Canta che non ti passa: La prefazione di Enrico de Angelis
Potenza delle date, era un primo maggio quando ebbi il primo
contatto con Alessio Lega. Nel 2003. Avevamo e abbiamo un amico comune,
Marco Ongaro, che mi incoraggiò a scrivergli e mi diede il suo
indirizzo di posta elettronica, dal nome difficile da dimenticare e facile
da rintracciare in rubrica: amoreanarchia. Così quel giorno gli
scrissi una mail. Avevo letto su “A” il suo pezzo su Bulat
Okudzava, press’a poco lo stesso che si ritrova in questa raccolta.
Non sapevo niente di Alessio Lega, fui sbalordito che qualcuno scrivesse
con tanta competenza su un artista così grande ma così misconosciuto
da noi, però - da operatore del Club Tenco - rimasi deluso perché
non aveva citato la partecipazione (rarissima e avventurosa) di Okudzava
al Premio Tenco 1985. Così presi pc e outlook in mano, e vergai,
insieme ai complimenti, le mie rimostranze.
Alessio mi rispose subito: “Hai ben ragione... solo che questi miei
articoletti sono l'iniziativa di un "pazzo" (me) che, stanco
di parlare solo con se stesso dei suoi autori favoriti, non ha altro intento
se non quello di cercare di mettere la sua passione focosa a disposizione
di chi vuole... e chissà, in quest'intento autoreferenziale, quante
cose importanti tralascio...”
Che fosse un pazzo e un appassionato l’ho capito subito. Tanto che
mi spaventai un po’ nel vederlo scrivere che “aver trovato
finalmente un interlocutore mi ha fatto smarrire il senso del limite”.
Non gli diedi grande soddisfazione come assiduo interlocutore epistolare,
e spero ora di rimediare un pochino con queste righe.
Quella sua mail continuava però con una bugia: “Il fatto
è che sono poco abituato a scrivere per la stampa: quando canto,
l'applauso (più o meno freddo) e la tensione dell'attenzione mi
dicono subito quanto viene recepito ciò che mi sforzo di comunicare;
scrivendo, invece, mi trovo un po' nella situazione del naufrago che lancia
messaggi in una bottiglia senza poter ben capire se e come vengano colti”.
Alessio è dunque anche un cantautore (e almeno una gratificazione
gliel’ho data quando gli telefonai per dirgli che aveva vinto la
Targa Tenco 2004 per il migliore album di un cantautore debuttante), ma
la bugia stava nell’alludere a una scarsa confidenza con lo scrivere.
Questo libro, che riunisce tutti o quasi i saggi musicali tratti da “A”,
compreso quello su Okudzava dove adesso il riferimento al “Tenco”
c’è, dimostra palesemente il contrario.
Ora, al sottoscritto viene riconosciuto che di canzone d’autore
ne sappia, e credo che questo sia il motivo per cui mi è stato
chiesto di scrivere queste righe. Vi assicuro però che Alessio
ne sa molto più di me. Nel nostro giro di amici appassionati, ci
chiediamo ogni tanto se qualcuno degli artisti di cui Alessio parla non
sia inventato di sana pianta, per un gioco letterario caro al Novecento
e per una beffa ordita nei confronti di noi mortali. E chissà se
“A, rivista anarchica” ne è complice o vittima essa
stessa.
Alessio infatti ci racconta di personaggi che sappiamo straordinari (e
che magari, come Brassens, hanno venduto 30 milioni di dischi) e di altri
che ci appaiono improvvisamente ancora più straordinari proprio
per quel che non ne sappiamo. Alza il velo su storie di talento, di coraggio
e di passione civile che in questi decenni, senza che un bel po’
di italiani se ne accorgessero, hanno percorso l’Europa tutto intorno
a noi, dall’estremo ovest all’estremo est del continente.
Eludendo bellamente il dominante modello anglofono che in questo libro
non ha accesso. E dove lo trovate oggi uno che procede per la sua strada
infischiandosene della lingua e della cultura prevalente?
