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  News
25/02 Massimo Donno: "Partenze"
Orage

Massimo Donno è arrivato al secondo album solista ma i suoi percorsi musicali hanno origine lontane e tracce certe e diverse lungo tutti gli anni duemila: dal progetto iniziale limitrofo alle sue geografie salentine, nell’Allegra Brigata Bodhran; attraverso una continua rilettura del maestro De André del quale studia vita, opere e pensiero portando in scena spettacoli di teatro musica complessivi o riletture dei suoi album maggiori; con una carriera personale che vede un rapido cambio di rotta verso uno swing ironico ma già da altri abusato e l’attuale ritorno a casa con un fardello di pensieri nuovi e il maestro Tesi al fianco capace di focalizzare meglio la materia world su cui plasmare le attuali e purtroppo effimere certezze. L’incontro virtuoso tra Massimo e Riccardo è maturato in anni di frequentazione e la collaborazione è nata dalla stima reciproca, il risultato è un album tra i migliori dell’anno. Ci sarà una nuova partenza, e un nuovo polo verso cui proseguire un viaggio vitale che non può in alcun modo finire. (segue)

29/10 Francesco De Gregori
pino marino

De Gregori ha rincorso Bob Dylan per tutta la vita e forse l'ha finalmente raggiunto. Dopo averlo copiato ("Buonanotte fiorellino" è dichiaratamente ispirata a "Winterlude") , dopo averlo tradotto episodicamente ("If You see her say hello" che è diventata "Non dirle che non è così"; "Desolation row" che diventa "Via della povertà", grazie anche a Fabrizio De André; "Series of dream" che diventa "Il futuro" per Locasciulli), finalmente arriva al "furto" vero e propri, dichiarato, ma con "amore". Il titolo riecheggia, è ovvio, "Love & theft" del maestro di Duluth, ma è particolarmente apprezzato. "Ogni traduttore è un traditore", si diceva un tempo e sarà senz'altro vero, ma quando la traduzione (e il tradimento) è fatto con amore, forse lo si può perdonare. Allora "Amore e furto" consta di 11 furti, uno già noto ("Un angioletto come te"' ossia "Sweetheart lime you", che ha fatto da apripista all'album e in cui De Gregori surclassa Dylan, peraltro un Dylan minore), tre sono i brani già tradotti, ma rimessi a nuovo e gli altri sette delle belle novità. (segue)

De Gregori e Guccini

20/01 - Vinicio Capossela non appartiene al nostro tempo. Non è un viandante dell'oggi, ma della memoria. Folle e geniale ad un tempo, in miscele molto variabili e sempre molto instabili. Una maionese che cerca di impazzire a ogni mescolata, a ogni rullata di cucchiaio. Per spiegare il concetto che gli ha ispirato il film “Nel paese dei Coppoloni” tratto dal suo libro “Il paese dei Coppoloni” (Feltrinelli) parla di “Heimat", parole tedesca che significa patria, terra d'origine, terra madre: la parola tedesca nel senso pieno di patria è “Vaterland" ed è maschile. Heimat è femminile. “Matria", potremmo tentare uno sfizioso neologismo. Foglie secche sul pianoforte, lamenti e urli musicali, fascino e fantasia. Sospensione. Nel tempo e nel mondo. "Siamo tutti emigranti del tempo, Non dello spazio". Mille cappelli diversi che tengono a freno una calvizie incipiente e una montagna di idee. La natura, il ballo e la cerimonia. Un mondo pagano. Senza Dei cattivi, ma con la presenza concreta di demoni buoni. “Il video de Il Pumminale” non è un videoclip, come ha detto il regista Lech Kowalski (figura di culto della scena musicale underground) ma un film di 12 minuti oppure una sonata in tre movimenti. Vinicio tira fuori il blues della sua terra. Ricerca le forme archetipe del discorso musicale tradizionale e lo travasa nel suo mondo immaginario e sonoro con esiti che sono tutti da studiare. Dall'importanza del mondo percussivo, alla voce sussurrata che suggerisce sogni sognati o ancora da sognare, dalla notte come elemento narrante agli animali, che grazie al loro nome, contengono più anima degli umani. “Le Canzoni delle Cupa” usciranno a marzo e rappresenteranno il nuovo album di Vinicio Capossela oltre che la colonna sonora di “Nel paese dei Coppoloni”. Nel film le canzoni sono appena gustate, assaporate, ma non digerite: solo quel tanto che basta per dire che c’è tanto fuoco sotto la cenere. Ci sono gli Sciamani nel bosco e i loro riti magici, c’è il blues irpino che dardeggia sotto la cenere, ci sono parole, sogni e musica in quantità. Difficile attendere due mesi ancora.(segue)

