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di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Epistolari d'Autore

Max Manfredi - Stefano Nobile
"Tocchi" e penne per
una "sfida vintage"
di Max Manfredi e Stefano Nobile

Cristiano mi ha fatto leggere l'articolo "incriminato" di questo Nobile. Fra gli amici di Bielle non lo conosco, del resto non conoscerlo mi pare peccato veniale; e corrisposto, in quanto non pare, fra le righe, che lui abbia presente così bene me ed il mio lavoro.

L'articolo è, se non malevolo, ingeneroso.
Per fortuna la stessa "democrazia" virtuale che permette all'articolista di scrivere, vivaddio, quello che pare a lui, sancisce anche un diritto di replica. Repliche come quella di Cristiano, o altre che magari arriveranno. Gente che mi conosce e visita il vostro sito. E, a scanso di equivoci, si tratta spesso sì di amici, ma che tali sono diventati DOPO avermi conosciuto attraverso le canzoni. Oppure con cui, grazie alle mie canzoni, ci siamo rincontrati.

Ma la replica non è solo un diritto di chi mi conosce; ben di più lo è nei confronti di chi, sia pure fra i frequentatori delle Bielle, NON mi conosce.
A leggere l'articolo di Nobile, infatti, a ben pochi verrebbe voglia di muoversi per sentire un mio concerto, o procurarsi un mio cd. Per il cinquanta per cento dei potenziali fruitori magari sarebbe un contrattempo in meno, ma per gli altri potrebbe essere un importante appuntamento mancato.

Ben venga quindi una discussione che si diffonda intorno a questo piccolo nucleo; discussione cui vorrei partecipare anch'io. Non per tuonare contro la lesione di una maestà che non rivendico "attualmente"; ma per approfondire alcuni aspetti, mettere a fuoco certi preconcetti propri all'odierna critica "leggera" o "pop"; che, a mio avviso, troppo informano la pratica giornalistica, sia pure in rete, sia pure "di paranza". E magari anche per rendere giustizia alla complessità e all'inventiva del mio lavoro artigianale, troppo articolato e sfumato, me lo concederai, per essere liquidato con un'etichetta riduttiva.

Quello che propongo è una chiaccherata, serenamente polemica, con l'autore della recensione; chiacchierata pubblica, che possa dare occasione ad interventi esterni.
Potrebbe essere un'intervista via mail, che lui fa a me, o che io faccio a lui.

E' una proposta fatta senza alcun rancore, volta a trasformare un (piccolo) danno in un (relativo) vantaggio; un vantaggio, come si diceva, non soltanto mio.
Un mio amico sostiene che una sfida a duello sarebbe pubblicitariamente più proficua; ma, a parte il fatto che non ce n'è ragione, e che tutt'al più sarebbe una sfida ai "tocchi", la troverei, questa sì, inguaribilmente "vintage". E poi chi mi conosce sa che sono refrattario a certe trovate di marketing.

Max

Ciao Max.
(mi permetto di darti del tu: spero non ti dispiaccia).
Tu proponi un dibattito pubblico, una "chiacchierata, serenamente polemica" con me. Non mi sottraggo a questa iniziativa. Dico però che non vedo i motivi per una contesa. Piuttosto, ho l'impressione che ci sia stata una lettura del mio articolo quanto meno parziale, che ha enfatizzato alcune frasi, alcuni aggettivi, alcune osservazioni, trascurandone molte altre. Mi sembra che la tua lettera prenda spunto più dalle critiche di Angelini che dal mio articolo.
Vorrei evitare l'esegesi di quest'ultimo, così come quella della tua e-mail. Vale però la pena di chiarire qualche passaggio.

A me sembra che i tuoi paladini, o sodali, o aficionados, o ascoltatori o non so cos'altro (mi riferisco anche a una seconda lettera che mi ha girato Lucia, che invoca giustizia e chiede la gogna :-) per l'estensore dell'articolo) siano stati colpiti da due punti: l'uso dell'aggettivo "aristocratico" e il riferimento alla sessantina di persone.
L'aggettivo "aristocratico" è impiegato in maniera positiva: etimologicamente la parola ha a che fare con "l'ottimo, il migliore" ed era questo il senso in cui è impiegata. Quando Angelini scrive che i testi "non li definirei aristocratici, quanto ottimamente scritti in italiano", usa una tautologia, ribadendo un concetto già espresso nell'articolo. Le "ragioni" di una replica preventiva emergono in tutta l'acrimonia di chi si è visto toccare l'oggetto di devozione quando Angelini scrive che " mi sento di non condividere minimamente il suo articolo pubblicato su Bielle riguardo all'appuntamento". In quell'avverbio, "minimanente", ci sono anche i brani eseguiti, i compagni di palco, il riferimento all'imbracciatura della chitarra e alle influenze musicali... Angelini forse non avrà aggiornato le sue letture in campo etimologico, ma vedo che ha fatto tesoro dell'insegnamento di Schopenhauer, quando, nei suoi stratagemmi per perseguire l'arte di ottenere ragione, suggerisce di portare sempre al paradosso le affermazioni dell'avversario e di negarle tout court.

Quanto alle 60 persone mi sembra di ritrovare le polemiche che si registravano durante il governo del Berlusca ogni volta che gli italiani scendevano in piazza: i sindacati parlavano di un milione e la questura faceva la radice quadrata della cifra. Io so che lo spazio della Sala Teatro Studio contiene 150 sedie e che era riempito per circa un terzo. A un concerto di Markus Stockhausen eravamo pochi anni fa eravamo in 7. A uno di Meredith Monk eravamo 30. Per non parlare di quello dello stratosferico Stephan Micus. Non mi sembra che il numero di persone sia un indicatore della qualità. Anzi: spesso i grandi numeri sono l'indizio di un'attività artistica corriva, come accade nel cinema, nella musica e nella letteratura. E poi, una volta non si diceva "pochi ma buoni"?