Prendiamo per esempio l’incredibile storia vera di Nino Ferrer.
Questo sì personaggio molto popolare in Italia, tanto da farci
chiedere sulle prime come abbia fatto ad infilarsi in queste pagine, tra
uno Jacques Brel e un Adriano Correia de Oliveira, tra un eccelso venerato
e un eroe negletto, lui che non è né l’una né
l’altra cosa. Ma, come osserva Alessio, noi di Nino Ferrer sappiamo
solo che per un po’ ha simpaticamente imperversato nella nostra
tv con la sua “pelle nera” o addirittura con una macchietta
attinta da Nino Taranto. Al massimo ricordiamo forse la notizia del suo
suicidio. Invece Alessio ci racconta che questo poeta-musicista ha operato
una sintesi sorprendente e spregiudicata tra canzone, rock, jazz e sperimentazione,
pagata con la vita. Che si chiama Agostino Ferrari ed è nato a
Genova. Che è un pioniere del rock francese, che sa facilmente
parodiare lo yé-yé, che vende milioni di copie con uno scioglilingua
improvvisato su due piedi nel dare l’annuncio dello smarrimento
di un cagnolino in un dancing di Saint-Tropez. Ma tutto questo non gli
piace: lui si sente un poeta e un musicista vero, e se ben guardate, sul
retro delle canzoncine allegre che la discografia gli chiede, c’è
sempre una facciata B pensosa e dolente. Ha successo anche in Italia,
ma la Rai gli censura una canzone dove c’è la parola letto
(inteso, sia chiaro, come participio passato di leggere!), così
Nino rientra in Francia e solo allora incide quello che lui chiamerà
“il mio primo disco”. Tutt’altra musica infatti, che
Alessio ci spiega per bene: tra caos sonoro, John Coltrane, Pink Floyd,
psichedelia, indignazione pacifista. Non ha successo, Nino è insofferente,
litiga con tutti, si autoproduce altri dischi “duri e sprezzanti”,
e finisce per ritirarsi da freak in una tenuta della campagna del Sud,
dove un giorno, per errore, atterra un battaglione di paracadutisti. Pacifista
sì, ma Nino li accoglie fucile alla mano. Nella stessa tenuta,
con lo stesso fucile, si sparerà un colpo in petto.
Ve lo sareste aspettato da uno che cantava “Viva la campagna”?
da quello di “Agata” e “Donna Rosa”? È
così che Alessio Lega ci accompagna, entusiasmato ed entusiasmante,
tra queste storie fiere e imprevedibili di canzoni, cantanti, cantautori,
chansonnier, tutti attenti a ciò che accade loro intorno, al “sociale”
e al “civile” che li circonda (come circonda o almeno sfiora
tutti noi), là dove però non c’è come da noi
la distinzione, anche a pari qualità, tra autori “politici”
e autori “pop”.
Alessio parte da lontano. Nell’anno di pubblicazione di questo volume,
noi celebriamo in casa nostra i 50 anni dalla nascita dei Cantacronache,
dei testi in musica di Calvino e Fortini, delle “canzoni della mala”
di Strehler e Fo, e ci sembra passato tanto tempo. Ma Alessio ci ricorda
che in Francia la canzone sociale, la “canzone realista”,
la canzone socialista e anarchica passano già dall’Ottocento
e dal primo Novecento, e che già allora nei cabaret si metteva
in musica Verlaine. Gaston Couté era una specie di Rimbaud della
canzone. Jules Juy scriveva un testo al giorno e fu vinto dalla follia.
Si battevano entrambi contro il servizio militare, contro la pena di morte,
contro la tortura. Le stesse cose di oggi. Non saranno serviti a molto,
Alessio dice che non hanno lasciato traccia nella storia della letteratura
o del costume, ma la canzone ne ha guadagnato, eccome, e comunque piccoli
circoli di appassionati ancora li venerano.
