Sono
andato a trovare Carmen al suo concerto alla Festa dell’Unità
di Reggio Emilia. Dovevamo parlare del mio libro e delle sue canzoni,
poi la chiacchierata si è allargata ad argomenti di strettissima
attualità, tra salsicce post-concerto, lambrusco e la trascinante
solarità di una donna assolutamente unica. Ne è venuta
fuori questa chiacchierata (credo) interessante.
Nel volume "I Novissimi. Poesie per gli anni '60",
di Alfredo Giuliani si fa la differenza tra la poesia piatta di
quel tempo e la nuova poesia, la nascita della neoavanguardia. Io
vorrei fare la stessa cosa, cioè una separazione tra la canzone
pop commerciale e la canzone d’autore. Dove Giuliani de-costruiva
un linguaggio per costruirne un altro, io dico però che i
Novissimi devono seguire la strada della grande canzone d’autore
italiana degli anni Settanta, influenzata a sua volta dalla Francia
e dall’America. Quali sono stati i primi autori o le autrici
che ti hanno influenzato?
Tanti. Io in fatto di musica sono onnivora, sono stata influenzata
sia da interpreti che da autori, o cantautori; è un’urgenza
quella di poter cantare e dar voce al proprio animo e poter scrivere
ciò che si sente. Per cui, pur essendo due aspetti completamente
diversi, riescono ad essere simili, perché secondo me l’interprete
è anche “un poeta”, come molti attori bravi che
non inventano la sceneggiatura che recitano.
Ho ammirato moltissimi artisti: credo di avere cominciato con Modugno,
poi De André e gli autori italiani che raccontavano quelle
storie e immaginavo Marinella, immaginavo questo amore lontano che
è come il vento, che alimenta i fuochi grandi e spegne quelli
piccoli. Poi anche i cantanti d’altroltreoceano, anche se
non mi sono mai soffermata tantissimo sull’America devo dire;
qualche cosa mi piace dell’America, qualche cosa che hanno
portato i neri dall’Africa però, quindi mi piace la
musica africana, per cui tutto il blues, i surrogati del blues,
il jazz, perché sento il sangue, la passione.
Sulla poesia, io credo molto che tanti contemporanei, poeti-cantautori
contemporanei, abbiano scritto delle poesie; cioè molta poesia
sia da cercare, ad esempio, nelle canzoni di De André, di
Fossati, in tantissime “poesie” di De Gregori, come
le metafore sul calcio, oppure le storie indimenticabili di Fabrizio
De André.
Se la canzone d’autore è
qualcosa di artigianale, in cui inoltre è chi fruisce va
incontro all’artista e non viceversa – perché
l’artista ha qualcosa da dire e ha un suo stile personale
– tu in questo caso ti distingui chiaramente; io ricordo,
per esempio, quando feci l’analisi
del tuo stile per spedirtela insieme all’invito ufficiale
al Premio Lunezia – nel 2004 – mi resi conto che usi
spesso due parole con “l’accostamento di due termini
spesso antitetici o, nel caso di – per esempio – “Confusa
e felice”, ambiguamente consequenziali”; poi l’uso
degli aggettivi: io credo che già sul tuo modo di usare
gli aggettivi sulle canzoni si potrebbe scrivere un libro; poi
la tua voce, molto particolare, coerente col fatto che, come dicevi
prima, per te anche l’interpretazione può essere
“poesia”, e chiaramente la canzone d’autore
è fatta di tre elementi, cioè musica, testo e interpretazione.
Questo – e molto altro – dà alle tue canzoni
un “imprinting” d’autore, e le canzoni diventano
“tue”, diventano uniche.
Ecco, questo nel pop commerciale non c’è, perché
molto spesso è una casa discografica che impone un certo
tipo di arrangiamento e altro, no?