Da par tuo, parli di un "piccolo danno" da riparare con un "relativo vantaggio". Ma qual è il danno? A me il concerto non è piaciuto granché ma mi sembra di averne parlato con toni equilibrati, enfatizzando soprattutto questo tuo encomiabile collocarti alla periferia della canzone d'autore, senza compromessi. Per alcuni questo potrà essere un'attrattiva, per altri no, per cui la mia recensione potrebbe tradursi in un vantaggio e non necessariamente in un danno. Io considero la tua attività di ricerca artistica - nient'affatto incline alle mode - come un pregio, anche se non vado matto per le tue canzoni. E' chiaro però che quanto più si coltiva un'arte di nicchia, tanto più si rischia di non incontrare i gusti del pubblico. In questo senso mi sembra che ciò che ho scritto sia stato letto in maniera miope, guardando ad alcuni aggettivi in maniera distorta. Avrei dovuto scrivere che nella tua musica ci sono venature hip-hop, infiltrazioni techno, ritmi jungle per stuzzicare gli appetiti del lettore approdato casualmente all'articolo che ti riguarda? La contemporaneità musicale è questa, lo si voglia o no. Per me è roba mediocre. Ben vengano le arditezze vintage, allora, e ben vengano i richiami alla musica antica, alla tradizione mediterranea. Che poi il sapore della salsa complessiva sia cosa appetibile per tutti i palati, è questione di gusti personali.

La vera critica era sulla presenza di facciata di Sepe: scatto sempre una foto all'arrivo sul palco e una quando gli artisti lo abbandonano. Quella sera Sepe ha suonato dalle 21.17 alle 21.28 (per saperlo è bastato guardare l'orario in cui è scattata la foto). Il sospetto dello specchietto per le allodole, alla vigilia del festival "Roma incontra il mondo" è forte. Magari è stato soltanto un mio pensiero malizioso. Perchè metterlo in cartellone per poi sentirlo suonare per circa un quarto d'ora? Mi è sembrato lo stesso meccanismo con cui i discografici curano le antologie: tutti brani risaputi a cui si accompagna un inedito. Specchietti per le allodole. O forse Sepe ha avuto un improvviso attacco gastroenterico che lo ha costretto a una frettolosa "ritirata" (dal palco e in senso scatologico)? Non aveva fatto in tempo a imparare gli spartiti del suo collega ligure?

Altrettanto maliziosa è l'impressione che molti artisti tendano più o meno consapevolmente a considerarsi i bramini dell'Occidente: guai a toccarli. Nel 1992, in un convegno organizzato a Milano da quella lobby [aggettivo autocensurato] della FIMI, dissi pubblicamente che andava rivisto il mercato delle royalties e la filiera distributiva per rilanciare il mercato. Non l'avessi mai detto: per poco al buffet a fine convegno non mi toccò mangiare da solo. Mi sembra che anche nel tuo caso ci sia una certa refrattarietà alla critica, anche quando questa è vellutata e senza colpi di machete. E infatti parli scherzosamente di una sfida "ai tocchi", come nel fioretto. In questa potenziale sfida i bookmaker inglesi mi danno 100 a 1: non ho il pedigree del giornalista, la collaborazione con Bielle è nata in maniera del tutto casuale ed è assolutamente amichevole e informale. Sul versante musicale, in "curriculum" ho la pubblicazione di un libro inchiesta sulla canzone italiana e di uno sul mondo dei consumatori di musica e la partecipazione a diversi convegni. Mi occupo d'altro: la musica è una passione che coltivo in maniera del tutto amatoriale, nella fotografia come nella scrittura, anche se ogni tanto escono casualmente fuori delle cose inaspettate. Una è questa piacevole collaborazione con Lucia; l'altra è la proposta di un giornalista Rai che mi ha chiesto di scrivere un libro sull'ECM di Manfred Eicher (ci lavorerò in estate, ammesso che prima riesca a chiudere i lavori in corso). Sull'etichetta bavarese sono preparatissimo. Su Max Manfredi, lo devo ammettere, un po' meno (hai colto nel segno). Perciò passo a te la palla: valuta l'opportunità di un confronto sul quale valga veramente la pena di discutere anche alla luce dei chiarimenti di questa lettera e, semmai, fammi sapere.
Spero che almeno ti siano piaciute le foto.
Con stima sincera.

Stefano



Ciao Stefano.
Gli argomenti che riporti nella tua mail sono molti, vediamo se riesco ad affrontarli senza farmene travolgere.
In ogni caso, la chiacchierata-intervista, o discussione pubblica, mi sembra una buona occasione di approfondimento di tanti motivi presenti in filigrana in questi botta-e-risposta, miei, tuoi, dei miei "aficionados".
La mia reazione di disagio non proviene dalla lettera di Cristiano Angelini, o di altri "partigiani" (meno male, del resto, che ci sono e che si muovono, e, vivaddio, aumentano di giorno in giorno, sia pure uno per volta).
In realtà il sunto che si ricava dalla tua recensione mi pare questo: "Max Manfredi, vecchiotto anagraficamente, lo è - volutamente ed inguaribilmente - anche di più per quanto riguarda la composizione e l'esecuzione dei suoi brani. In più usa un vocabolario, musicale e verbale, lambiccato e poco comunicativo. D'altra parte, i suoi seguaci sono pochi."
Ora dimmi a chi, se non a qualche bastian contrario o inattuale ad oltranza, verrebbe voglia di sentire un mio concerto, se già non mi conosce!
Quello che dici nella mail ha un taglio ben diverso. E io, senza essere giornalista, per soldo o, come te, per diletto, di pesca d'altura o di paranza (non è dispregiativo, e proprio nel ristorante del papà di Cristiano Angelini si mangia un fritto misto di paranza che è stupendo), i meccanismi della comunicazione, a orecchio, un briciolo li capisco.

