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Profondo
nell’animo e semplice nei modi, così
è Gianmaria Testa. Presenta il suo nuovo disco,
“Da questa parte del mare”, al Feltrinelli
Store di Napoli, con la sua chitarra, un buon bicchiere
di vino bianco e una gentilezza infinita, con cui
risponde alle domande che un pubblico affettuoso gli
rivolge. Un disco composto ed interpretato con grande
umanità, la stessa umanità che dice
si aspettava che gli italiani avrebbero avuto con
gli immigrati (“mi aspettavo l’umanità,
almeno quella!”), visto che fino a poco tempo
fa non eravamo noi a stare da questa parte del mare.
Finito l’incontro, dobbiamo fare l’intervista
come d’accordo e mi dice: “scusami, ti
dispiace se la facciamo fuori? Devo fumare!”.
Ci sediamo all’esterno della libreria e, come
prima cosa, gli faccio i complimenti per il suo disco
e gli dichiaro il mio ormai vecchio amore per la sua
opera omnia. Mi dice: “queste sono cose che
un giornalista vero non dice!”. “Infatti,
non lo sono, sono appassionato”, rispondo. “Allora,
va bene”, sentenzia.
Dopo aver inciso 5 dischi e aver composto
55 brani di – minimizzo alla grande –
“canzoni d’amore”, tanto da meritare
l’appellativo di “Cyrano dei cantautori”
da parte di Erri De Luca, hai deciso di realizzare
un disco monotematico sulle migrazioni moderne. Mi
chiedevo: questo nuovo approdo dopo cinque album per
così dire “intimisti” è
dovuto al fatto che senti di aver acquisito una maggiore
consapevolezza come autore o ad altre esigenze?
No, non scrivo mai su comando, neanche di me stesso,
non lo so fare. Scrivo quello che il tarlo dell’ispirazione
mi fa scrivere e adesso mi sembrava che questo tema
mi pesasse molto, mi facesse sentire a disagio. Sono
fra quelli che pensano che, se uno sta male nel mondo,
anch’io non posso essere completamente felice,
allora ho scritto questa cosa, ma non è programmatica,
non è un cambiamento, non è una maturazione.
È soltanto che avevo dentro questa cosa da
buttar fuori.
“Come si può essere vivi e felici se
non lo possono essere tutti?” (Che Guevara,
n.d.r.)
È esattamente così. Poi, purtroppo,
ci auto immunizziamo, le guerre diventano televisive,
le migrazioni quotidiane, gli annegati diventano un
fatto di cronaca sempre più piccolo sui giornali,
però non va così bene, non è
così che dovrebbe andare. L’umanità
siamo noi, tutti quanti.
Lo spirito di questo album ci fa ricordare che, una
volta, non eravamo noi a stare “da questa parte
del mare”. Come ti spieghi il vuoto di memoria
degli italiani di oggi che, quando va bene, verso
gli immigrati hanno disinteresse, quando va male diffidenza,
e quando va peggio disprezzo?
Me lo spiego con un fatto che considero naturale:
qualunque diversità fa paura, nella gente comune.
Il razzismo ideologico è una cosa che condanno,
ma io parlo di quel razzismo istintivo che hanno perfino
i bambini, che è il razzismo verso una qualche
diversità. Questo razzismo va combattuto con
intelligenza, con ragionamento. Me lo spiego benissimo
quello degli italiani, compreso il mio senso di fastidio,
qualche volta. Me lo spiego, ma non lo accetto, sono
due cose diverse: me lo spiego, ma penso che non sia
giusto averlo e che bisogna contrastarlo in qualche
modo.
Tu vieni da una cultura contadina, con tutti questi
lavori che non facciamo più noi. Sarà
questa la questione, che la cultura contadina, che
prima ci apparteneva, ora non ci appartiene più?