Franco Giordani: "Incuintretimp" Pallante : "Ufficialmente pazzi"
 mirò Fondamentale l’amicizia e la collaborazione artistica con il maestro Luigi Maieron. “Incuintretimp” è un album consapevole delle bellezze che si stanno perdendo, dei legami umani che si fanno leggeri e senza forza, dei luoghi di sempre che cambiano, delle belle amicizie che vanno curate finché sono vive per non rivangare col senno di poi, dei sapori rurali che fanno da guardia, dei suoni della natura soverchiati dai rumori, di gioventù appena lontane e già antiche, di anziani racconti che fanno sospensione, di personaggi border line e di dei rurali svaniti nei ricordi. Il tutto accompagnato da una band di fidi, capaci di sospensioni e di corse, sempre senza strafare, mentre la voce ruvida e piacevole di Franco narra quelle storie che nascono lassù in alto a destra sulla cartina, da dove sono sempre passati popoli e suoni, e dove certe visioni diventano prima che altrove storia comune. Da ascoltare magari vicino a un caminetto acceso, a una compagnia scelta bene, a un bel rosso d’annata, per tenere l’inverno lontano, soprattutto dal cuore. (segue) miròPaolo Pallante è un farmacista. È vegano e considera folle guardare Peppa Pig e poi mangiarla chiamandola prosciutto. Ama il jazz. Suona la chitarra. La suona molto bene. Pallante è quindi anche un musicista. Ha poi una voce matura, intensa, provocante, sensuale: perfetta per fare il cantautore. E perciò – dopo sette anni dal primo disco - nel 2015 Pallante ha pubblicato "Ufficialmente pazzi", un album che colpisce immediatamente - a primo orecchio potremmo dire - proprio per la voce intensa e sorniona. Ma anche per gli arrangiamenti - che si muovono tra jazz, swing e ritmi sudamericani - e per quelle che potremmo definire le intenzioni sonore, che rimandano ad atmosfere fossatiane e contiane. Il pregio di questo disco però è proprio quello di non sembrare qualcosa di già sentito, di vecchio, di improduttivo. Una delle migliori produzioni della scorsa stagione, che ai vari riascolti si fa apprezzare anche di più per la maturità dei suoni e delle parole. È evidente infatti la cura assoluta dei testi, mai banali, mai scontati, al punto da toccare qualche momento di leziosità, forse non necessario, nella scelta delle parole. Ma è tanto più apprezzabile in un momento della canzone dove anche la sola rima baciata appare un ricercato momento del discorso poetico e le necessità metriche degli improvvisati autori fai-da-te fanno scempio di accenti. (segue
Gli imperdibili di Bielle
 
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Biellenews n.71 su Bielle

"Sono femmina" - Valeria Cimò


"Lettere matrimoniali" di Claudio Lolli
Canciani25/11
- Mi risulta difficile scrivere con sufficiente distanza prospettica su Claudio Lolli, perché per me il cantautore bolognese è stato ed è molto di più di un semplice bravo artista: è un Filosofo, un Maestro, un Compagno. E’ colui che, nella migliore forma estetica possibile, esprime la mia Weltanschauung intrisa di sentire tragico esistenzialista e di energica rivolta libertaria.
Per queste ragioni, consapevole dell’assenza di una dispiegata lucidità ermeneutica, il mio intento è quello di scrivere oggi non su Claudio Lolli, bensì a Claudio Lolli, di raccontare cosa ha significato per me leggere il suo ultimo libro, "Lettere matrimoniali" (Stampa Alternativa, Viterbo 2013). E’ stato – pagina dopo pagina – un viaggio spiazzante, libero e, soprattutto, dolce nelle ‘intermittenze del cuore’ e dell’incontrollabile attrazione fisica. Di intensa bellezza erotica trattano queste lettere che Claudio scrive per la sua donna, la sua amata Melania, madre dei suoi due figli, sigillo vivente di splendore insostituibile. (vai all'articolo)