Già pubblicare questa tua lettera su Bielle, vorrebbe dire - se non ritrattare la tua stessa recensione - per lo meno integrarla e darle un senso meno perentorio ed ingeneroso.

Esistono codici, anche codici morali: devono capirsi dal contesto, od essere spiegati, mai essere dati per scontati. Uno è quello, ad esempio, secondo cui non è il numero a far la qualità, che tu invochi nella mail. Già, ma legioni di articoli (forse non i tuoi) marciano proprio nella direzione opposta. Quantomeno sono due codici entrambi utilizzabili. Niente di più triste dell'ordalìa, in arte; ma è proprio questa che vien presa quasi sempre per buona.
Non manca, l'ordalia, di una sua grezza verità. Ma nel lavoro di un artista, a ben vedere, son presenti elementi che credo ben più importanti.
Naturalmente non tutti i media possono permettersi di ragionare così: alcuni, fortunatamente, sì.
In una società di massa, come quella in cui veleggiamo, l'aggettivo "aristocratico" ha mantenuto quasi esclusivamente connotazioni negative. Se lo si usa in modo positivo, o almeno incuriosito, occorre, a mio avviso, suggerirlo nell'ambito del contesto del discorso.
Se usi la parola "cattivo" non puoi pretendere che sia interpretato nel senso di "prigioniero", che era il suo originario. Chi ricorda, ormai, che "drastico" significa, etimologicamente, "purgativo"?I significati cambiano direzioni! Dai miei vecchi studi di linguistica ricordo l'uso denotativo e connotativo dei termini. Da giornalista dovresti sapere che, nella lettura di un articolo, a balzare all'occhio, spesso, è immediatamente quello connotativo.

Anche a me la faccenda delle sessanta persone ha fatto venire in mente il divario fra le stime della polizia e quella degli organizzatori di una manifestazione (a me hanno detto che alla fine il teatro era quasi pieno, e mi hanno parlato di un numero di posti in sala maggiore di quello che tu dici). Ma avresti potuto tranquillamente passare sotto silenzio il numero degli spettatori. Se non l'hai fatto questo è un tratto significativo: si può leggere come il "giusto", o almeno naturale coronamento dell'aura retrò che mi attribuisci.
Aura che, beninteso, non mi offende affatto.
I miei amori musicali sono atemporali, nel senso che sono delle puttane, dei fantasmi vivi, dei parassiti, possono appartenere a qualsiasi epoca. Anch'io credo di non essere legato, poeticamente, ad un'epoca in particolare.
Raimbaut diceva, con delirante - e lucidissima - ironia, "bisogna essere assolutamente moderni". Ma lo diceva, appunto, in epoca moderna! Nell'ottocento.
Oggi si intende per "moderno" il vecchio dell'altro ieri.
E qui veniamo al vero punto del tuo articolo che mi ha dato fastidio: questa fretta nell'etichettare, che non rende giustizia al respiro, alla vivacità, anche al rigore di un lavoro.
Non dico che tutti quelli che parlano di me debbano applaudire quello che faccio. Conoscerlo, però, sì. Ed investigarlo con pazienza, e con quell'umiltà che troppo spesso si pretende dall'artista, e quasi mai dal giornalista.
Allora sì che si scoprono le differenze, e qualche sorpresa.

Non avere il contrabbasso al concerto di Roma (o, in certa misura, le percussioni) è stata una trista contingenza, non una scelta.
Ma la formazione e lo stile romano sono esiti di un itinerario lungo e piacevolmente sofferto: dalle sonorità elettroniche, a tratti quasi rock, dei primi cd, alla ricchezza pacata dell'Intagliatore di Santi, all'intenzione di limpidezza del disco live.
Questa precisione tento di riportarla artigianalmente nei concerti.Le mie canzoni sono labirintiche, dense di trabocchetti e biforcazioni ritmiche, armoniche, melodiche: se conosci la musica te ne renderai conto. E noi proviamo a tenerne polito e funzionante ogni singolo elemento, ogni tassello, ogni ingranaggio. Magari non sempre ci riusciamo. E' la nostra mania, la nostra passione.
Eppure in un certo senso hai ragione tu.
Non solo il necessario, sacrosanto contrabbasso; ma anche le percussioni, che amo tanto, così difficili da adoperare. Quanto mi infastidiscono gli usi "canonici", standard, appunto, della batteria! Vento, pioggia,grandine, cataclismi, vetri spezzati e bidoni: ecco le percussioni che vorrei. Non è impossibile ottenere tali: ma ci vuol tempo, e magari anche denaro. Se il primo si fatica a trovarlo, e se il secondo il produttore non te lo dà... svanisce tutta la poesia (e ne incomincia un'altra, quella della virtù necessaria).