Vero. Anche un certo tipo di testo, ti dice che
certe parole sono difficili, certe tematiche sono difficili e
non va inficiata la leggerezza che si deve diffondere dai network,
perché ciò porterebbe meno pubblicità e,
insomma, tante piccole cose, come nel mondo di Orwell, no? Ci
stiamo sempre più orientando verso questa piccola censura
che non è fatta con le leggi o la violenza, ma una piccola
censura fatta con la paura di non essere famosi, e allora “scrivi
su queste tematiche che non si devono allontanare dall’amore,
al limite da una storia d’amore finita e tu soffri. Non
ti allontanare da queste tematiche perché devono accontentare
le aspettative della maggior parte delle persone”. E sempre
di più questa fame e questa sete di sapere, dai cantautori,
storie – che ne so: “Bocca di rosa” –
si allontana: a chi gli frega? Chi si rivede in Bocca di rosa?
Si è sempre meno cantastorie,
vuoi dire?
È difficile, sì, ma anche nel cinema
sto notando questo. Oggi i film italiani, ho notato, o parlano
d’amore, o di conflitti generazionali o di mafia. Oggi i
film italiani non hanno più le sceneggiature di una volta,
mentre i francesi ad esempio hanno tantissima fantasia e da noi
nei temi si parla solo di questo.
Si rischia sempre di meno, quindi.
Spesso è imposta questa cosa.
Sì, e poi, se a delle persone fai bere del
vino scarso, la prima volta che porterai un vino d’annata,
un vino particolare, giustamente, non verrà gradito, perché
la gente è abituata a bere il vino nel cartone e gli sembrerà
cattivo il gusto del vino buono. Per cui stiamo abituando le persone
a bere vino cattivo, come in Orwell, e quindi la richiesta è
di vino cattivo; e lo sarà per altri dieci anni, per altri
venti anni, da quando non si deciderà di diffondere il
vino buono, perché non è che se si decide di diffondere
il vino buono questo subito prenderà il sopravvento. Bisognerà
pagare a lungo questa presenza di vino cattivo.
Sei d’accordo se ti dico che
la valenza artistica di una buona canzone d’autore, ontologicamente
– quindi nella sua essenza e non come è data –,
risieda nel solo testo nella melodia e nella successione armonica,
quindi chitarra e voce o piano e voce, a seconda di come la canzone
è nata?
Io sono d’accordo, tant’è vero
che ho sempre cercato, in questi anni, di fare capire che spesso
non c’è rock, musica classica, musica jazz, per una
canzone, perché la si può fare rock se metti una
chitarra elettrica, la si può fare jazz se metti un piano.
Una canzone è un contenuto, è un corpo; tu metti
dei vestiti su questo corpo ma alla fine, se la canzone ha valore,
si sostiene anche chitarra e voce; se è rock, è
rock anche chitarra e voce e ce lo dimostra, non so, Joni Mitchell
o, che so, il fatto che cantanti più rock di Joan Baez
non so se siano mai esistite.
La canzone non è “rock” solo se fai muri di
chitarra elettrica; è molto superficiale come descrizione.
Invece vorrei spogliare il più possibile le mie canzoni,
lasciarle a nudo o mettere proprio due straccetti, giusto per
non lasciarle nude. D’accordissimo.
Forse anche il tuo ultimo album va
verso questa direzione, no?
Sì, ho proprio questa esigenza di spogliare
del superfluo; poi, noi veniamo dagli anni Ottanta e dagli anni
Novanta, che sono stati anni di grande marketing, di grande pubblicità,
di eccessi, di orpelli, di “tutto tanto”, già
se vediamo le nostre trasmissioni televisive, con donne molto
truccate, tutto molto arrangiato; i libri che sono usciti negli
anni Novanta erano pieni di questi termini ridondanti, preziosismi
lessicali, acrobazie di linguaggio, e diventava anche “pericoloso”
leggersi i libri, ti fai male [ride], a scapito della semplicità
e del minimalismo. Invece questo è un periodo in cui serve
svestirsi del superfluo, ma in generale lo vedo anche nella moda
e in tutta la tendenza.
