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Le BiELLE Interviste
Max Manfredi: "astorico e forse antistorico"
Un mago da fiera con la sua lanterna magica
di Corrado Sciò


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Sulla base del proprio saggio "Dalla letteratura medievale al Dolce stil Max" , Corrado Sciò ha intervistato Max Manfredi su questi temi. Il dialogo che ne esce è riportato qua sotto.

Prima di tutto voglio chiederti: quanto ha senso un approfondimento del genere? E’ più utile all’autore, all’opera, a entrambi o all’ascoltatore?

E’ un gioco. Se ben giocato, può essere importante, nell’ambito del gioco.

Fa parte del telefono senza fili su ogni opera, che a volte è rado , un filo d’Arianna; a volte una matassa. A volte si dipana, a volte s’ ingarbuglia. Può avere momenti felici ed in felicissimi. L’opera ne risente, di questo percorso, ma indirettamente. Può risentirne – e di brutto - l’operatore. A volte anche in modo tragico: pensa a poeti come Keats, stroncato – anche – dall’intervento di un critico ottuso; o a Bizet, che s’aggira per il lungosenna in maniche di camicia nell’inverno francese, dopo il fiasco della “Carmen”, buscandosi un accidente che lo uccide. Pensa a Luigi Tenco.
L’opera sopravvive, in barba all’autore. Lo scrittore Flaubert, che dice, in punto di morte: “Io muoio, e quella puttana della Bovary vivrà per sempre”.
Questo sopravvivere dell’opera all’operatore , più che promessa e lauro postumo, più che riscatto o estrema beffa, lo vedo come un inconveniente di percorso.

In secondo luogo: Le tue impressioni riguardo agli intrecci da me orientati e infine riscontrati. Quanto la storia medievale alteri i tuoi lavori?

Premetto che sono un astorico, forse un antistorico. Non trovo, nella storia, ricatto e riscatto necessario, non ci vedo l’apocalisse. Non mi rispecchio nella storia. Non mi fido; come fanno i cani con qualcosa che non riconoscono, o i giornalisti con qualcosa che hanno l’impressione di riconoscere.
Perché la storia è sempre cronaca congelata, lettura di qualcosa in funzione di qualcos’altro.
Non voglio farmi leggere, scrivo apposta perché si legga ciò che scrivo, e non me anonimo. Non voglio essere letto, non voglio essere lutto: voglio che si legga quello che scrivo, non me.
Sono per la privacy dell’anonimato, non mi piace far numero, mi ripugna la statistica.
Tantomeno sposo la storia medioevale, “infettiva ed assassina” come i topi che canto.
I miei lavori sono già “alterati” dalle stesse forze che li suggeriscono, come l’osservatore altera le qualità di ciò che osserva.
Esistono elementi che hanno a che fare col medioevo, che affiorano nelle mie composizioni. Boh, forse perché mi occupo anche di musica medioevale. Gli operatori del porno sognano film porno? Gli androidi sognano pecore elettriche, come si chiedeva Philip Dick?

Il dolce stil Max: le tue perplessità e i punti che invece trovi sensati. Se credi nelle influenze trasversali che subiscono gli artisti e il pubblico. Se hai una tabella simile a quella del “Trianimismo”che usi come metodo di creazione per le tue opere.

Non ho commenti da fare sulle tue affermazioni… te ne lascio dunque l’intera responsabilità.
Son d’accordo sul fatto di essere, per il momento, più “materiale fondante” per altri artisti, o appassionati, piuttosto che io stesso manifestazione pubblica dell’opera. Non è affatto una mia scelta. Anzi.

E poi piantamola, di ragionare in base a categorie pregiudiziali e a similitudini date per buone. Perché mai De André dovrebbe rappresentare i classici della letteratura greca e gli altri che citi, Severino Boezio? E io chi so’, Cavalcanti? Guido Guinizelli? E Dante lo stiamo aspettando? Sarà un rapper ?
E’ solo un gioco, ma a volte, per dirla con Boezio, “ il gioco si fa peso e tetro”. Perché qualcuno lo prende sul serio.Il gioco è un fatto serissimo, a patto che sappia di essere gioco. Poi diventa esercito e delirio.