Alla canzone rivendico ANCHE una funzione contemplativa. Non soltanto di comunicazione immediata, battipiedi e battimani, non soltanto come sottofondo o per pogare, non soltanto inno od intrattenimento.
Non ho nulla contro queste funzioni della musica, e specialmente della musica leggera o pop; ma, dannazione, ce n'è un'altra. Nella mia produzione, che pure non disdegna le nervature del ballabile e del popolare, insisto sulla funzione contemplativa. Mi sembra, ed evidentemente anche a qualcun altro, che oggi ce ne sia un gran bisogno.
Alla povertà forzata del lessico, o al suo uso a volte leziosamente o sciattamente ludico, così presenti dell'attuale canzone, affianco la tentazione (e la frequentazione) di una parola iridescente: come le azulejos, appunto, le vetrate delle chiese, le squame dei pesci, le foglie dei pioppi, le lacrime. Caleidoscopica: cioè "bella da vedersi". Proprio così, "da vedersi", oltre che da sentirsi.
Ci riesco? Non ci riesco? E poi: bella per chi?
Ognuno tragga le sue conclusioni. Ma la scommessa, l'azzardo, come il tuo cognome, è nobile.
Azzardo nobile ed ozioso.
Il giocoliere diverte la parola, il poeta la soffre. Senza pretendere di essere uno né l'altro, sfuggendo però, inseguito, dall'essere entrambi, mi ritrovo "attore", letargica bestia da palco, se va bene davanti a quel buio che m'impediva di vedere quante persone davvero ci fossero ad ascoltarmi. Altrimenti, perché mai canterei canzoni?

Quanto all'incontrare o meno i "gusti del pubblico" c'è un importante antefatto: la possibilità di INCONTRARE IL PUBBLICO, e farsene incontrare. Quando vengo posto di fronte ad un pubblico, spesso e volentieri incontro i suoi gusti, e lui incontra i miei. Tra Maometto e la montagna c'è un rendez-vous piacevole. Sto parlando anche di un pubblico casuale, come può essere quello che affolla la piazza di un paese. Spesso mi capita di suonare nelle piazze dei paesi, e, se il pubblico è un minimo preparato a quello che l'aspetta, con successo.

Ma, non avendo io mai avuto buona fortuna promozionale, succede che la stragrande maggioranza di coloro che potrebbero comporre il mio pubblico, non ha in sorte di conoscermi.
Non una minoranza, una nicchia, mi ha scelto, fra tanti che siano stati messi nella condizione di ascoltarmi ed apprezzarmi. Ma una minoranza di potenziali fruitori o appassionati del mio prodotto mi conosce.
Questa sorte "karmica" alquanto scomoda la condivido d'altronde con altri più o meno valorosi compagni d'arme, dilettanti o professionisti che siano.
Non devo insegnare a te l'importanza della pubblicità, non solo nel corroborare il gradimento di un prodotto (anche artistico), ma proprio nel permetterne la conoscenza e l'esistenza sociale.
Questo non lo dico per lamentarmi, ma per ristabilire un accettabile esame di realtà e rifuggire dalle mistificazioni.
Io ho scelto di fare le canzoni che faccio, ammesso che sia una scelta; non certo di farle sentire al minor numero di possibili ascoltatori!

Sulla sfida "ai tocchi" c'è un equivoco lessicale: non si tratta di fioretto, in questo caso, bensì di un gioco in uso nelle bettole genovesi. Si scommette (e si beve) sul numero complessivo delle monete (i "tocchi", appunto) nascoste nel pugno dai giocatori.
Un'intervista fatta in mezzo ai fumi dell'alcol (spesso cancherone) causati da questo gioco più che vintage, meno crudele ed odioso della Passatella romana, ma pur sempre con potenziali esiti cruenti, o almeno tali da ricordare le "tabernae" cantate nella tradizione medioevale, non sarebbe consigliabile nemmeno a Schopenhauer. Su una discussione franca ed aperta invece, mi trovo d'accordo. Se mi mandi delle domande ti rispondo. A parte il fatto che, con questa lunga mail, credo di avere risposto, magari a tratti un po' sconnessi, anche ad alcune domande che non mi hai fatto...

Max



Ciao Max.
Innanzitutto grazie per la tua generosa e-mail: è soltanto l'ennesimo esempio della passione che metti nel tuo lavoro. Gli scambi, mi sembra che stianoprendendo un'altra direzione rispetto a quella che proponi in formato intervista. E allora, prima ancora di continuare, ti faccio una proposta: perchè non inserire sul sito proprio questo scambio epistolare elettronico? Lo troverei più vero, anche se eventualmente corretto, più autentico e immediato di un'eventuale intervista.

Vengo alla tua lettera. Vedi Max, tu traduci il mio articolo estrapolandone una parte e facendola diventare questo: "Max Manfredi, vecchiotto anagraficamente, lo è - volutamente ed inguaribilmente - anche di più per quanto riguarda la composizione e l'esecuzione dei suoi brani. In più usa un vocabolario, musicale e verbale, lambiccato e poco comunicativo. D'altra parte, i suoi seguaci sono pochi." Vero. Ritagliando opportunamente le parole, compreso quel "50enne, genovese doc", si pouò arrivare dove arrivi tu. Quacuno, in ossequio a uno stereotipo sul quale ironizza anche il tuo concittadino Grillo, potrebbe notare che quel "doc" dopo "genovese" è una sottolineatura dell'avarizia degli indigeni nati nell'ex Repubblica marinara. Ribatto ritagliando qualche altra parte della recensione per mostrarti come la percezione selettiva (un meccanismo che gli esperti di comunicazione, io sono tra questi per acquisiti titoli accademici...) conoscono bene. L'incipit della recensione ("figura del tutto eterodossa rispetto al panorama cantautorale nostrano"), i rimandi alle influenze della tua musica (percorsa "da echi di musica antica, rimandi al fado", eccetera), il richiamo alla tua autonomia artistica ("L'opzione artistica fuori dal tempo e dagli schemi"), la notazione sulla tecnica musicale ("un approccio colto allo strumento"), l'enfasi sui contenuti ("dichiarato impegno civile"), aggettivazioni lusinghiere ("divertente satira in chiave country-folk" e poi "il leader prova a scherzare con gli spettatori") possono essere tradotti esattamente alla rovescia. Non è necessario scomodare Paul Lazarsfeld per mostrare che ognuno può leggere in ciò che ho scritto ciò che vuole. Ma siccome nella mia recensione annovero tanto le qualità della tua musica quanto quelli che non chiamerei affatto difetti, bensì caratteristiche intrinseche. D'altronde, lo stesso meccanismo di "percezione selettiva" lo noto nel non avere preso in considerazione due questioni sollevate nella mia lettera precedente: quella della presenza di Sepe e quella di una certa refrattarietà alla critica.