Altra sorte toccò a un loro contemporaneo, Aristide Bruant, “poeta
della strada” sì, ma - ci avverte Alessio - abbastanza provveduto
da tenere le distanze fra la propria esistenza e quella dei personaggi
alla Zola che cantava. E che è rimasto nella storia grazie anche
alla indovinata cura della propria immagine esattamente come si fa oggi
(chi non ha presente la figura di Bruant disegnata da Toulouse-Lautrec
e appesa in milioni di case o locali pubblici, non solo francesi?). Sua
era proprio una delle “canzoni della mala” che cinquant’anni
fa incise Ornella Vanoni, storia di una prostituta che diventa paradossalmente
protettrice del suo magnaccia. Mentre in “Rue St.Vincent”
Alessio trova addirittura un’antenata della Marinella di De André.
Con un salto cronologico in avanti, ecco ovviamente i “tre grandi”
della canzone francese.
Georges Brassens, che Alessio colloca accanto a Molière, a Rabelais,
a Victor Hugo. Uno dalla poetica “apparentemente stilizzata in un’arcadia
ferma stilisticamente e come preoccupazioni formali alla fine dell’800”,
dalla scrittura “matematica” come un rompicapo, ma in realtà
inzuppata di tanta tensione morale da non poter essere liquidata come
virtuosistica ed enigmistica, nonché innovativa perché dopo
aver raccolto tutta la tradizionale retorica francese della strada e del
bassifondo Brassens la innesta sullo swing leggero e sorridente ereditato
da Charles Trenet.
Léo Ferré, a tutt’oggi poeta “scandaloso”,
che molti non reggono per l’ingombro di idee e di vigore che porta
nella canzone, e che - invertendo un’affermazione di Alessio - “può
lasciare disturbati ma non lascia indifferenti”.
Jacques Brel, e che dire di lui che non sia già stato detto? Alessio
qualcosa ci aggiunge, quando per esempio, implicitamente rintuzzando la
frequenta critica di un Brel musicalmente convenzionale e non innovatore,
conclude che “la forma chiusa della canzone gli è congeniale
perché non può perdere tempo ad attardarsi nella riflessione
sugli utensili, ha altre priorità: deve respirare e urlare, bruciare
e fuggire”.
Ma Alessio Lega ci fa persino venire il dubbio che gli assodati “tre
grandi” della canzone francese non siano affatto tre. Quanti grandi
“a latere” snocciola a pari livello in questo libro.
Boris Vian, la cui breve vita corrisponde ad una Francia sempre in guerra,
autore di quella pietra miliare che è “Le deserteur”,
a proposito della quale Lega fa un’annotazione sorprendente: la
canzone pacifista per eccellenza si chiudeva, nel manoscritto originale,
in direzione opposta: non cantando “avverta i suoi gendarmi che
non porto armi e che possono sparare”, bensì “avverta
i suoi gendarmi che sono armato e che so sparare”!
Georges Moustaki, che non è soltanto “Lo straniero”
inteso come suo grande successo italiano, ma è straniero in toto:
nato in Egitto, ebreo della comunità greca di Alessandria d’Egitto,
frequentatore di libanesi, compagno di una palestinese e perciò
osteggiato in Israele, preferibilmente dimorante a Bahia; uno che parla
francese, arabo, ebraico, italiano, spagnolo, portoghese, inglese e greco;
uno che ha lavorato con Theodorakis, con Piazzolla, con Jobim, con Chico
Buarque, con Henri Salvador, con Morricone, con Guccini, e con altri ancora;
e per tutti questi motivi “portatore di una cultura vissuta come
la filosofia del confronto”.
Serge Gainsbourg, apparentemente fuori linea in questo contesto, perché
autore del tutto indifferente a rivendicazioni sociali, ma capace di violare
e virare a reggae “La Marsigliese” spiegando dal palco: “Io
sono un rivoluzionario, che cantando su una musica rivoluzionaria ha ridato
alla Marsigliese il suo senso originale!” Vero mito popolare in
Francia e ahimè conosciuto in Italia soltanto per “Je t’aime,
moi mon plus”, per giunta senza che la maggior parte degli ascoltatori
capisse che si trattava di “un inno alla ripetitiva vacuità
dell’atto sessuale”. Alessio Lega aggiunge altre osservazioni
decisive su questo artista, osservando come sia il suo malessere esistenziale
a non ispirargli canzoni di protesta in quanto “la sua sconfitta
si situa a priori”, individuando nelle sue canzoni, al posto della
tensione morale, “una grande estetica dell’esistente in cui
convivono (o forse muoiono assieme) sordido e sublime”, e paragonandolo
al Laocoonte che viene sostenuto dagli stessi serpenti che lo strangolano.
