Uno
dei più bei concerti cui mai abbia assistito.
E sicuramente il più bello di quest'anno.
In sala, un senso diffuso di stupore. Da Morgan ci
si attende molto. Non è la prima volta che
lo ascolto dal vivo.
Ma ieri sera ha dato più di quanto io mi attendessi
e spesso ripetevo tra me, trovando conforto tra gli
amici con cui ho assistito al concerto : "questo
è un genio". Un concerto mozzafiato.
Una sorta di summa della musica, dove sono stati sapientemente
mescolati vari generi, dalla buona vecchia psichedelia
al rock alla canzone d'autore, senza che mai questa
mescolanza apparisse come una sorta di bazar: tutto
coerente con se stesso, nonostante la diversità
dei brani che sono stati eseguiti.
Il concerto inizia già stupendo gli
spettatori.
Invece che attaccare con "Non al denaro, non
all'amore nè al cielo", Morgan dedica
tutta la prima parte a pezzi suoi, recuperando anche
qualcosa dei Bluvertigo (una bellissima
"Sovrappensiero"
e una sempre più ammaliante "La
comprensione"), e qualche cover
sparsa qua e là.
Le canzoni sono tutte unite. non c'è soluzione
di continuità tra l'una e l'altra: ci sentiva
come cullati da un brano all'altro. Finiva una canzone,
e non ti accorgevi che era iniziata già l'altra.
Non fare neanche un secondo di pausa per 10 pezzi
di fila non è da tutti. La suite: un altro
recupero dal passato, da quegli anni ’70 cui
Morgan strizza spesso l’occhio, senza per questo
fare apparire ciò come una improbabile “operazione
nostalgia”.
Energia allo stato puro.
E grande, grande capacità musicale. Senza cadere
nel virtuosismo: nessuna nota sembrava messa lì
solo per compiacere. Di ogni nota si avvertiva la
necessità e la pienezza. non mancava proprio
nulla; e nulla era in eccesso. La voce di Morgan come
oggetto mutante. Buona per ogni atmosfera e per ogni
racconto.
La seconda parte della serata è dedicata
al disco di De Andrè.
Che, se possibile, viene ancora migliorato nella versione
live, rispetto all'incisione di un anno fa. Il rispetto,
senza però timore reverenziale, con cui Morgan
si è avvicinato a questo disco è esemplare:
ne ha affinato tanti aspetti, salvando in pieno l'atmosfera
che si respirava nella versione originale di De Andrè.
Dal vivo tutto suona ancora più coinvolgente
e straniante: i momenti di riflessione vengono dilatati
ancora di più, e di converso quelli ritmici
vengono arricchiti ancora di più ("Un
ottico" è semplicemente
da viaggio allucinogeno in stile Lsd...).
Poi, a metà della seconda parte, dopo "Un
blasfemo", è venuto il momento
della "sorpresa": la presenza di Battiato.
Che, accompagnato da Morgan al piano e dalle Sagome,
canta "Il re del mondo" (arrangiamento
da brividi: senza stravolgere l'originale, migliora
ampiamente le potenzialità di questa grande
canzone) , "La canzone dell'amore
perduto" e, in due con Morgan,
un pezzo direttamente dagli anni '60, "The
Sun Ain't Gonna Shine Anymore"
dei Walker Brothers (“questo debosciato
mi ha costretto a provare, oggi in albergo, questo
pezzo, e ora neanche me lo ricordo” presenta
Battiato la canzone).
Ieri è sembrato un ideale passaggio di consegne
(lunga vita a Battiato, in ogni caso): Morgan mi pare
proprio il suo erede (insieme a Max Gazzè,
anzi, ancora di più). Le varie collaborazioni
tra i due testimoniano una comune sensibilità
artistica e un comune senso della ricerca. E della
sperimentazione non fine a se stessa. La serata, durata
quasi tre ore, si chiude con tre bis, tra cui due
canzoni di Umberto Bindi, alla presenza
del coautore, Giorgio Calabrese, emozionato e soddisfatto
di sentir suonare e interpretare così bene
le sue canzoni.
Morgan pare uscito direttamente dagli anni
'70.
Ma ha qualcosa in più: ha tutto quello che
di buono è riuscito ad assorbire e rielaborare
dagli anni '80 e '90. Una piccola, preziosa, enciclopedia
musicale vivente e suonante. Con l'umiltà e
l'ironia (anche autoironia) dei grandi. Tra i così
detti "giovani", è veramente cinque
spanne sopra agli altri. Perché sa suonare,
perché sa cantare, perché dà
persino più di quello che promette.