Quanto all'ingenerosità del mio articolo, devo darti ragione in parte: non è abbastanza chiaro, in esso, quanta ammirazione ci sia per quel lavoro da intagliatore (!) di parole, da cesellatore del verso che ho forse mal descritto ("i suoi testi spesso ricercati"). Parlo di una caratteristica che in Italia hanno in pochi e che - a mio modo di vedere e senza alcuna piaggeria - ti colloca di diritto al fianco di artisti di caratura riconosciuta come Guccini, De Andrè; De Gregori, Conte, Lolli e, azzardo, Silvestri e Marino.
Altrettanto, non emerge forse a sufficienza quanta stima ci possa essere per chi va così caparbiamente per la propria strada, alla faccia dei meccanismi di mercato ("scommesse con l'oblio del suo pubblico").
Sulla tua musica mi sono già espresso: è un lavoro ardito e difficile, riconoscibilissimo ma che può scontentare qualche palato. Sono cinquant'anni che in Italia ascoltiamo il rock americano, a volte senza capire una sola parola: segno evidente che la musica può essere il viatico migliore per avvicinarsi a un artista, al di là delle sue modalità compositive (testo e poi musica o viceversa). Non rispondere al diktat di impostazione rock non è affatto di per sè un limite. Nel caso del mio commento al concerto, voleva soltanto essere una notazione a beneficio di eventuali lettori.

Rimangono le due questioni chiave del mio intervento sul Bielle: "aristocratico" e "sessantina di persone". Sull'aggettivo riporti alcune efficaci analogie: ma non concordo affatto sul fatto che i termine "aristocratico" abbia subito la stessa traiettoria, a meno che non lo si intenda ancora secondo le categorie gramsciane o che l'accezione al vocabolo cambi a seconda della latitudine (Genova vs. Roma).
Quanto alla sessantina di persone, lo giuro, non le ho contate. Ho fatto una stima moltipliocando il numero di file riempite per i posti di ciascuna fila. Ne potremo venire a capo chiedendo i dati direttamente all'Auditorium :-)) Il punto non è questo. Piuttosto, in questo mio approccio amatoriale alla musica (l'approccio professionale è interamente collocato sul versante sociologico) mi piace richiamare sempre la dinamica tra pubblico e artisti: ne troverai prova e traccia sulle altre mie recensioni sul sito.

Non mi hai detto se hai apprezzato le foto...

Ciao

Stefano

Sì, ho apprezzato le foto; e ho anche pensato, un po' malignamente, che tanta attenzione a scattare, forse, te ne ha distolto per quanto riguarda il concerto...
Non ho riposto su Sepe perché, così, la questione è malposta, manca l'antefatto. L'antefatto consiste in questo: gli organizzatori di Generazione X vogliono invitare, per le serate della manifestazione, un artista, non famoso ma meritevole, secondo loro, di salire sul palco del teatro studio, affiancandolo con un ospite, magari un po' più noto di lui.
Hanno una "rosa" di ospiti noti, seppure non di fama mediatica. Daniele Sepe ne fa parte, e, siccome ci conosciamo vagamente, e ci stimiamo, si propone per il mio concerto (questo è quanto mi è stato detto).
Naturalmente manca il tempo delle prove. Mia è la scelta di evitare gli obbligati, gli spartiti, e farlo suonare su "pedali" di accordi. Sua la padronanza delle scale negli assoli e la fretta di ritornarsene a Napoli, quindi anche la richiesta di suonare ad inizio concerto, quando, secondo le leggi dello spettacolo, sarebbe stato meglio sul finale.
Maurizio Viola, "regista" delle serate, mi ha detto che di rado è successo che l'ospite abbia duettato con l'artista invitato. Che, solitamente, l'ospite arrivava ed eseguiva due o tre brani suoi, poi salutava.
Se possa esserci una collaborazione fra noi due, in futuro, non lo affermo né lo escludo. Volessi prendermi la briga di avere ospiti "illustri" fra i musicisti, non avrei che la scelta dell'imbarazzo (e anche questo non è un lapsus, come non lo era il "congeliamo da voi", espresso evidentemente con sicuro talento d'attore, tanto da parere veritiero; ma un calembour). Conosco alcuni musicisti noti, che sicuramente non mi chiederebbero - per stima o empatia - le cifre che potrebbero chiedere alla Pausini.
In genere preferisco però cesellare il lavoro di squadra, come un allenatore di calcio, con musicisti altrettanto bravi, meno noti e più frequentati ed affezionati. Anche perché non mi risulta che la presenza, fra i musici o gli ospiti di un cd, di grandi nomi, abbia mai fatto vendere una copia in più, in assenza di promozione. La prova lampante è nella Fiera della Maddalena: un semi-inedito che, se quei zuzzurelloni della BMG pubblicassero oggi con un minimo di packaging e magari una bella foto di Faber in copertina, venderebbe subito, come minimo, centomila copie; il che ci farebbe tutti felici. Ma una delle leggi del libero mercato è la miopìa obbligatoria.