Tanto divo Gainsbourg, quanto antidivo Jean Ferrat, a lui antititetico
pure nella capacità di coniugare al massimo livello qualità
estetica e qualità morale. E Maurice Fanon, che oggi persino la
Francia ha dimenticato, ma chi scrive no avendolo potuto una sera vedere
in una cave di Montmartre nei giorni più felici della mia vita.
E Pierre Perret, maestro di forma (è stato consulente per la riforma
dell’ortografia francese) e di contenuto (la sua “Lily”
ha condizionato in positivo la coscienza antirazzista dei francesi). E
Henri Tachan, che già al primo disco si vide censurate 7 canzoni
su 11, e arrivò a cantare un’invocazione rivolta ad adolescenti,
infermiere, suore e puttane perché dessero sollievo ai desideri
sessuali dei vecchi. E Anne Sylvestre (unica donna di questo giardino,
ma come mai, Alessio?), che ha il coraggio di dedicare una canzone al
proprio corpo chiamandolo carcasse. E Julos Beaucarne, di cui chi sapeva
che avesse pubblicato una trentina di cd e una ventina di libri, tra canzone,
poesia, filosofia, ecologia e pace? E Renaud, una specie di Vasco Rossi
francese tanto là è famoso, che si presenta dapprima come
gavroche, poi da loubard (non preoccupatevi, Alessio vi spiega per bene
queste parole), e conferisce all’argot una nuova veste rock sorvolando
il punk, tanto da venir poi accusato di “rock di retroguadia”.
E Gilbert Laffaille, così goffo in scena da dimenticare i testi
e inciampare a ripetizione. E Richard Desjardins, protagonista musicale
della cosiddetta “rivoluzione tranquilla” del Québec
in anni ’70. E Allain Leprest, che Alessio osa vedere come un Brel
redivivo.
Alessio Lega è così francofilo che include decisamente tra
i francesi anche Herbert Pagani, nato a Tripoli da ispano-ebrei libanesi,
cantautore caro al pubblico francese quanto a quello italiano, che già
nel 1972 parlava di “Stati Uniti d’Europa”. Ma la labilità
o addirittura l’assenza di confini è una costante di questi
ritratti. Pensiamo anche a Serge Utge-Royo, in bilico tra Spagna e Francia
perché figlio di profughi spagnoli a Parigi; dunque vittima indiretta
della dittatura franchista, che tuttavia non si perita di affermare chiaramente:
“Oggi più che mai mi sembra che le democrazie rappresentative
permettano soltanto di scegliersi il proprio padrone”.
Ecco un’altra caratteristica che si ritrova tra questi busti di
pietra che Alessio allinea nella sua galleria: l’esilio.
Da Franco scappò anche Paco Ibanez, famoso al mondo - tra le altre
cose - perché ha sempre rifiutato tutti i premi che gli sono stati
offerti, compreso il nostro Premio Tenco. Quasi tutta la sua discografia
è fatta di poeti musicati, e quando gli fu chiesto “perché
non ha mai musicato testi tuoi?” la risposta fu disarmante: “Ci
sono ancora troppe bellissime poesie da musicare”.
Sempre da Franco scappò Lluis Llach, perseguitato per quello che
diceva (nella celebre “L’estaca” per esempio, che poi,
tradotta in polacco, divenne l’inno di Solidarnosc) ma anche per
come lo diceva, cioè in catalano e solo catalano, a qualunque costo.
“Nazionalista di sinistra”, secondo una curiosa etichetta
da noi sconosciuta.