Ma poi soprattutto in canzone: la canzone
è una atto diretto, deve avere molta immediatezza comunicativa…
Sì, sono d’accordo.
In Sicilia è nata la poesia
italiana e lì c’è una forte tradizione di
canti popolari – fra l’altro stasera ne hai dato anche
una bellissima dimostrazione con “Malarazza”.
Ecco: tu sembri molto legata ai temi della tradizione e in queste
canzoni diventi decisamente più una cantastorie. Da “Maria
Catena”, che è la canzone che analizzerò nel
libro – ma che poi serve per analizzare il tuo stile –,
a “Masino”, ma anche “In bianco e nero”
e altre. Diciamo che ti vedo come una “restauratrice di
tesori”, cantando canti della tua terra e scrivendo canzoni
spesso da essa ispirate.
Quanto è importante per te, e in genere per la canzone
d’autore, questa tradizione di canti popolari (per te il
siciliano, ma più in generale napoletani, romani etc)?
Sì, canti delle proprie radici. Fondamentale,
perché un albero senza radici è come una pianta
che dà dei frutti fittizi e che non durano. Io credo molto
nelle radici e credo che debbano fortificarsi, per questo faccio
sempre questo viaggio. Adesso è difficile, perché
queste radici sono veramente coperte e gli strati di terra sono
tanti, perché spesso si tratta di un passato remotissimo,
che è stato anche sepolto e siamo stati privati della facilità
di accesso a questi canti.
Io credo che ogni popolo abbia la propria identità e che
debba confrontarla con gli altri popoli, però, ecco, “appropriarsi
della lingua dei propri padri”, come dice Butitta –
per noi il siciliano, per voi sarà l’abrizzese –
è un appropriarsi della propria identità. Butitta
diceva “Togli a un popolo il passaporto, togli il letto
nel quale dorme, togli il cibo, togli qualsiasi cosa, ma quando
togli la lingua dei padri è come se gli levassi tutta l’identità”.
Ora non è solo col siciliano, ma in generale noi italiani
abbiamo cercato di sottovalutare i dialetti regionali ma in realtà
l’Italia è un luogo che ha questo tesoro incredibile.
La Francia non ce l’ha, ma sono molto più uniti di
noi.
Sì, e poi è molto più
centralizzata da Parigi…
Esatto, noi invece ancora abbiamo queste lingue
regionali, e sono vere e proprie lingue e te ne rendi conto se
le vai a studiare. Se vai a fare il passato remoto del verbo “guardare”
in siciliano, o lo studi o lo parli scorrettamente e sei sgrammaticato:
innanzi tutto l’infinito è “taliari”,
quindi già parliamo di un’altra lingua, e poi il
passato remoto è “iu taliai, tu taliasti, iddu taliau,
noautri taliamu, vuatri taliastu, iddu talianu”, quindi
va studiato. E poi ci sono altre regole, sintassi diversa come
nel riflessivo “Come si cci va là?”, invece
di “Come ci si va?”, e questa cosa è francese,
per esempio, in Francia si dice così “On y va”.
Sì, poi, molte parole rimangono
con nessi latini e non seguono la grammatica storica dell’italiano…
Sì. Ora: noi ci siamo sempre detti che la
poesia italiana ha delle origini in Sicilia; è vero, ci
fu la Scuola poetica siciliana, ma parlando di lingua il nostro
dialetto ha le stesse basi del volgare italiano, che poi è
diventato l’italiano che tutti noi oggi conosciamo –
e che probabilmente tra cinquant’anni si evolverà
in maniera tale che sarà un misto inglese o non si sa cosa
–, tant’è vero che il nostro dialetto lo capiscono
tutti. Cioè, noi siamo andati con Emma Dante a recitare
completamente in dialetto…
Sai, l’italiano è una
lingua imposta in maniera artificiale, quindi purtroppo i dialetti…
Mah, guarda l’italiano è una lingua
nuova in realtà. Io ho fatto un conto, ma proprio con le
mani: fino alla seconda guerra mondiale c’erano i traduttori
dal dialetto veneto al dialetto calabrese, “chisti erano
i traduttori”; poi, dopo la seconda guerra mondiale, con
l’avvento della televisione, si è diffusa questa
nuova lingua – che tra cinquant’anni sarà l’inglese
– e infatti l’italiano è una lingua nuova.