Chiamare la mia "Kukuwok" una divertente satira è lecito, ma altrettanto lo sarebbe definire Desolation row una parodìa sbarazzina della società degli anni sessanta, o La domenica delle salme una scanzonata stornellata sul periodo che seguì gli "anni di piombo". Ciò che si coglie immediatamente, in Kukuwok (canzone che ho scritto, che non amo come altre, ma vedo che in genere piace, anzi, tocca corde nemmeno troppo nascoste nell'ascoltatore) è questo squilibrio patetico - in senso etimologico - fra una realtà riduttiva, faticosa, ed una nostalgia impossibile. Le mie canzoni non dichiarano nulla, tantomeno qualche positivo impegno civile. Testimoniano, semmai, in modo anche dolente, questo miscuglio di pezzi di civiltà e barbarie che ormai ingozza ciascuno, e lo fa acriticamente, quindi senza, non dico la speranza o il progetto, ma nemmeno la velleità di un riscatto. Di politico, nelle mie canzoni, manca il proponimento. E quando dico "E rideremo e bruceremo quei fantocci che vederli ci fa male", può essere interpretato anche come una bugia consolatoria, da agonìa di film western. In ogni caso, come delirio (Il regno delle fate).
Ma tutto questo lo dico sottotono, anche quando urlo. E spesso gioco sul contrasto fra l'urlo semantico, di ciò che dico, e il modo apparentemente pacato di cantarlo.
Sui nomi che fai, a cui mi affianchi, a parte i ringraziamenti di rito (in quanto quasi tutti nomi di una specie di Olimpo della canzone d'autore) concordo in parte. Ma direi che, paradossalmente, chi sento più vicino, sia pure nella grande distanza, stilistica e contrattuale, è Paolo Conte, per il suo accanimento musicale ed un certo abbandono nei testi, a cui lui, come dire, arriva, con illuminante understatement; e da cui io, invece, per così dire, parto, come una disordinata necessità. Per questioni generazionali ed intento.
Dalla canzone ho sempre cercato stupore ed emozione. Nelle mie, e soprattutto in quelle degli altri: Leonard Cohen o gli Alunni del Sole, Tom Waits o Mozart. Non sono sullo stesso piano, ma possono causare gli stessi effetti psicofisici, le stesse scariche neuronali. Risuonano su tavole armoniche diverse, con misteriosi tratti comuni. Novalis, il poeta romantico, diceva che la critica è sempre evocazione medianica. Uno spirito chiama, un altro risuona e risponde. L'ascolto, tanto più. E' per questo che alla critica è sempre necessario il silenzio e l'ascolto, altrimenti diventa, quasi senza volere, un'operazione censoria.

Del resto anche il modo di comporre, fra Paolo Conte e me, credo sia differente.
Io non parto "dalle parole" o "dalla musica", ma da una sensazione, percezione comune ai due linguaggi. Infatti dico sempre che in una canzone c'è la parte poetica, la musica. E quella musicale, le parole.
Sulla dinamica fra me, noi, sul palco, ed il pubblico, quello che ho notato nel concerto romano, fin dal primo lungo applauso d'ingresso, è stato un rispetto compito, a tratti entusiasta o commosso, ma mai tanto, che so, da battere le mani a tempo, anche nei rarissimi casi in cui le mie canzoni lo rendono possibile. Diciamo, poco dionisiaco, o, semmai, di un Dioniso tutto interiorizzato. Questa aura un po' "troppo" ieratica tendo a stemperarla anche con qualche battutaccia. Mi sembra bello cambiare un poco registro, e presentare scherzosamente brani che magari virano verso lo struggente, sempre comunque filtrato attraverso la cifra ironica, che è l'ultima spiaggia necessaria della significanza. Dopo c'è il caos, o, a scelta, l'apocalissi. Qui non parlo di canzoni, ma di letterature.
Discorso complesso, quindi, ma utile; non per analizzare la canzone leggera o pop sulla scorta di categorie accademiche (filosofiche, filologiche, semiologiche etc.) come già aveva fatto, per scherzo, Umberto Eco in anni precedenti; e come ora vanno facendo, seriosamente, studenti e chierici d'ogni tipo. Ma perché, nel loro nomadismo, le canzoni si nutrono dell'umore di terreni insospettabili, furti e scambi genetici sorprendenti.

Infine, per quanto riguarda la lettura bifronte del tuo articolo, non sono del tutto d'accordo: tutti coloro che lo hanno esaminato ne hanno ricevuto un'impressione analoga. Vero è che si tratta di partigiani particolarmente vulnerabili e reattivi, come me, del resto. Mi viene in mente la mamma yiddisch di una barzelletta di Moni Ovadja: suo figlio ha due cravatte che lei gli ha regalato, una azzurra ed una arancione. Trova quest'ultima assolutamente orrenda, ma decide ugualmente di indossarla, vincendo la ripugnanza, nel giorno dell'invito a cena a casa di sua madre. Questa apre la porta, adocchia la cravatta arancione e sbotta, intristita: "Non ti piaceva proprio la cravatta azzurra che ti ho regalato, vero?"
Ma io credo che la stessa impressione, dall'articolo, ce l'avrebbe anche uno che non mi conosce; e, ripeto, se non si tratta di un tipo bizzarro ed inguaribilmente inattuale, difficilmente sarebbe punto da curiosità nei confronti di un mio concerto, o del mio lavoro in genere.
Questo ci riporta al problema pesante della pubblicità, o della sua mancanza, problema che condivido con molti altri. Ad un certo livello pubblicitario, quello che fai va bene comunque. E' come aver oltrepassato la risacca della battigia, che ti sbatte sui sassi, e farsi semplicemente cullare dall'altalena delle onde. Prima, la tua esistenza pubblica è sempre "a rischio". Peggio, sempre esposta "al buon cuore" di fruitori e committenti che, beninteso, abbiano la ventura di conoscerti.