E per proseguire il gioco gaberiano della destra e della sinistra, vogliamo
azzardare che il fado più tradizionale (specie quello di Coimbra,
goliardico e fatalista) sia un pochino “di destra” e che anche
per questo avessero a un certo punto preso le distanze da esso tipi come
Adriano Correia de Oliveira (“il miracolo della difficile semplicità”,
per dirla con il poeta Manuel Alegre) o come Josè Afonso detto
Zeca, la cui “Grandola vita morena” ebbe addirittura la nobile
sorte di annunciare per radio la “rivoluzione dei garofani”?
Prima però Zeca era stato il primo della lista degli artisti proibiti
alla radio ed era finito in galera per aver appoggiato il movimento studentesco.
“A canzoni non si fan rivoluzioni” dice il poeta. “Be’,
Zeca c’è riuscito” dice Alessio Lega.
E praticamente tutto tranne che fado praticò Jose Mario Branco,
grande cantautore quanto arrangiatore (un altro che preferì l’esilio
piuttosto che sparare contro gli africani nelle guerre coloniali portoghesi):
canzone francese, blues, jazz, rock, psichedelia, funky, musica medievale,
folclore contadino, canti dei pescatori, musica sinfonica e persino rap.
Tutto tranne che fado.
In esilio a Monaco trascorse vent’anni l’operaio praghese
Karel Kryl, troppo ribelle alla disciplina di partito, un poeta beat nella
Primavera di Praga, stroncato a cinquant’anni. Per fortuna tuttora
attivo, tra rock, heavy e quartetti d’archi, è invece Jaromir
Nohavica, a cui si deve un adattamento in ceco del “Disertore”
di Vian. A chi dice qualcosa questo nome? Eppure sappiate che dei giovani
italiani gli dedicano dello spazio in web. Nel suo repertorio, immancabili,
ci sono pure Vladimir Vysotskij e Bulat Okudzava, i due grandi russi di
questo libro; loro, in un certo senso, “esiliati in patria”.
Sembra quasi una leggenda metropolitana tanto appare inverosimile, ma
si mormora che Breznev disse di loro: “L’aria di Mosca sarà
più respirabile quando Okudzava e Vysotskij non la respireranno
più”. Non abbastanza dissidenti da essere costretti alla
fuga o al gulag, ma così indipendenti e perciò così
malvisti da operare in mezzo a ostacoli e difficoltà, finché
entrambi finirono per registrare molti dischi a Parigi. Alessio commenta
che dunque i comunisti francesi, contradditoriamente, accoglievano con
orgoglio quel che nell’Urss era osteggiato, purché non lo
si reimportasse là… Dove peraltro il regime non riuscì
a soffocare le loro voci. Con Vysotskij accadde all’ennesima potenza
ciò che accadde da noi col primissimo Fabrizio De André:
con il solo passaparola, consegnandosi di mano in mano, come carbonari,
nastri e cassettine artigianali, i russi fecero di Volodja un idolo, e
in centomila parteciparono ai suoi funerali quando, quarantaduenne, gli
eccessi lo uccisero come un Gainsbourg dell’est.
Infine, fra tanti supereroi, c’è un dio. Per Paolo Conte,
e non solo per lui, è un dio Atahualpa Yupanqui, il gaucho cresciuto
nell’immensa solitudine degli elementi, che scopre la poesia e la
chitarra classica, ma poi - lo stesso percorso della nostra Giovanna Marini
- abbandona le composizioni di Sor e di Giuliani perché risucchiato
dal fascino della ricchissima musica folclorica del suo popolo, fino a
diventare “medium, soffio vitale e creatore che unisce l’uomo
all’uomo, l’uomo alla terra”. Poeta anche del silenzio
e della pausa, ebbe a scrivere: “Prima che il popolo li canti, i
canti non esistono ancora, e quando il popolo li canta l’autore
non esiste più”. Una bella lezione, per quelli che come noi
amano la “canzone d’autore”.
Enrico de Angelis