Quando questo italiano si arricchisce – come diceva De André
– di lingue antiche, che sono il genovese e le altre, diventa
più colorita, tant’è vero che il nostro teatro
che funziona meglio è quello in dialetto, qualsiasi dialetto
sia: “La locandiera”, veneto, il napoletano, il siciliano.
Quindi c’è una lingua italiana che si deve evolvere
e che ultimamente si sta invece un po’ scolorendo, secondo
me, sta diventando sempre più semplice e vuole diventare
molto più scarna di contenuto, di eleganza. Io piuttosto
la arricchirei di termini presi dai dialetti vari, delle varie
regioni, invece di arricchirla di termini che vengono dall’inglese,
che suonano male vicino a una lingua romanza.
Io parlo l’inglese e amo l’inglese; è una lingua
che mi piace molto, sono bilingue e la parlo come l’italiano,
ma in tutto questo io non riesco ad accostare le due lingue, perché
sono talmente di matrici diverse che non suonano bene insieme
e mi viene più facile accostare il francese e usare i francesismi,
per esempio.
Sì, lingua romanza, come il
siciliano, d’altronde, o il romeno o lo spagnolo…
Certo, e pensa che noi abbiamo portato questo disco
dei Lautari in giro e ci dicevano “Ma cos’è?
Portoghese? Che dialetto portoghese è?” [ridiamo]
Allora, ti faccio l’ultima domanda.
Passiamo alla canzone di cui parlerò nel libro e che mi
servirà per analizzare il tuo stile: “Maria Catena”.
In te ho notato che c’è una tendenza ad analizzare
le figure femminili. A partire dal fatto che l’ultimo disco
è fatto un po’ di storie singole, come “Signor
Tentenna”, “Piccolo Cesare”, poi comunque abbiamo
Eva e, più indietro, “Contessa Miseria”. “Maria
Catena”, però, è emblematica, perché
ha molti temi della tua discografia, come la denuncia alle cattiverie
meschine, ai paradossi come il prete che non vuole dare l’ostia
e il crocefisso stupito. Sei d’accordo però se ti
dico che in questi personaggi, più che denunciare la cattiveria
delle persone che comunque c’è, tu ti rivolgi più
ai protagonisti delle tue canzoni, che si sentono sconfitti e
non riescono a reagire?
Infatti, con ogni personaggio io poi a un certo
punto ritaglio un dialogo, per esempio nella canzone in questione
“Maria Catena anche tu/ conosci quel nodo/ che stringe la
gola”. Quindi creo questo dialogo in cui parlo a questo
personaggio che subisce la situazione. Io credo molto alla legge
di causa/effetto, per cui non sono personaggi sconfitti, sono
personaggi che vivono questo karma e, in qualche modo, accettandolo
lo superano, perché ciò che capita loro è
una causa innescata in passato probabilmente.
Parlo di personaggi femminili perché parlo dei loro disagi,
di un vivere che non è celestiale, perché si svolge
sulla terra, non sul Paradiso Terrestre, per colpa di una donna;
la donna dai preti è ancora guardata così, colpevole
del peccato originale, tentata dal serpente, è stata sempre
vista come fonte di peccato. Ricordo un’immagine letteraria
in cui una donna si infliggeva delle pene sulle carni per espiare
il peccato.
In “Maria Catena” c’è, appunto, la metafora
di questo fardello che si trascina.