Penso che la cultura contadina, quella degli anni
’60 che ho vissuto io, è finita perché
i tempi non ci permettono più quel tipo di
lentezza. Io mi ricordo che c’erano delle persone
– all’epoca i miei li chiamavano “dei
poveri” – che vagavano da una cascina
all’altra: mia madre aggiungeva un posto a tavola,
perché il presupposto era che dove si mangiava
in sei, si mangiava anche in sette, anche in otto.
I tempi lo permettevano, la filosofia della vita era
ancora un po’ diversa; adesso, è un’allucinazione
ed è in fase di ulteriore accelerazione. È
questo che ci condanna a fare non delle scelte, ma
a prendere delle decisioni rapidissime, spesso sbagliate.
C’è una cosa
abbastanza atipica per un concept album: la prima
canzone non fa da introduzione ma, anzi, si entra
subito nel vivo dell’argomento, che poi viene
delineato con un filo conduttore che si intuisce abbastanza
chiaramente. Mi chiedo se il concept album sia stato
scritto in maniera programmata o piuttosto sia nato
quasi da sé dopo aver composto prima alcuni
brani.
No, è nato in maniera programmata perché
la composizione è durata quattordici, quindici
anni. Ho pensato anche tante volte di non riuscirci.
Avevo in mente i più bei concept album italiani,
quelli fatti da De André, e ho pensato molte
volte che era presuntuoso da parte mia pensare di
poter fare un album tutto intero dedicato ad un solo
tema, però non volevo neanche liquidare un
argomento come questo in due o tre canzoni e, quindi,
quelle che avevo le ho tenute lì fino a quando
non ci sono state tutte e siamo entrati in studio
con la scaletta del disco pronta.
Trovo che questo disco sia
molto cinematografico e, infatti, molte canzoni mi
provocano molte suggestioni, spesso di matrice francese
(e non mi sembra strano, nel tuo caso). Ad esempio,
“Seminatori di grano” mi ricorda molto
gli impressionisti – tu hai parlato invece de
“Il quarto stato” -, come Millet, Daumier,
Courbet. Ci sono effettivamente delle suggestioni
percepite consciamente nella composizione di questi
brani?
Sì, però la più importante è
proprio quella che ho citato e ringraziato nel disco,
quella di Erri (De Luca, n.d.r.) con “Solo andata”,
perché quando ho letto il suo libro –
di cui la prima parte è una specie di poemetto
sulle migrazioni – è come se lui mi avesse
detto: “è possibile parlare di un argomento
così in poesia, quindi è possibile farlo
anche in musica!”. Erri mi incoraggia senza
volerlo, anche solo con la presenza. Altre suggestioni,
se ci sono, sono involontarie, non coscienti.
Ho
notato in tutti gli album una grande finezza nell’uso
della voce, nella qualità di renderla effettivamente
interpretativa e non solo uno strumento automatico
che deve definire la melodia delle canzoni. Già
fino ad “Altre latitudini” si potevano
cogliere sempre più sfumature, dal soffiato,
al sussurrato, al rauco, al semi-recitativo e, direi,
anche in questo album continui su questa strada. Ti
riconosci in quello che dico sulla tua voce? Secondo
che criteri la moduli?
Io penso che le parole hanno un peso: come sai, non
esiste solo il significato, ma anche il significante,
le parole hanno la loro musicalità, un loro
ritmo, un loro peso. Una delle cose delle cose che
credo di aver pian piano imparato, come in qualunque
mestiere artigianale, è quello di saper modulare
il peso delle parole o, almeno, mi sembra di farlo.
Una volta un grande cantautore catalano, Paco Ibanez,
m’ha detto: “tu non devi cantare mai per
tanta gente, devi cantare per l’ultimo in fondo
dell’ultima fila” e questo non vuol dire
urlare, vuol dire che, cantando piano, lui deve capire
lo stesso quello che dici.
Ci sono tanti ottimi musicisti
in questo album, alcuni tuoi compagni da tanto tempo,
ormai. Ma ci sono due grosse novità, due grandi
musicisti di fama internazionale: Bill Frisell e Greg
Cohen. Come vi siete incontrati e com’è
nata l’idea di collaborare?