Rifiuto, se vogliamo prenderci sul serio, l’invenzione di una categoria “storico-sacra”. Semmai “scenografico-sacra” proprio perché non annetto alla storia alcun significato sacrale, tantomeno di una sacralità “laica”.
C’è una visione urbanistica, come dici tu; ed una climatica, nelle mie canzoni. E’ il mio modo di essere lirico: la lirica canta prevalentemente d’amore, i sentimenti nascono fra le architetture e le stagioni. Gli anfratti sopravvivono agli amanti, come se la vita fosse una “bomba intelligente”.
La contrapposizione mia, ma più che una contrapposizione è una convivenza civile, è fra elementi del sacro (del recintato) e del profano (ciò che sta al di fuori del tempio).
Va aggiunto che gli elementi del “sacro” vengono “profanati” nel momento stesso in cui li trasferisco da un contesto ad un altro. Essendo la canzone – quella d’autore, cioè la mia – un contesto “neutro”, né sacro né profano, in questo “terreno di cultura” e brodo ibrido, ma non primordiale, particelle del discorso “sacro” vengono profanate e, ovviamente, elementi del discorso “profano” vengono sacralizzati per attrito. “Mi spieco”? O devo dirlo con parole mie?
Attenzione, non faccio che opporre la mia eresia artigianale alla religione di stato, al mercato che ha sostituito il tempio (io me ne sono accorto, ed anche altri; ma mica tutti!).
Non entro nel merito della tua analisi “platonica”, le categorizzazioni mi mettono sempre in imbarazzo.
Che un lavoro od una azione d’arte, una canzone, ad esempio, provenga da un equilibrio (temperanza) fra un’anima razionale ed una irascibile, questo mi trova d’accordo. Ma non è una novità, nelle mitologie dell’arte, così fitte di angeli, demoni (che neanche Dan Brown), duende.

Mi rispecchio un poco nel gioco del cantastorie e del mago da fiera che proietta le immagini della sua lanterna magica, e, magari, narra di cronache e storie. Divulga, in un certo senso. Si divulga sempre, finché c’è un “volgo”.
Preferisco però che gli occhi del pubblico sappiano ascoltare senza bisogno di altre spiegazioni. Le domande e le risposte semmai verranno dopo: por causa d’amor.

Concludo l’articolo dandoti la patente di storico. Accetti questo ruolo da conducente o rimani ancorato a quello del viaggiatore?

Assolutamente no, non ho nemmeno la patente automobilistica.
Chi pretende di condurre la storia non è certo lo storico. E’ il dittatore, l’eminenza grigia, il consigliere, al limite – senza rispetto della privacy dell’anonimato – le truppe. Oltre il limite, le masse più o meno organizzate.
Viaggiatore, turista. Eh, questo sì. Girovago sedentario. Della vita, e quindi della storia, vista come sottoinsieme che incamera e controlla tutti gli esseri sociali, volenti o nolenti, violenti o latenti.
Una delle esigenze primarie dell’uomo sociale sembra essere avere un palco dove autorappresentarsi. La storia promette in eterno un “sipario!” o un deus ex machina che non pare arrivare mai.

Conosco pochissimo la storia – non sono studioso, vado ad orecchio - e non l’amo, se non come incredibile mercatino delle pulci del cosmo, dove trovi un repertorio mortalmente interessante. Possiamo amare la storia solo vedendola dall’alto, come una divinità curiosa. O proiettandovi lo schermo della rivoluzione, dell’apocalissi, della restituzione dei diritti (leggi : privazione dai dolori), come in un mostruoso cine parrocchiale. O avvertendola nella vertigine di un mare dalle onde altissime che ci trasporta e ci rialza verso un orizzonte ebbro.
La storia, come oggetto, la lascio agli storici. Il mio entusiasmo lo voglio obliquo, trasversale. La storia va minata, lardellata di esplosivo come dicono siano state le Twin Towers.
Se studio la storia, è come il killer studia le sue vittime. E’ chiaro che ci si affeziona.

Ultima considerazione.

Bisogna dire che c'è un altro modo di considerare la storia, o la Storia.
E' la storia in cui ci si riconosce, e in cui si cerca di conservare radici e memoria, a dispetto dell'altra Storia, quella che va per i fatti suoi e trascina nel suo flusso e secondo i "suoi" calcoli (che sono in genere calcoli di individui che proiettano un'ombra enorme).
E' la storia di cui si è cane da tartufo, di cui si vanno cercando tracce nascoste.
E' la storia palinsesto, che c'è, che latita, al di là d'ogni giudizio.
E' la storia delle tradizioni non tradite, delle misteriose corrispondenze, dei riti conservati.
Più che spazio sacro "della" storia, o "dalla" storia, è uno spazio sacro "nella" storia.
E' la microstoria quotidiana di individui sempre straordinari, che spesso non danno neppure nome, fanno numero.
Ognuno coi suoi Lari.
Ecco, questo numero per me è nudo e sacro, non deve essere profanato dalla statistica e dai sondaggi. Lo trovi nelle lapidi dei cimiteri, e in quel cimitero immenso che è la memoria.
E' il "gioco-musica gioiosa dell'eterno generarsi", come diceva Jacob Boehme, il mistico.
E' fatto di vite che non devono essere asservite a nessun progetto tragico, se non quello stesso che si scelgono loro.

Mi trovo, per caso, da questa parte.

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Ultimo aggiornamento: 20-01-2008
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