La Musica è finita
Canciani24/08 -
Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno e tu mi lasci solo ...
La musica è finita, sì. La gioia che mi dava ascoltare a turno la voce di Bob Dylan, di Fabrizio De André, di Francesco De Gregori o di Van Morrison è sfumata in un silenzio che sa di morte, di funerale, di De profundis. La musica è finita nel senso che sono finite le canzoni, che non ci sono più spinte vitali, che nessuno scrive niente che possa interessare. Alcuni parlano del mondo, altri di sé. I primi hanno per referente le pagine dei giornali, i secondi il proprio ombelico. La musica è però finita, perché non sa più raccontare la società, non ci sa dire chi siamo, non ci sa fotografare.
(vai all'articolo)

     Le interviste
Saverio Pepe: «Un debutto a 40 anni suonati»
«Ho lavorato per anni in realtà dello spettacolo, in radio e tv locali dove facevo sia il conduttore che l’autore, piccoli laboratori di idee spesso a budget zero, dove tutto è basato sulla fantasia creativa. Arrivo al mio esordio a 43 anni suonati, e suonati per un musicista va bene, no? Questo è un disco di passione, e tra le mie passioni, oltre quella del racconto, del verseggiare in modo più o meno serio intorno alle emozioni e ai temi a me cari, c’è sempre stato il jazz.».
Piergiorgio Faraglia : «Canzoni uscite dall'armadio»
« La verità è che le canzoni stavano chiuse in un armadio, poverette. Cosa sia successo esattamente non lo so, niente di improvviso o scatenante. Forse c’entra anche il Tenco però, perché circa due anni fa, a Roma arrivò il Tenco Ascolta. Col mio ufficio stampa, Daniela Esposito, decidemmo l’iscrizione. Mi invitarono e io partecipai; mi sentivo un sedicenne. Cantai male, ero timido, sbagliai accordi, mi batteva il cuore, però devo dire che quando ho sentito questa fragilità, questa insicurezza pazzesca, a quel punto ho anche cominciato a sentirmi bene con le mie canzoni.».
Archivio interviste  

22/10 - Teo Manzo, forse lo avete già sentito nominare per La Linea del Pane, un gruppo tra i più interessanti usciti negli ultimi anni e che ancora esiste. Ma Teo ha avuto la necessità di dare spazio alla sua vena cantautorale ed ha prodotto un disco da solo: guarda caso un'altro concept! Si capisce che siamo ormai gli unici al mondo ad amare i dischi che raccontino storie? Se avete dubbi ve lo confermiamo: volano in media una spanna sopra gli alti. Come questo "Le piromani" di Teo Marzo, un album che, da solo è già un mezzo romanzo. "Le Piromani - dice Teo . le sirene del cosmo, rappresentano in questo disco queste “fedi”, che attraversano la vita di tutti gli esseri umani. Al di là del respiro (e del sospiro) “esistenziale” di certe tematiche, non definirei "Le Piromani" un disco sull’esistenza. Direi, forse, che è un disco sull’inesistenza". Sono 16 canzoni che si snodano tutte attorno all'esistenza (o all'inesistenza) dell'astronomo Allen Meyer, il quale si trova a dover contrastare la diffusa convinzione complottistica che la luna stia per cadere. Anche la sua amata è vittima della credulità generale, nonostante egli cerchi di dissuaderla con scientifico raziocinio. Presto però la donna viene colpita da un male incurabile e fulminante. La disperazione per la prematura scomparsa di lei, induce l'astronomo a credere alla follia dell'imminente caduta della luna..

Ry Cooder - "Pull up some dust and sit down" The Cave Singers - "No witch"
The Low Anthem - "Smart flesh" John Mellencamp - "No better than this"

Io sono come un orso.
Con le braccia
tese in alto
aspetto
il sorgere del sole.
(Canto Pawnee)

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