Anche con i nomi c’è una
particolarità nel tuo stile. Io sono di Pescara, in Abruzzo,
e questa è una cosa che riscontro ancora anche dalle mie
parti – forse un retaggio, nemmeno molto conscio, di tradizioni
sacrali –: individuare, in un nome inventato, una persona,
tramite un meccanismo sacrale. Rientra in ciò anche il
tuo chiamare “Cristoincorce” un crocefisso, ma poi
“Maria Catena”, “Signor Tentenna, “Contessa
Miseria”, sono etichette, più precisamente allegorie,
come se, nel momento in cui stai chiamando quella persona, tu
la rivestissi di una misticità particolare – quasi
la esorcizzassi. Anche questo è secondo me indicativo del
tuo stile.
Infatti mi piace molto, però fa parte di
noi del sud, e anche di voi. Noi diamo sempre i nomignoli, e le
persone le riconosciamo sempre con i nomignoli, come “il
Bussola”, “Turi Mazinga”, “Turi Feto”
perché puzza [ride].
Volevo aggiungere un’altra cosa
sulla tua analisi – che mi è molto piaciuta –
a “Maria Catena”. Noi siciliani crediamo – e
comunque io ci credo molto – alle questioni genetiche: noi
ereditiamo un dna, quindi anche un’attitudine genetica.
Una di queste in Sicilia è il fatalismo, ma non nel senso
moderno del tipo “le cose vanno come devono andare”;
no, fatalismo nel senso “è inutile fare le cose per
cambiare, tanto non cambierà mai niente”, e questo
è Verga per esempio, il “Rosso Malpelo”, in
cui questo ragazzo che solo per il colore dei capelli è
soggetto alla discriminazione ma soprattutto alla superstizione.
Quindi sono personaggi che affrontano il proprio destino ma si
vede che sono pre-destinati, come i Malavoglia, e anche qui torna
il nome allusivo.
Questa cosa parte da una visione non dialettica
della storia, da Schopenhauer, poi Leopardi, solo che in Leopardi
poi c’è la dignità della Ginestra che sa del
suo destino e non è cretina come gli uomini, che pensano
di raggiungere l’Olimpo; no, la Ginestra è lì,
fiera, sa del suo destino. Questa visione non dialettica poi può
appunto arrivare a Verga e alla rassegnazione. Sì, c’è
anche dalle mie parti questo modo di vedere la vita.
Sono le parole di Verga “L’uomo
è come un’ostrica attaccata allo scoglio”;
è inutile che questi Malavoglia partano…
Io credo che c’entri anche il fatto che al
sud, o anche da noi, si è sempre stati un popolo dominato
– spagnoli, francesi –, quindi questo fatalismo è
probabilmente congenito e derivante dalla situazione storica.
Certo, e anche oggi da noi vige “è
inutile che si fanno cose, tanto…”. Quando si accennava
a cambiare hanno fatto scoppiare qualche fuoco d’artificio…
è un karma di popolo terrificante!
Da noi si dice “è inutile che fai..
chi ppu fa? chi ppu fa?”
Dobbiamo aspettare che finisca questo
circolo, continuando però a fare, quindi continuando a
scrivere e fare delle cose belle per il proprio paese. Forse tra
cinquant’anni fioriranno queste cose. Coglieremo i frutti
nelle nuove generazioni “pecché ora nente potimo
fari”, perché nell’immediato che fai? La rivoluzione?
No, beh, io credo che ci debba essere – come
diceva qualcuno – “pessimismo della ragione e ottimismo
della volontà”…
Ecco, io credo più nella volontà
diesel, diciamo, cioè quelle cose fatte sotto sotto…
Cioè la goccia che buca la roccia…
Col tempo, invece che la cosa “tutto
subito” con grande volontà. Una cosa oggi, una cosa
domani, una cosa dopodomani, nella continuità, fino a quando
avrò fiato e speriamo che i miei figli continuino, però
è un lavoro molto lento secondo me la rivoluzione, perché
deve cambiare le coscienze e deve risvegliare delle coscienze
che dormono da troppo tempo. E quindi “è nu travagghiu”
[ride], poi le inventano tutte per addormentarle e stordirle.