Io ho incontrato prima Greg Cohen, grazie alla produttrice
del disco, Paola Farinetti – che è mia
moglie. Lo conoscevo di fama, ma non personalmente.
Ci siamo incontrati a New York perché avevo
un concerto lì, lui è di New York ed
è venuto a sentirmi. Dopo gli ho detto: “senti,
Greg, forse mi piacerebbe fare una cosa con te, però
devo prima farti sentire il materiale”. Qualche
mese dopo ci siamo visti a Montreal dove suonavo,
Montreal è a un’ora di aereo da New York,
lui è venuto. Avevo una registrazione chitarra
e voce e le traduzioni dei testi e m’ha detto:
“va bene, salgo in camera, ascolto e poi ti
dico”. È salito in camera, io ho aspettato
abbastanza trepidante; dopo due ore è sceso
e m’ha detto: “è bellissimo, va
bene, lo facciamo”. Da quel momento ci siamo
seduti ad un tavolo di un ristorante indiano di Montreal
e abbiamo discusso di come realizzarlo. Io avevo già
i musicisti e le idee abbastanza chiare, però
mi mancava una chitarra elettrica e pensavo che lui
mi potesse proporre qualcuno: lui mi ha fatto alcuni
nomi tra cui Bill Frisell. Ho detto: “va bene,
per come lo conosco come musicista, potrebbe avere
la sensibilità giusta”. Però,
con Bill non ci siamo incontrati durante la registrazione
perché aveva un solo giorno libero, per cui
ha registrato a Seattle e noi eravamo a Bologna. Una
roba un po’ strana: lui mandava le cose tramite
internet, ci mandavamo delle mail dicendo “bravissimo,
funziona, vai avanti così!”. Poi, per
fortuna, ci siamo incontrati dopo la registrazione,
a Genova, e sono stato contento di vedere che è
una persona che corrisponde alla sua musica: molto
timida e molto calorosa. Non ci siamo detti gran che,
ma ci siamo abbracciati.
Da “Montgolfieres”
in poi hai avuto sempre più considerazione.
Sicuramente, ciò è dovuto in primis
all’alto valore della tua opera fin da subito
(come ha scritto Leon Ravasi su Bielle, “Gianmaria
Testa è nato imparato!”), ma credo non
bisogni sottovalutare il fatto che hai incontrato
produttori intelligenti che hanno saputo appoggiarti
in tutti i sensi. Ci sono però tanti autori
nuovi o relativamente recenti come te, o Capossela,
o altri, che sono costretti a vivere nella penombra.
Credi che il mercato discografico dia ai giovani autori
di talento la possibilità di emergere?
Il problema è sempre lo stesso: qualunque creatività,
quando incontra il mercato, crea un punto di frizione,
perché non c’è nulla di più
lontano fra la libera creatività e la mercificazione
della creatività. Come si fa a stabilire quanto
vale un quadro? Com’è possibile che Van
Gogh sia morto miserabile e, adesso, un suo quadro
valga cifre impossibili per chiunque? Quello è
un punto critico. Io non mi faccio questo problema,
sinceramente. Resto convinto che, se tu hai una certa
coerenza e fai le cose non per venderle, ma perché
ti è necessario e la tua cosa ha il germe della
sincerità, alla fine viene fuori. Non importa
quando e non importa neanche quanto venga venduta.
Io ho sempre chiesto ai miei produttori di lasciarmi
libero e, sebbene mi abbiano dato consigli, sanno
che io non posso disgiungere la parola “libertà”
da quello che faccio. E so benissimo che per me ci
sono paragoni con Conte e altri, ma non mi interessa
assolutamente! Per me, una canzone di successo è
una canzone che rappresenta l’emozione che l’ha
generata; può essere anche non pubblicata:
l’importante è che io la scriva e la
canti, la metta fuori, anche soltanto per me. È
un grande privilegio che hanno quelli che riescono
a metter fuori una cosa che gli sta dentro, perché
dopo vivono meglio. Ovviamente, preferisco se i miei
dischi vendono, però è una cosa completamente
accessoria. La mia musica non me la toglie nessuno,
vendere o non vendere non fa la differenza.
