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Tracklist
1. La ragazza col filo d'argento
2. Non lasciarmi andare via
3. Neanche se pangi in cinese
4. O amore amore amore
5. Comici spaventati guerrieri
6. Amico mio
7. Questi fantasmi
8. Non amo più
9. Mond lader (Mondo ladro)
10. Tu, quanto tempo hai?
11. Il cielo di Austerlitz
12. Il violinista sul tetto
13. Le rose blu
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Vecchioni
soffre un po’ di tafazzismo. Fa un disco di ottima caratura
e lo nasconde dietro un incipit un po’ moscio. Per carità,
belle canzoni anche quelle, ma le si rivaluta di più dopo
aver ascoltato il resto del disco. E’ intuitivo che un disco
che si chiama Di rabbia e di stelle abbia più cartucce sulla
rabbia che sulle stelle. Ma sono peccatucci da niente. Dopo una
prova in minore come Rotary Club of Malindi e un bellissimo disco
dal vivo come il Contastorie, Roberto Vecchioni, come ci ha già
abituato, mette a segno il disco del riscatto. Tredici canzoni che
azzannano e lasciano il segno, a partire da Neanche se piangi in
cinese, per proseguire con Comici spaventati guerrieri, con la dolcissima
Amico mio, la malinconica Non amo più, la giustamente incazzosa
Mond Lader (in milanese!) e la favolosa, favolistica ed etnica Il
violinista sul tetto. Quando su 13 canzoni se ne citano sei è
evidente che il disco ha una sua decisa forza intrinseca.
Non c’è
un tema di fondo se non proprio quello preannunciato dal titolo:
sono canzoni “Di rabbia e di stelle”, dove, supportato
da una formazione massiccia (tra cui tornano Patrizio
Fariselli e Paolino Della Porta dal
precedente tour da trio jazz) coordinato e prodotto da Lucio
“Violino” Fabbri e con Teresa De
Sio come partecipazione straordinaria ne “Il
violinista sul tetto”, Roberto Vecchioni riprende
a raccontare le sue solite storie. Non si cambia certo a 65 anni
e Vecchioni da sempre è il poeta dei sentimenti e delle
intimità, che, a volte cede a ciglio sdrucciolevole del
suo cuore napoletano, a volte invece cammina in miracoloso equilibrio
su un filo teso tra la poesia e il diario in piazza. Se vogliamo
le canzoni i Vecchioni sono come tanti blog antelitteram. Un diario
personale e intimo, a volte appena mascherato, recitato e cantato
in pubblico. Questa volta l’esercizio è venuto un
gran bene.
Si inizia
con “La ragazza col filo d’argento”
che è un po’ “Stranamore”, un po’
“Signor Giudice”, ma così intensamente vecchioniana
da parte un plagio o una caricatura ironica. Piacevole, intensa,
vivace, ma incommensurabilmente già sentita. Anche “Non
lasciarmi andare via” è un classico
vecchioniano, questa volta sul versante lento (“Viola d’inverno”,
“La bellezza”) e, forse per questo, più facile
a raccogliere la nostra attenzione. Ma fin qui l’album non
ci era piaciuto. Corretto, nulla più.
La svolta
arriva con la terza canzone, “Neanche se parli
in cinese”. E’ come se il professore
avesse all’improvviso deciso di prendere le carte che aveva
sul tavolo e con cui stava facendo il consueto solitario e le
avesse scaraventate per aria, per fare piazza pulita e riprendere
a scrivere col tavolo sgombro. E’ la convinzione che si
respira in questo brano a fare la differenza. Musicalmente e anche
come testo. Già il titolo la dice chiara. Ed è piacevole
questo gioco con una donna, in cui è lui che, improvvisamente,
non “glielo dà più”, salvo pentirsi
alla fine e piangere in cinese per essere perdonato. Molto gradevole
l’accompagnamento un po’ old time, vaghissimamente
big band e ben giocato con profonda voce da crooner.
“O
amore amore amore” torna un po’ sugli
stilemi classici e la pedissequa ripetizione del termine “amore”
(26 volte!) affloscia un po’ un brano che in fondo non è
così banale e la cui atmosfera è molto ben costruita
musicalmente, anche in chiave di arrangiamento. Ma “gli
innamorati si nascondono tenendosi per mano / e non calpestano
nemmeno i segno delle loro ombre / gli innamorati contano le stelle
/ e sanno benissimo quante sono / e conoscono per nome tutte le
foglie gialle di novembre” non è frase di piccolo
momento.
“Comici
spaventati guerrieri” ruba il titolo, ma non
molto di più, a Stefano Benni (che viene giustamente ringraziato
nei crediti per il “prestito” del titolo). Qui sono
i ragazzi al centro della riflessione vecchioniana e il prof,
in genere, ci guadagna quando mette un po’ di strada tra
il suo materiale emotivo e quello cantato. La visione è
affettuosa, ma non paternalistica. “Non azzardatevi
a toccarli mia / non azzerdatevi a giudicarli / tirate via le
vostre sporche mani / non confondetevi coi loro sogni / continuate
a costruire un mondo perfetto dove potere specchiarvi / i poeti
non saranno anche nessuno / ma hanno il potere di sputtanarvi”.
Il brano ha un buon tiro rock e la capacità di essere memorizzato
immediatamente. Funziona benissimo.