Eh beh, ormai sono diventati degli specialisti…
Ma tutto! Anche i contenuti scialbi
con cui ci bombardano e ci rincoglioniscono. Avrete notato che
l’argomento topico in Italia è “Ti sei fidanzato?
Ma allora quando ti sposi?”, tutto sull’amore, sul
sesso, oppure si parla di calcio. Questi sono gli argomenti. Se
vai in Francia invece “Hai visto la nuova mostra di Schnabel?
È al Palais de Tokyo. Ma invece piuttosto quella di Frida
Kahlo?”, cioè ti trovi gente comune che ti parla
di cinema o di qualsiasi cosa e dei fatti tuoi se ne stanno fregando.
Invece l’italiano – siccome stanno insegnando alle
nuove generazioni a fottersene dei cazzi degli altri – sta
lì a guardare dentro le tue mutande come sono i tuoi dettagli
anatomici. Questa cosa è gravissima!
Sì, e purtroppo è tacita e non se
ne capisce la gravità.
Eh, il problema è che moltiplicano
le riviste di merda, la gente non è più disposta
a leggere un bel libro perché vuole quegli argomenti.
C’è feticismo, gossip…
Che però, tu per esempio in
Inghilterra puoi scegliere il gossip. In Italia, accendi il telegiornale
e dentro ci trovi il pettegolezzo della valletta. Io non lo voglio
vedere! Perché mi stai imponendo questa cosa?! Se io voglio
il gossip è una mia libertà, mi compro il giornale
specializzato. Invece noi oggi troviamo, dopo la notizia delle
Brigate Rosse, subito la notizia della minchia di Totti.
No! C’è prima la minchia di Totti.
Ah sì scusa infatti [ridiamo].
Io vedo che più va avanti il tempo, più io scrivo
canzoni come Eva, più io non vado in radio, perché
sono considerate “jazz”. E allora però dieci
anni fa “Amore di plastica” che era? Andò in
radio e oggi verrebbe considerato un pezzo improponibile.
Sì, il problema delle radio è molto
importante per questo discorso. Si cercano sempre più “canzoni
radiofoniche”, con un linguaggio scialbo.
Sì, ed è un problema,
come dicevo prima. Perché io non credo che alle persone
piaccia la pubblicità, ed è invece solo pubblicità.
Ma poi il discorso si sposta anche a tutta l’arte contemporanea:
gli artisti vanno via dall’Italia; noi non abbiamo un artista
contemporaneo importante che viva in Italia, se ne sono andati
tutti in Inghilterra, in America.
Qua vengono trattati a pesci in faccia…
Figurati se l’Italia pensa all’arte
contemporanea. Tranne la Biennale, che dedica un piccolo padiglione
agli italiani.
Poi la canzone d’autore proprio non è
riconosciuta, per esempio come il cinema…
Però, succede una cosa: questo
è quello che vogliono fare credere, poi però in
Italia le teste e le menti ci sono, tant’è vero che
poi la canzone d’autore, fuori dai circuiti nazionalpopolari,
va alla Festa dell’Unità o altrove e la gente viene,
e canta le canzoni che non passano in radio, proprio quelle non
mandate in radio, proprio quelle nascoste. “Maria Catena”
la cantano e non è mai stata trasmessa in radio. Quindi
c’è un pubblico che se ne sta fottendo di quello
che ci vogliono far credere e questo è importante e bisogna
cantare per questo pubblico.
Sì, ma oggi è importante
internet. Pochi anni fa non era pensabile quello che stai dicendo.
Io oggi penso che questa sia una cosa positiva.
Anche grazie a internet, certo.