Però,
aldilà dell’esperienza personale, soggettiva,
io volevo porre l’attenzione sulla questione
del mercato discografico, quello che offre.
Penso che sia sempre più evidente l’esigenza
di vendibilità e, quindi, si sprecano i prodotti
usa e getta, un po’ come nel resto delle cose
da vendere. La canzone, però, ha delle colpe:
siccome è uno dei pochi generi di musica vendibili,
la canzone si è prostituita più in fretta
degli altri generi musicali, ha accettato di diventare
solo prodotto e non più contenuto. Questo ha
fatto sì che per la canzone si nutra meno rispetto,
si è molto più critici verso altre cose:
si accetta, per esempio, che una bella voce canti
delle minchiate, io no! A me dispiace sentire una
bella voce che canta una stupidaggine! Penso che la
canzone dovrebbe avere più dignità,
però credo anche che uno degli antidoti per
evitare che i dischi vengano copiati non sia quello
di fare le pubblicità progresso dove si dice:
“non copiate etc.”. Se la gente ha la
possibilità di farlo, lo farà: perché
devo spendere 20 euro per comprarmi un disco se me
lo posso copiare? Io non ho nulla contro questo, nulla!
I dischi sono troppo cari, però credo che a
nessuno venga in mente di fotocopiarsi i sonetti di
Foscolo: se gli piacciono, si comprerà il libro,
perché vorrà averli, guardarli, consultarli,
per il piacere anche fisico. Credo che questa sia
una molla che spinge a fare prodotti che valga la
pena di avere, di essere posseduti.
Con Paolo Rossi aveva realizzato uno spettacolo, “Rossintesta”,
di cui fu presentata un’anteprima. Che fine
ha fatto quello spettacolo?
Eh, ma Paolo non c’è mai, io nemmeno!
(ride) Allora, ci sentiamo e diciamo: “quand’è
che lo rifacciamo?”. Ma le date non quadrano
mai.
A questo punto, mentre io e Gianmaria chiacchieriamo
amabilmente sui gradini esterni della Feltrinelli,
arriva un venditore ambulante con accendini, fazzoletti,
penne, che mette una mano sulla spalla a me e poi
si rivolge a noi due (mentre parliamo) con insistenza
per venderci qualcosa. Gianmaria con una fermezza
inequivocabile, ma anche con il garbo che lo caratterizza
gli dice: “No, grazie, scusa un secondo! Stiamo
facendo una cosa! Abbi pazienza”. Al che il
venditore risponde: “Ah, stai registrann’?!?”.
E Gianmaria: “E cert’! Eh! Solo un attimo!”
Quindi, lo rifaremo, però quando potremo tutti
e due.
Speriamo!
Sei album studio, alcuni video di spettacoli. Ma a
quando un live? Ne abbiamo bisogno!
Non lo so, spesso i live vengono fatti per vendere,
io sono titubante. Farò un live quando avrà
senso farlo, adesso mi sembra non ce l’abbia
ancora.
Per me l’intervista sarebbe conclusa,
ma – informalmente – chiedo a te che ci
lavori, queste Ferrovie italiane? (rido)
(ride) Una chiavica, eh? Eh, lo so, però
non dipende dai ferrovieri, dipende dalle scelte politiche.
Le ferrovie vengono lasciate andare – non so
perché -, però i miei colleghi fanno
i salti mortali già solo per la sicurezza,
quindi la puntualità è un sogno, per
adesso. È una questione di investimenti: il
problema è sempre lì nel manico.
Conclusa l’intervista, gli chiedo di firmarmi
il disco. “Anche queste sono cose che un giornalista
vero non fa”, mi dice mentre lo firma.
Intervista
rilasciata il28 ottobre 2006
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