Un brano
mosso e uno lento, come si usava un tempo e come, in fin dei conti,
continua a funzionare. “Amico mio”
è una canzone che commuove. Cantata su un ritmo lento con
voce molto profonda, ma su una successione di note non così
consueta come in altri casi. E’ una lettera d’amore
a un amico. Molto semplice, molto pulita, molto necessaria. La
lettera che tutti vorremmo scrivere ai nostri migliori amici e
che, ascoltando Vecchioni, ci spiace di non aver scritto. La prendo
e la passo, così com’è a Adriano, ad Andrea,
a Michele e agli altri pochi poveri amici miei. Impudico lui,
impudico io.
“Questi
fantasmi” riporta vivacità al disco
e vivaddio è una canzone incazzosa che se la prende con
i “decerebrati sulle jeep” (vi ricorda niente?
“E non verranno i piemontesi / ad assalire Gaeta / con
le loro land rover, con le loro toyota” (Dentro gli
occhi), oppure con “i giovani pirla fancazzisti”
o ancora contro quelli “che far vedere il culo / lo
si possa definire un lavoro”, “questi trappani col
rolex”, “ questa banda di pazzi che grida io compro,
io vendo”. “Mandali a fare gli orsi a Yellowstone”.
Richiesta ampiamente condivisibile. Altro brano che funziona.
“Non
amo più” è distillato vecchioniano
puro. C’è tutto: il cane, i figli, l’amore
di vent’anni, ma all’improvviso c’è anche
un uomo che “stasera all’improvviso … e
non c’entri tu / non amo più”. Una lunga
disanima accorata: “sarà il libro che leggevo
/ la canzone che credevo mia / o sarà semplicemente che
il mio pene / non ha più fantasia” … “stasera
non puoi farci niente neanche tu … non amo più”.
E torna nel ritornello il nome di Ninni, nomignolo giovanile assegnato
al piccolo Roberto dalla madre e titolo di una vecchia canzone.
Triste, ripiegata, ma profondamente vera. Canzone dell’invecchiamento
del desiderio. Vola alta.
“Ghe
pù i tosan quei d’ona vòlta / che la daven
dree a ona pòrta / la scighera l’era poesia / e te
see denter in di oeugg / me trema ancamò i genoeugg / la
prima volta che sei stata mia” (“Non ci sono più
le ragazza di una volta / che la davano dietro a una porta / la
nebbia era poesia / e sei dentro agli occhi / mi tremano ancora
i ginocchi / la prima volta che sei stata mia”). E’
milanese ed è una strofa di “Mond lader”
(Mondo ladro) in cui Vecchioni si fa aiutare per
il testo in dialetto da Silvio Pozzoli. Il professore si trasforma
in un vecchio operaio milanese incazzato come una belva per “quel
gran figlio d’una bestia / che un bel giorno ha chiuso l’Alfa
Romeo”. Una sorta di Jannacci rock. Altro brano di
punta.
Come da programma
segue un lento: “Tu, quanto tempo hai?”,
un po’ di maniera. Strofa musicalmente in transito e ritornello
con slargo orchestrale ma in punta di dita. Ci voleva forse più
coraggio nella strofa per strapparla alla consuetudine e a una
certa pigrizia compositiva. Difficilmente i testi tradiscono e
nemmeno qui succede. Però la canzone sa di già sentito.
“Il
cielo di Austerlitz” è un altro lento,
ma affidato solo al piano di Patrizio Fariselli
e al contrabbasso di Paolino Della Porta è, come dire,
nobilitato dal fraseggio. Siamo sul versante tanto amato dal professore
delle canzoni con riferimento storico. Qui si parla della battaglia
napoleonica del 1805 vista dalla parte russa. Ben pensata e ancora
meglio eseguita. Ma non è il Vecchioni che preferisco che,
invece, ritorna un attimo dopo.
“Il
violinista sul tetto” ha già una carta
in più perché ospita Teresa De Sio
e il violino di Lucio Fabbri, poi è una
bella folk song di impianto tradizionale (“Mamma dammi
centomila lire / che domani vado a ffà il pompiere”).
E’ praticamente un canto a rispetto tra il “figlio”
Roberto e la “mamma” Teresa. Di grazia sopraffina:
4’14” col sorriso sulle labbra.
“Le
rose blu” aveva bisogno di ripiegarsi sul
versante intimista. E anche qui forse qualche sforzo musicale
in più sul piano dell’originalità lo si poteva
anche pretendere. Questa come altre è una canzone del tipo:
prendete un mazzo di canzoni di Vecchioni, buttatele in una ciotola
e ritagliatene qualche frase melodica. Forse canzoni che i guadagnerebbero
di più a essere recitate che non canticchiate. Assolutamente
confondibile, assolutamente di Vecchioni: Ma di quando? In fondo
“A te” del 1978 suonava molto simile e “L’uomo
che si gioca il cielo a dadi” del 1973 è stata forse
il prototipo di brani di questo tipo. Insomma, prescindibile in
un disco che comunque non è breve (55’).
Ma il bilancio
finale pende a favore di questo album che, se non sempre allo
stesso livello, presenta almeno una lunga striscia di brani sopra
la norma. Attenzione, vale sempre il concetto che, come con Intel,
in questo disco c’è “Vecchioni inside”.
Se non siete interessati non aprite il file. Ma se siete suoi
vecchi e fedeli ascoltatori, ancora una volta troverete pane per
le vostre orecchie.
Roberto
Vecchioni
"Di rabbia e di stelle"
Universal - 2007
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