"Il dibattito no", era l'urlo catartico in un vecchio film di Nanni Moretti. Ed ora mi dicono che c'è un dibattito, su di me e su questi temi, in corso sulle Bielle. Bene, tutto ciò che smuove la situazione mi trova d'accordo. Magari chiamiamola chiacchierata.
Anche se, per citare un altro momento catartico del cinema italiano, qualcuno dovesse prorompere in un: "Per me le canzoni di Max Manfredi sono una cagata pazzesca."
Max


Ciao Max.
Come vedi il nostro scambio di bit è già in rete, approvvigionato da solerti interventi da parte del pubblico. Mi sembra già talmente corposo che non vorrei abusare della pazienza dei lettori e dei tuoi estimatori che ci hanno seguito fin qui.
Per cui cercherò sinteticamente - si fa per dire - di tirare le somme e di rispondere alla tua ultima e-mail, anche se adesso le modalità del nostro scambio - che sappiamo ormai pubbliche e prive di tagli - sono condizionate dalla consapevolezza di essere "osservati". Insomma, siamo partiti da Max Manfredi e siamo arrivati al Grande Fratello.
La sintesi di questa "chiacchierata" telematica forse dovrebbe partire dalle rispettive psicologie. Ma se così fosse, con le reciproche esegesi che abbiamo fatto di ciò che ci siamo detti, finiremmo per seppellire quel minimo anelito di ironia che è necessario se si intende evitare di trasformare uno scambio di opinioni in una logomachia. E a me pare che, alla fine, ci siamo presi troppo sul serio, fermo restando che con questo non intendo certo dire che l'argomento "fenomenologia di Max Manfredi" non sia un argomento serio, o che abbia meno diritto di campeggiare sul web di quanto non ne abbia il dibattito su "luci e ombre nel manierismo post-kantiano" o altri temi dei quali l'umanità intera non potrebbe fare a meno.
Provo a sintetizzare, dunque.
1. Se mi paghi le spese notarili, giuro che sono disposto a sottoscrivere - a beneficio degli internauti che si dovessero imbattere nella mia recensione e non certo dei tuoi accoliti che non necessitano affatto dei miei suggerimenti - che MAX MANFREDI MERITA DI DIRITTO - PER CAPACITA' DI SCRITTURA ED ESTROSITA' DEL LINGUAGGIO MUSICALE - UN POSTO NELL'ARISTOCRAZIA DELLA CANZONE D'AUTORE MADE IN ITALY. Se la plebe è rappresentata dalla pletora di tecnocrati della rima baciata, dai maratoneti del quattro quarti, dai saprofiti della lingua italiana e dagli stupratori del verso, l'aristocrazia è composta dai nomi che ho citato nella mia una mail precedente.
2. I bookmaker inglesi, che a inizio match mi davano 100 a 1, pare che abbiano raddoppiato le quote. Fonti sediziose e inattendibili riferiscono che la Sala Teatro di Studio è munita di 350 posti. Pare dunque che Nobile, del tutto incautamente, abbia fatto una stima dei presenti in sala affidandosi soltanto all'occhio sinistro, peraltro aggravato dalla carenza di diottrie, coni e bastoncelli. Insomma, pare che gli spettatori fossero di più. Per questo le sue quotazioni sono precipitate. Pare che un noto medico viennese nel corso di una seduta spiritica abbia rivelato che il contendente Nobile ha deliberatamente distorto l'informazione in merito alla consistenza numerica del pubblico per il bisogno inconscio di sentirsi parte di un'élite. Repentina salita in borsa della Bayer a seguito delle massicce somministrazioni al contendente del farmaco per curare il Disturbo Bipolare II durante la fase maniacale.
3. Checché ne dicano i tuoi ammiratori (credo che questo sia il termine giusto), tutti certamente contattati per vari panel demoscopici grazie alla loro riconosciuta rappresentatività statistica, insisto nel ritenere che la lettura del mio articolo sia stata quanto meno selettiva. Domando, a te e ai tuoi paladini: cosa ne avete fatto del povero Giorgio Maimone? Lo avete spedito ai lavori forzati in Siberia? Lo avete fatto rinchiudere all'Ucciardone in compagnia di tre ergastolani che si chiamano Abdul, Pedro e Yorubo? No, perché mister Maimone, che peraltro ha scritto una notevole recensione, esordisce così, proprio sulle "pagine" di Bielle, nel recensire il tuo disco "L'intagliatore di santi": "Debordante e anacronistico". Giuro: "debordante e anacronistico". E sta parlando di te, Max. E' vero che dopo spende aggettivi di tutt'altra natura (lo dico a beneficio dei tuoi potenziali acquirenti: Maimone afferma che è un disco imperdibile), ma come la mettiamo con l'internauta frettoloso, quello che se non trova le stellette si ferma alle prime due righe di una recensione? Per l'ardito Maimone è previsto un secondo capitolo del processo di Norimberga dopo tale azzardo? Una considerazione analoga, a proposito di questo strabismo percettivo e analitico, la vorrei fare in merito alle reazioni suscitate per aver fatto riferimento alla scarsa quantità di rock che ha caratterizzato la tua esibizione romana. Qualcuno tra i tuoi sodali - retoricamente - domandava: che male c'è? Non mi sembrava che ci fosse scritto che è un male. Era soltanto un modo per avvertire i summenzionati internauti che se fino al pomeriggio precedente avevano ascoltato gli Scorpions o erano abbonati a una fanzine di trash-metal, magari nella musica di Manfredi non avrebbero trovato esattamente le stesse atmosfere. Colgo l'occasione per puntualizzare che nei tuoi testi, Max, mancano i riferimenti alla pasta e ceci così come sono carenti i rimandi all'epigrafia greca. Speriamo che anche queste gravissime affermazioni non sollevino tumulti popolari e non mi debbano costare la gogna.
