco, per una tappa
di ‘Stazioni Lunari’ a Firenze. Stavo provando proprio
con Ginevra e con un gruppo corale di cinque ragazze pugliesi
un canto rom. Quest’uomo si avvicina a noi e si mette ad
ascoltare da una parte. In seguito, verrò a sapere, contatta
il mio ufficio stampa, nella persona di Marcella Chiummo, qui
presente. Marcella, che è una sua grande ammiratrice mi
dice: ‘Paola, non puoi immaginare, ha chiamato Giorgio Rossi!’.
E io: ‘E chi è Giorgio Rossi?’. Al che, dopo
una lavata di testa, mi son documentata (ride) e devo dire che
ho fatto bene, perché davvero merita. Ti dico che la prima
volta che ho visto una sua dimostrazione, mi son messa a piangere,
per la bellezza e l’intensità della sua performance,
tra l’altro sulla base di un pezzo di De Andrè, ‘Preghiera
in gennaio’, che poi ho fatto mio ed ho cantato. Quindi,
abbiamo messo su insieme un repertorio di brani da mettere in
scena: lui mi ha dato una lista di miei pezzi che conosceva ed
apprezzava; io ne ho scelti alcuni, scartandone altri e nel contempo
ne ho proposti di miei da un repertorio internazionale. Alla fine
è venuta fuori una scaletta di tredici quattordici pezzi,
dove si alternano brani miei a standard di Modugno, De Andrè,
Sinead O’Connor, Caetano Veloso…”.
Nel
2006 sei stata direttrice di “Venere Elettrica”…
“Eh,
si, purtroppo mi dispiace che non ci sia più, ma non ci
sono fondi”.
Si
davvero un peccato. Ma tu non ti fermi un momento ed attualmente
stai scrivendo un libro…
“(ride)
Ah, guarda, già lo so, per questo mi troverò ad
affrontare un fuoco di fila di giudizi. Sai, una cantante che
scrive un libro… ma tanto ora lo fanno tutti! Si, in effetti,
è un’esperienza bellissima, che sto portando avanti
con una scrittrice-giornalista, che si chiama Eugenia Romanelli.
Siamo in dirittura di arrivo, io sono molto contenta di come è
andata, ancora non mi rendo conto di averlo scritto. E’
un romanzo che ha qualcosa a che fare con me, ma non racconta
la mia storia. E’ scritto a quattro mani, ma individualmente:
ognuna scrive il suo capitolo. Siamo due protagoniste di una stessa
storia, quindi ci guardiamo, ci raccontiamo, affrontiamo punti
di vista con sfondi psicologici interessanti”.
Quindi,
per i primi del 2008 sarà pronto?
“Beh,
si, forse un po’ più in là, vorrei farlo uscire
insieme al disco”.
Grazie
infinite Paola per essere stata nostra ospite e per averci regalato
due bellissimi pezzi dal vivo. Vuoi aggiungere qualcosa?
“Vorrei
solo invitare gli ascoltatori di Radio Città Aperta a venire
all’Auditorium il 17 dicembre per vedere il concerto con
Max e Marina, per vedere uno spettacolo nuovo, diverso. Lì,
secondo me, emerge davvero il rapporto umano e di amicizia che
ci lega. C’è molto altro, oltre alla musica, oltre
al divertimento puro che si prova nel cantare la canzone di un
altro; in questo caso, chi hai accanto sul palco è anche
una persona con la quale condividi una fetta di vita. E credo
che il pubblico se ne accorgerà subito”.