4. La virulenza di certi attacchi da parte di alcuni tuoi ammiratori per avere profanato il totem della tua arte in tutta la sua statura mi riporta alle equivalenze sociologiche tra tifo, fanatismo e religione. Tra questi tre elementi esistono molti denominatori comuni: costruzione dell'identità collettiva, attribuzione di ruoli, attuazione delle gerarchie, ricerca di una leadership riconosciuta e via dicendo. I focolarini del cattolicesimo e i talebani del culto di Sant'Artista adottano, nella sostanza, gli stessi meccanismi del tifoso che allo stadio ti spacca la faccia per avere gridato "Daje Frosinone!" nella curva sbagliata. Quanto ho preferito i toni dichiaratamente schierati eppure così equilibrati di Sirianni...
5. Quanto a Sepe, il grande Daniele Sepe, saranno i lettori a farsi un'idea della faccenda. Convengo con te che l'averlo presentato a inizio show rovescia le regole dello spettacolo. Ma è innegabile che la trovata dell'auditorium sia uno specchietto per le allodole, nel caso del vostro concerto come di quelli che lo hanno preceduto. Cosa c'entrava (il bravo) Servillo nel (magnifico) concerto di pinomarino?
6. Rullo di tamburi. La cosa più importante di tutte: tutto ebbe inizio - nel dibattito tra Max Manfredi e il sottoscritto - dalla percezione di un danno subito. E allora mi gioco l'asso e sposto il discorso su un altro terreno, sul quale mi muovo a occhi chiusi. Caro Max, ti ricordi di quel signore canadese che negli anni Sessanta parlava del "villaggio globale"? Sì, Max, lo so che te lo ricordi. Quel signore si chiamava Marshall McLuhan e diceva una cosa che hanno ripetuto in tanti ma che hanno capito in pochi: "il mezzo è il messaggio". E il mezzo, nel tuo caso, è internet, è il link sulla homepage della Brigata Lolli, sono le mie fotografie che colgono (o almeno ci provano) i movimenti plastici della tua esibizione (dai una ripassata alle foto che hai sul tuo sito - quasi tutte a suon di flash e, quando va bene, piani americani - e vedi se sei stato danneggiato...), sono gli interventi dei tuoi sostenitori o quelli dei frequentatori abituali di Bielle. Insomma, quelle foto con quelle 30 righe avrebbero potuto starsene là senza incuriosire nessuno se non, forse, un simpatico tipo che, a concerto finito, mi ha domandato dove avrei pubblicato le foto. E' proprio grazie alla "connotazione" che invece si è acceso un dibattito che ora è linkato in prima pagina e che, se non la smettiamo di prenderci tanto sul serio, nel migliore dei casi ci porterà presto al referendum tra monarchia e repubblica. Nel peggiore, all'ennesima riproposizione della contesa tra guelfi e ghibellini. Il mezzo è il messaggio. Dopo questa ridda di scambi anche il più distratto degli internauti che dovesse imbattersi su Bielle per cercare notizie e approfondimenti di genere musicale senza ancora conoscerti e dovesse leggere la mia recensione e tutto quel che ne è seguito smentirebbe - ne sono assolutamente convinto - la tua profezia secondo la quale "a ben pochi verrebbe voglia di muoversi per sentire un mio concerto, o procurarsi un mio cd". Al contrario, diranno: "Ma chi cazz'è 'sto Max Manfredi? E' un figo della madonna o uno smargiasso (elemento che acquisirebbero dalla lettura, quella sì "dannosa", dei tuoi paladini al mio articolo)? E via a comprare dischi e a sentire concerti. Il mezzo è il messaggio. Altro che danno: dovresti pagarmi le royalties per il servizio offerto, ma siccome sei ligure ci spero poco. :-)) Aggiungo emoticon a scanso di equivoci, prima di trovarmi con una querela :-))
Ecco, Secondo me si potrebbe riassumere tutto così. O se, preferisci, con il solo punto 6.
Chiudo con una risposta alla tua ultima mail, abbandonando il tracciato della sintesi di quanto occorso finora. Se definisco Kukuwok una divertente satira e non va bene neppure questo - sennò rischiamo di espungere Dylan e De André dai sussidiari delle scuole medie - allora come posso scrivere una recensione? Non convieni con me che stiamo pur sempre parlando di doxa, di opinioni, e non di episteme? Questo scambio conferma la mia impressione che le critiche non ti facciano fare grandi balzi di gioia. Avrei preferito una variazione su una vecchia strofa di un tuo illustre collega ("Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate") alla cernita di vocaboli per recensire una tua esibizione live.
Ad meliora.
Stefano

07-06-2006
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